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ed ora anche un romanzo-giallo a puntate vedi "IL MISTERO DELLA STANZA..."    

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“CHI HA TRAFUGATO LA STANZA DELL’AMBRA? IL GIALLO SI TINGE DI ROSA-DARK”

"Prima parte"

“ASSEDI”

 

“Ora ci aspetta solo la morte! Nessuno potrà scappare! Sono finito.”, così scriveva il comandante Mannu-Ki-Libbali di Tushan città assira, oggi Ziyaret Tepe nella zona curda della Turchia. Questo fatto avveniva intorno al 630 a.C. quando l’impero assiro, impreparato allo scontro, poté offrire solo una debole resistenza allo strapotere babilonese che avanzava. Così la civiltà di Tushan e Ninive dovette  chinare il capo.

La storia ci racconta di molti crudeli assedi, finiti con la fine di importanti culture o la sconfitta: da Troia a Masada sino alla più recente Sebrenica.

L’assedio di Pskow, da parte del re di Polonia che aveva invaso la Russia nel XVI secolo, terminò con una vittoria come avvenne a Leningrado, ma nulla, forse, fu  mai tanto atroce e la difesa tanto estenuante quanto per quest’ultima. Leningrado non aveva nemmeno delle mura difensive. Leningrado e Pskow insieme, comunque, lasciano alla storia un messaggio triste per gli orrori subiti, ma anche la speranza per la loro vittoria finale.

 

"Le tracce sono sotto gli occhi di tutti, il tempo può averle intorbidite, ma noi non possiamo permettere che vengano oscurate". Così lesse Jaqueline, la protagonista della nostra storia, sul testamento di Nikolajev Mikoloij morto per una bronchite nel 2002, uno dei pochi sopravvissuti ai 900 giorni dell'assedio di Leningrado, oggi San Pietroburgo, durante la seconda guerra mondiale.

Jaqueline voleva sapere molto di più e ci riuscirà.

 

“IO NON HO CONFINI”

 

"Io non ho confini". Emanuel lo diceva sempre, ed a ragione almeno dal punto di vista geografico e come stile di vita. Nato e cresciuto negli Stati Uniti tra l’appartamento di New York a Central Park e la villa sulle colline di San Francisco aveva sempre avuto l’impressione che il mondo fosse ai suoi piedi. Dopo la morte del padre e della petulante, approfittatrice ed insopportabile madre, si era trasferito nel meraviglioso palazzo di famiglia a San Pietroburgo. Unico bene immobile riacquistato, dopo la caduta del muro di Berlino, con i soldi rimasti in anni di spese spropositate e amministrazioni disastrose.

Viziato, fanatico, egoista; questi era, in breve, Emanuel o Em; così si faceva chiamare dagli amici. In realtà nei documenti ufficiali risultava essere anche: Alexeij, Adolf, Gragorian, Ferdinando, Leopoldo, Andrej ed altri che la famiglia gli aveva donato insieme agli illustrissimi cognomi. Emanuel era figlio del ben più conosciuto padre Alexander, Adolf, Fransisco, Frederic, Hanover, Michajilovič, Voznitsky, Szlachta, Dulgorukov, Woolf, von Guggherberg, discendente dalle più note dinastie europee ed, anche, proprietario di una delle più importanti case farmaceutiche svizzere.

Alto, capelli scuri, colpiva sempre per quegli occhi azzurro-ghiaccio, penetranti come due stalattiti di ghiaccio e per quel largo disarmante sorriso che aveva imparato a sfoderare al momento opportuno. Così la grande bocca contornata da sottilissime labbra e la frequente espressione sarcastica, ai più, passavano inosservate.

"Come potrei dire di no ad una proposta di matrimonio da parte dello scapolo ambito da molte delle donne più belle al mondo?". Rispose Jaqueline Le Rey, viziatissima figlia del noto regista hollywoodiano Max Le Rey, una vera regina del gossip.

Anche lei a modo suo non aveva frontiere. Parlava cinque lingue, russo compreso, apprese a scuola, ma soprattutto viaggiando. All'apparenza Jaqueline era una delle tante belle ragazze americane cresciute a bistecche e sport. In realtà, la doppia fossetta sul lato sinistro del suo sorriso e due vivaci occhi verde-smeraldo sulla luminosa carnagione sempre dorata la rendevano unica. Come unica, secondo lei, era stata la sua sofferenza per essere cresciuta senza la madre:  morta “spiaccicata” sul marciapiede per una “accidentale caduta” dal terrazzo del suo super-attico in uno dei recenti palazzi di vetro e acciaio di Singapore. Sicuramente la spinse laggiù il fallimento del suo matrimonio, o forse fu lo stesso marito, come molti parenti, figlia e amici, avevano sempre sostenuto.

"Non ti impressiona il diametro del diamante dell'anello di fidanzamento?". Domandò Emanuel. "Sai bene che potrei comprarmene anche di più grandi, se solo volessi!  Il diametro del diamante servirà solo a tranquillizzare mio padre sulle tue capacità finanziarie”.

Jaqueline non poteva immaginare che, dopo la morte del padre di Emanuel, i capitali di famiglia si fossero sciolti come neve al sole. In pochi anni i vari amministratori, non più sorvegliati, avevano affondato i loro artigli nelle varie società, mentre Emanuel continuava il suo costosissimo tenore di vita. I creditori cominciavano ad inseguirlo e il matrimonio con la ricca ereditiera americana era la sua ultima speranza.

"Non trovi che qui si mangino squisiti babà al rhum come a Napoli e soprattutto si trovi il miglior Sauternes Chateau Lamothe-Guignard come a Parigi?"; disse Jaqueline infilandosi il diamante al dito; mentre Emanuel pensava: -Finalmente!-, ma diceva, a voce alta: "Ti ho portato al "Four Seasons" perché so che è il tuo ristorante preferito e io vado pazzo per il petto d'anatra muta al foie gras e tartufo del loro chef", rispose Emanuel. "Penso che tu ami questo ristorante soprattutto per la sua cantina e non voglio nemmeno tentare di immaginare quanto ti sia costata questa cena. In ogni caso anche lo Chateau Lafite dei Rothschild è stata un'esperienza mistica”. “Sai perché sopporto di spendere oltre duemila dollari per 375 decilitri del Sauternes che ti piace tanto? La verità è che anch’io adoro il fungo Botrytis Cinerea che gli conferisce quel suo sentore di ananas, pesca, albicocca, fresco legno di Allier che ne esalta il sapore di vaniglia ed infine il sapore di miele e spezie dolci; un cocktail simile al sapore della tua pelle. Ritieni che tuo padre accetterà di buon grado il nostro fidanzamento?" Domandò un adulante Emanuel, fingendo di non aver mai discusso  dell’argomento con il padre di lei.

"Se mi sposo a mio padre resteranno molto più tempo e soldi per dedicarsi alle sue amanti e ne sarà felicissimo", rispose Jaqueline.

In realtà Emanuel aveva già parlato con il padre di Jaqueline ed erano arrivati ad un accordo che accontentava entrambi: "Mi sono informato e so bene quali siano le tue reali condizioni finanziarie, sposandola ti sistemi economicamente,  per quanto mi riguarda devi solo continuare a passarmi le più belle pollastrelle che ti girano intorno. In questo modo non perderò più tempo e soldi a rincorrere e pagare, profumatamente, i direttori dei giornali per evitare la pubblicazione dell'ultimo scandalo con mia figlia come protagonista". Aveva detto Marx Le Roy, il padre di Jaqueline, a Emanuel.

L'idea di andare a vivere nella storica residenza appartenuta alla famiglia di Emanuel a San Pietroburgo soddisfaceva appieno le aspirazioni romantico-sociali di Jaqueline. Il matrimonio le avrebbe permesso di superare l'unica frontiera che conoscesse: l'accesso alla cerchia della nobiltà europea. Era convinta che non avrebbe mai fatto fare alcuna brutta figura al marito.  Le due università private, mai terminate, l'avevano comunque messa nelle condizioni di poter sostenere conversazioni  di arte e storia e questo, secondo lei, bastava.

Usciti dal ristorante, li aspettava una decappottabile a due posti del 1932 che suscitava sempre l'ammirazione dei loro amici e non solo; un prestito, mai restituito, del padre della futura sposa.

Jaqueline era un'esperta autista: "Il corso anti-rapimento che ho seguito in Svizzera, mi  fa sentire padrona dell'auto come un pilota professionista. Ora posso finalmente affrontare con sicurezza anche le manovre più adrenaliniche”. Emanuel si divertiva come un pazzo quando seminavano gli amici lungo i grandi viali di New York prima dell’alba. Le multe non erano un problema: pagava papà.

La città illuminata dalle luci notturne era sempre uno spettacolo e, con la luna piena che si rispecchiava nel fiume Hudson, il ponte di Brooklin ricordava una ragnatela magica dietro la quale sfavillavano pietre preziose incastonate in ogni finestra illuminata.

"Mi baci?" Chiese Jaqueline frenando.

All'improvviso videro un'auto che veniva verso di loro con i fari abbaglianti. Chi poteva essere? Un ficcanaso, un'auto della polizia, qualcuno con cattive intenzioni? Subito Jaqueline  riprese il volante schizzando via dopo una rapidissima inversione di marcia. Il conducente dell'auto che li aveva abbagliati pensò: "Ricchi e irraggiungibili; meglio aspettare qualcuno più sprovveduto".

 

“DA NON DIMENTICARE PER IL FUTURO…?”

 

Superando le frontiere del tempo e dello spazio, un secolo prima, dall’altra parte dell’oceano ben altra  realtà era quotidianità storica.

Daniel Leonidovic Andrejev, figlio del grande Leonid Andrejev, visse per intero l'assedio di Leningrado. A proposito dell'apocalisse di Leningrado scrisse:

“Abbiamo conosciuto ogni cosa...

che in russo non esiste

parola per quel folle inverno di guerra...

quando l'Ermitage tremava sotto le bombe...

le case diventavano di ghiaccio e le tubature scoppiavano per il gelo...

la razione-100 grammi...sulla Nevskij, cadaveri.

E abbiamo saputo, anche, di cannibalismo.

Abbiamo conosciuto ogni cosa...".

 

LA STANZA DELL’AMBRA.

Il più bello dei tesori.

 

- Il valore commerciale attuale di questo capolavoro, eseguito nel 1709 da artigiani di Königsberg, può essere valutato intorno ai 60.000 milioni di euro c.a.. Si tratta di pezzi d’ambra finemente lavorati e montati su telai di metallo progettati per rivestire un’intera stanza.

- La Stanza dell’Ambra è, a ragione, considerata un “gioiello” a testimonianza del favoloso e terribile passato della storia russa.  

-Oggi, purtroppo se ne può solo ammirare la copia rifatta secondo le poche foto rimaste dell'originale. I fortunati turisti moderni possono vedere la preziosa Stanza nel Palazzo d’estate di Caterina a Pušhkin (oggi: Tsarskoye Selo, località vicino a San Pietroburgo), circondato da grandi parchi e dalla frescura di vecchi tigli. Qui passeggiarono Tolstoj, Aleksandr Blok, il compositore Gavriil Popov e la moglie, Boris Asafjev  e probabilmente anche tutti i grandi della vicina Leningrado.

-Circa trecento anni fa, Andreas Schlüter, scultore alla corte prussiana, volendo rivalersi per un torto subito nella carriera, intese creare qualcosa di speciale. Quando scoprì decine di bauli pieni di granuli di ambra nei depositi del Palazzo Reale di Berlino, concepì l’idea di farne una intera stanza. Per la sua realizzazione chiamò Gottfried Wolfram, maestro artigiano della corte danese. L’intera stanza richiedeva la creazione di centinaia di migliaia di tasselli che si sarebbero poi dovuti lavorare alla temperatura di 140-200° C  e quindi assemblare; un lavoro immane.

Le pareti di ambra sarebbero state sostenute da tavole in legno e sottilissime foglie di oro e argento e il tutto montato su dodici grandi pannelli alti 3,5 mt., e dieci alti un metro, più ventiquattro zoccolature. Alla luce delle candele il risultato doveva essere fantasmagorico!

-Federico Guglielmo I, succeduto nel frattempo a Federico I che finanzianziò la Stanza dell’Ambra, non fu disponibile a continuare quelle enormi spese; era troppo assorbito dai suoi compiti di conquista.

La Stanza dell’Ambra fu abbandonata, ancora a pezzi, nei sotterranei della Zeughaus.

-Nel 1716 Federico Guglielmo I  incontrò lo zar Pietro I e durante l’incontro si promisero amicizia reciproca; il che comportava uno scambio di doni preziosi.

Non intendendo spendere per questi regali, Federico Guglielmo I decise per un’imbarcazione del padre e per la Sala dell’Ambra; conoscendo il grande interesse dello zar per quest’ultima. Lo zar ricambiò, tra l’altro, con cinquantacinque soldati russi giganti.

-Pietro pensava alla sua Stanza dell’Ambra come alla sua personale Kunstkammer; una camera delle meraviglie per impressionare i suoi ospiti.

-La Stanza arrivò, venti anni dopo, ancora incompiuta ed alquanto danneggiata, dopo un travagliato trasporto con otto carri distrutti e ricostruiti a causa delle orribili condizioni delle strade dell’epoca.

Nessun artigiano di Pietro il Grande fu in grado di rimontare la Stanza che finì, a pezzi, nei magazzini dell'Ermitage.

-Pušhkin fu occupata durante l’assedio di Leningrado, nel settembre del 1944, quando le truppe tedesche arrivarono sino ai sobborghi meridionali della città.

-Le autorità competenti decisero di nascondere la Stanza dell’Ambra sotto un’improvvisata tappezzeria; il trasporto era apparso troppo difficile e rischioso per la sua incolumità.

-Le SS scoprirono e rimossero la Stanza dell’Ambra dal Gran Palazzo di Caterina e la portarono, secondo numerose testimonianze, nel castello di Königsberg dove molti sostennero fosse stata bruciata. Al contempo,  testimoni altrettanto credibili, parlarono di un altro nascondiglio prima che il castello andasse a fuoco per la seconda volta per mano dei russi: prima lo era stata, parzialmente, per mano tedesca.

A questo proposito il curatore d’arte dei palazzi zaristi A.Kurchumov  affermò che tra i resti dell’incendio non vi era traccia d’ambra. Di fatto l’ambra bruciata poteva avere lasciato solo tracce praticamente invisibili tra i rimasugli dell’incendio.

Altri sostennero la tesi di un rocambolesco viaggio verso una lontana meta, prima dell’assedio al castello.

Sta di fatto che la stanza scomparve, numerosi libri sono stati scritti e centinaia di testimonianze vagliate: non mancarno numerosissime morti sospette, testimonianze negate o di fantasia.

Molti locali sostennero di aver visto affondare, con la protezione delle SS, decine di casse misteriose nelle acque del lago Toplitz, in Austria; a 100 chilometri da Bertechsgaden; il “Nido d’aquila” che fu residenza estiva del Fürer. 

Tra le tante ipotesi non si è mai scartata la possibilità che le casse contenenti la Stanza dell’Ambra fossero affondate da una nave russa per non lasciarle cadere in mano tedesca.

Altri parlarono di una miniera vicino a Göttimgen, quale ultimo rifugio, fatta saltare deliberatamente.

I più fantasiosi sostengono la tesi che, ancora oggi, si trovi in un sotterraneo di miliardari texani.

 

Il giornale italiano La Repubblica del 17 maggio 1997 riportò che uno dei soldati tedeschi addetti allo smantellamento della Stanza nel Palazzo d’Estate di Caterina aveva lasciato in eredità i mosaici di pietra dura, fiorentini, che decoravano la stanza dell’Ambra, rubati durante il trasporto verso il castello di Königsberg.

 

Nel 2008 il governo di Mosca denunciò ufficialmente la sparizione di 50 mila “pezzi” dai propri musei: gioielli della corona, preziosissime icone, medaglie della Seconda Guerra Mondiale e argenteria; il tutto per un valore di diversi milioni di dollari, ma nemmeno un indizio riguardo alla Stanza dell’Ambra. Le opere, secondo Mosca, furono trafugate o perse durante i trasferimenti alla fine dell’era sovietica. Pare che la mancata informatizzazione, ed una catalogazione antiquata siano stati i motivi di tanto ritardo nella scoperta dei fatti.

I musei colpiti sono i più importanti: dall’Hermitage al museo Etnografico di San Pietroburgo, ai musei dell’Altaj e della città di Novokuznetsk. A questo riguardo solo due uomini sono stati arrestati, padre e figlio parenti della curatrice dell’Hermitage di San Pietroburgo che, secondo le cronache, per il dolore è morta d’infarto, abbastanza recentemente.

Gli oggetti trafugati, del valore di cinque milioni di dollari, furono venduti al Monte dei Pegni.

 

-Queste sono le deboli tracce lasciate dalla Stanza dell’Ambra e da altri tesori dell’ex Unione Sovietica.

 

-George Stein il più famoso tedesco tra i cacciatori di tesori sostenne di avere scoperto le prove che la Sala dell’Ambra fosse stata spedita in America; morì di morte cruenta e come lui molti altre persone che si dedicarono a questo tipo di ricerca.

-Secondo l’indagine di Anatolij Kučumov, uno dei più famosi curatori museali dell’Unione Sovietica,  la Stanza dell’Ambra sarebbe sopravvissuta alla guerra e si trova in un  nascondiglio nazista, mai scoperto.

-Rudi Ringel, nome in codice di un informatore della Stasi e del KGB, ha sostenuto che suo padre evacuò la Stanza dell’Ambra dal Castello di  Könisberg in una segreta località nascosta sotto la sigla BSCH.

-Alfred Rohde, specialista di ambra e direttore del Museo del Castello di  Könisberg sparì con la moglie nel 1945, poco dopo la sparizione della stanza medesima.

-Numerosi sono i libri e le persone che, a vario  titolo, si sono occupate della storia della Stanza. Molti sono morti di morte violenta.

 

Bibliografia:

“Il mistero della stanza dell’Ambra” di Catherine Scott-Clark e Adrian Levy, ed. TEA, Milano, 2006.

 

LA FAMIGLIA LE ROY.

 

Da dove veniva la straordinaria ricchezza dei Le Roy? La famiglia vantava origini francesi; il che faceva sempre il suo effetto, soprattutto tra gli intellettuali di Boston e  New York, ma anche a San Francisco e Los Angeles. Di certo un antenato del padre di Jaqueline aveva partecipato alla corsa all’oro e ne aveva investito i proventi in ranch texani. Successivamente i figli si erano trovati padroni di diversi pozzi petroliferi.

Nessuno in famiglia approvò la scelta di Marks Le Roy di andarsene a Los Angeles a giocarsi la sua parte di eredità facendo il regista. Solo quando vinse il primo Oscar tutti lo chiamarono al telefono, ma Marks non si fece mai trovare.

Il padre di Jaqueline era tanto geniale nel suo lavoro, quanto dissoluto e arrogante nella vita privata. Dopo una lunghissima serie di fidanzate, più o meno ufficiali, fu incantato dalla  bellezza, dolcezza e innocenza della madre di Jaqueline, Caterine. Peccato che lui la trattò sempre come un bel giocattolo anche quando nacque l’ agognato erede; che avrebbe dovuto essere maschio, secondo gli ideali del buon “macio texano”.

Alla nascita di Jaqueline, Marks non fece nulla per nascondere la sua delusione  alla già provata Caterine. Lei non resse il colpo e cadde in un grave stato di depressione che si concluse con un assai  “dubbio” suicidio.

In realtà Caterine amava moltissimo la figlia e chi la conosceva bene non poté dimenticare le sue ultime  parole prima del fatidico viaggio a Singapore: “Soffro molto, ma devo rimettermi al più presto per amore di mia figlia”.

 

 

LE NOZZE E LA LUNA DI MIELE

 

Le nozze vennero celebrate con il maggior sfarzo possibile.

"Ho vissuto la nostra luna di miele come grande sogno. Mi hai fatto conoscere e apprezzare anche quella piccola parte del mondo che era sfuggita alle mie peregrinazioni mondane. Non ero mai stata alle isole Figi né su di un panfilo regale. Come hai fatto ad ottenere il permesso di soggiornare nell'isola Molokini delle Hawaii? Non dimenticherò mai quella foca che dormiva sulla spiaggia vicino a noi. Ho un meraviglioso ricordo anche delle cene al lume di candela di fronte a quell'immenso camino nella villa di Frederich, a Lech in Austria. Non conoscevo Lech, ma voglio tornarvi in estate per fotografare le numerose specie di orchidee di montagna che, secondo il filmato dell'ufficio del turismo, in inverno vengono protette da neve artificiale, senza addittivi, per difenderle dagli sciatori! E la cantina di Frederich? Mi ha permesso di apprezzare dei vini poco noti. Chi avrebbe mai immaginato di trovare un tale tesoro tra le montagne austriache? Ho copiato i nomi dei vini e dei produttori più interessanti e mi devi promettere che li comprerai per noi". Aveva commentato Jaqueline. "Forse, come ospiti, non avremmo dovuto approfittare tanto della cantina, ma si è trattato di una vera iniziazione a vini che anch’io non conoscevo." Era stata la risposta di Emanuel.

Nonostante tutto,  Jaqueline non riusciva a dimenticare un fatto che la lasciava alquanto perplessa. Visitando un vulcano durante il viaggio di nozze era stata invitata da Emanuel ad avanzare davanti a lui, proprio sul bordo di un piccolo lago dove ribollivano minuscole bolle. Per fortuna si era fermata in tempo. Un cartello che lei non era riuscita a vedere avvisava di non avanzare verso il lago in quanto vi era pericolo di morte; sia per la velenosità delle acque, sia per le alte temperature.

 

 SAN PIETROBURGO COME UNA VENEZIA CONGELATA.

 

La città era un'immensa Venezia congelata. Tutte le vie brillavano, tanto da poter essere scambiate con dei canali. I brividi dei passanti forse non erano dovuti solo ai 35 gradi sotto zero, ma anche alla bellezza del paesaggio. La luce riflessa dalla neve gelata accentuava le decorazioni architettoniche. Le luci dei lampioni che si riflettevano sul ghiaccio della Neva, sui canali, nelle strade, nei bianchi giardini, sembravano onici immerse nel ghiaccio. 

Il silenzio totale infieriva ulteriormente sull'anima del viandante attento e trasportava ai suoi occhi l’immagine di un miraggio: poteva vedere in fondo alla via spuntare il protagonista del “Cappotto” di Gogol’ con la sua “marsina” nuova; orgoglioso di avere raggiunto, dopo tanti  sacrifici, cotanto confortevole lusso. Poi a quella figura si sovrapponeva qualcosa di totalmente differente: un uomo le cui molecole cerebrali erano state devastate come dopo una deflagrazione nucleare, semi-congelato dal freddo e disperato per il furto del cappotto subito.

 

CHI PERDEVA LA TESSERA MORIVA DI FAME.

 

Davanti al grande incanto degli edifici di San Pietroburgo sommersi tra ghiaccio e neve, non si comprende quale follia portò i tedeschi, durante la seconda guerra mondiale, al drammatico assedio della città di Leningrado. "In quei giorni perdere la tessera del pane voleva dire morire. Subito qualcuno l'avrebbe rubata, impossibile averne una copia. Chi perdeva facilmente la tessera? I vecchi con scarsa memoria, i numerosi bambini ormai soli al mondo ...quanti morirono solo per aver  smarrito quella preziosissima tessera!

Dove siete oggi voi che avevate le guance ancora rotonde, mentre tutti soffrivano la fame? Noi sapevamo che mangiavate ... i nostri sguardi erano di disprezzo e le nostre guance incavate dalla fatica e dalla fame. Il cannibalismo rappresentò il livello più abbietto ... di quei giorni che non devono essere dimenticati…per non ripeterli".

“Un pezzetto di surrogato di pane divenne il principale mezzo di sussistenza dei leningradesi. Con questi pezzetti si facevano alcuni biscotti. Due o tre di questi biscotti e una tazza di acqua bollita costituivano la colazione, il pranzo e la cena degli abitanti della città assediata durante il periodo della più grande fame…facevano la minestra con colla di cuoio…[aggiungendo]glicerina, vaselina, olio di ricino…”.

NOTA:

[“L’epopea di Leningrado”, del generale russo N.Kislizyn e del colonnello V.Zubakov ed. Progress, 1985, pag. 97]

 

Questo ricorderà la nostra bella Jaqueline tra quanto le capiterà di leggere sulla storia della città di San Pietroburgo.

 

DALL’ORRENDO PASSATO DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE ALLE INGIOIELLATISSIME MODELLE DI OGGI.

 

Poco nella città, risorta dopo il lungo assedio della seconda guerra mondiale, ricorda oggi il suo orrendo passato. Lussuosi panfili sfrecciano sulla Neva. “Chi sono quelle ingioiellatissime splendide e giovani donne che vivono tra un party e l’altro come nelle favole? quale è la loro vera storia?

Oggi ci sarà un party nel Palazzo d’Inverno, la tavola sarà decorata con ortensie incastonate in cubi di ghiaccio rischiarati da luci nascoste ed ogni ospite riceverà in dono un orologio d’oro massiccio in edizione speciale.

Domani alla Fortezza di San Pietroburgo, per il ricevimento ufficiale dell’Ambasciata del Qatar, splendide rose blu decorate con cascate di piccoli cristalli accoglieranno gli invitati insieme a molte altre sorprese.

Questa è la città che la nostra  Jaqueline si accinge a “conquistare”.

 

I “SEGNI” E LE MEMORIE.

 

Prima di sconfiggere Polonia, Danimarca, Belgio, Olanda e Norvegia, verso la fine del 1940, Hitler  programmò il piano “Barbarossa” convinto di poter annientare rapidamente la Russia.

L’esercito tedesco, per aggredire l’Unione Sovietica, mise in campo ben 5,5 milioni di soldati e ufficiali, 4.300 carri armati, 47.200 cannoni e mortai, 4.980 aerei da combattimento e 192 navi da guerra. Inoltre svolse un’accurata opera di spionaggio preventivo tra la Germania e Leningrado, proponendosi come salvatore dell’oppressore comunista e trovando molti dissidenti ben disposti a tradire.

 

"Alle quattro del mattino del 22 giugno del 1940 la Germania, violando i reciproci accordi di non belligeranza, aggredì la Russia sganciando bombe su città e villaggi immersi nel sonno. Ungheria, Romania, Finlandia ed Italia entrarono in guerra in appoggio alla Germania. A mezzogiorno dello stesso giorno le stazioni radio dell'URSS informarono la popolazione che la responsabilità dell'aggressione doveva ricadere solo sui dirigenti militari tedeschi”. Questo è il riassunto di quanto Jaqueline ricorderà di avere letto in uno dei tanti libri disponibili nella biblioteca del palazzo.

 

I concetti espressi nel testo nel libro “I 900 giorni dell’assedio di Leningrado”, dell’americano Harrison Salsbury rimasero così nella memoria di Jaqueline: “La situazione non lasciava presumere alcunché di buono. Di fatto, il tragico assedio a Leningrado fu la conseguenza di molti errori strategici e di disinteresse.

L'attacco nazista aveva trovato Stalin assolutamente impreparato e questo lo fece precipitare in un grave stato di collasso psichico. Se ne stava chiuso nella sua stanza, incapace di partecipare attivamente al governo del paese. Zhdanov, il vero artefice della politica russa nei confronti del governo nazista, nel 1930 aveva detto della Germania: "Non può e non sarà disposta a combattere su due fronti". Zhdanov aveva anche fatto scrivere il 29 giugno del 1939 sulla Pravda, come opinione personale, che l'Inghilterra e la Francia non avrebbero mai stretto un'alleanza con la Russia; anzi erano intenzionate ad intrappolarla per coinvolgerla nella guerra contro Hitler. Tuttavia, ammise anche che: “Amici erano di opinione contraria”.

Zhdanov era il delfino di Stalin e fu certo determinante per il patto nazi-sovietico del 23 giugno 1939. Forse fu proprio per questi fatti che, allo scoppio della guerra tra Russia e Germania, egli era irreperibile sia a Leningrado che a Mosca: si trovava in vacanza in Crimea. Il grande stato sovietico i primi giorni dell'attacco nazista era completamente alla deriva, senza una guida.

 

Questo fu uno dei grandi errori che "prepararono" la tragedia dei 900 giorni di assedio a Leningrado.

 

Prima dell’attacco, le spie tedesche avevano, da tempo, superato le frontiere dell'URSS e si erano accordati con i dissidenti per la facile resa di alcune città importanti e le forze schierate  erano assolutamente impari. Oltre al vantaggio della sorpresa, i tedeschi avevano dalla loro parte milioni di soldati e ufficiali, mezzi corazzati ed aerei decisamente superiori oltre al ben congeniato piano "Barbarossa".

Nessuno il 22 giugno poteva immaginare cosa sarebbe accaduto; a Leningrado si viveva come sempre, quasi increduli dell'attacco tedesco alle frontiere sovietiche".

 

Come già accennato sopra, ben diversa è la versione nel libro “L’epopea di Leningrado” (1985), del generale russo N.Kislizyn e del colonnello V.Zubakov, che fu accusato da Salisbury di essere “partigiano” e di non avere sufficientemente evidenziato i giochi di potere ai quali veniva sacrificato il bene della città e, soprattutto, di non avere abbastanza chiarito la prima decisione di Mosca di abbandonare Leningrado al suo destino per salvare la capitale.

 

A questo proposito i russi Kislizyn e Zubakov scrissero: “…i  sacrifici…non furono vani, come cercarono di presentarli alcuni storici e giornalisti occidentali come Harrison Salisbury.

 

NOTA:

N.Kislizyn, V.Zubakov, L’epopea di Leningrado, Mosca, 1985.

H.Salisbury, The 900 days. The Siege of Leningrad, New York, 1969.

 

 

 

Quest’ultimo visitò nel 1944 Leningrado solo dopo che fu liberata dall’assedio. Nel suo libro gli esempi di coraggio e di eroismo, secondo N.Kislizyn e V.Zubakov, sono riportati solo per creare un’apparenza di obbiettività ma , in realtà, avrebbe cercato, soprattutto, di mettere in risalto solo gli episodi più trucidi e i fatti più foschi, descrivendo di Leningrado come una città condannata, sostenendo che tutto fu più dovuto al caso che all’abilità dei vincitori.

Tutto ciò sarebbe servito a far apparire inutili i sacrifici compiuti dai leningranesi e dalle truppe sminuendo l’importanza delle gesta eroiche di quella popolazione.  

 

Ovviamente ognuno parla dei fatti secondo il proprio punto di vista politico, ma le sofferenze, l’eroismo dei combattenti e dei comuni abitanti della città martire è bene che rimangano come monito per le generazioni future.

 

Nel 2008 il settimanale Der Spiegel ha pubblicato alcuni documenti inediti, rinvenuti negli archivi di Mosca. Da essi si evince che Stalin fu diffidente nei confronti dei rapporti dei propri agenti, relativi alla possibilità di intervento del Terzo Reich contro la Russia, perché già in passato si erano rivelati non affidabili. Infatti nel 1936 gli fu erroneamente riferito che Hitler soffriva di un cancro non operabile e che i medici gli avevano dato, come massimo, un anno di vita. Addirittura si parlò della designazione di un successore. Secondo le ultime rivelazioni fu per questo che Stalin non accettò come possibilmente vera la notizia della imminente aggressione da parte delle SS.

 

La memoria dei rari sopravvissuti all’assedio di Leningrado e la Storia, potrebbero aiutare gli europei, ma non solo, a non dimenticare perché non si ripeta quello che qui accadde durante la seconda guerra mondiale e tutte le altre simili tragedie, purtroppo ancora tanto attuali, del mondo.

Ricordare per dire basta, ma quanti lo vogliono veramente? L’egoismo, l’ingordigia, l’indifferenza, l’ignoranza e la superficialità non sono mai morte!

 

L’ “ASSEDIO” AL CUORE DI JAQUELINE.

 

La viziatissima Jaqueline, abituata a fare ed avere sempre tutto quello che voleva, arrivando a San Pietroburgo, non poteva presagire che il suo cuore avrebbe subito un assedio “devastante”. Anche lei avrebbe vissuto i suoi 900 giorni, pur in ben altro contesto.

 

 

"Questa sarà la tua reggia". Affermò Emanuel portando Jaqueline in braccio dentro il palazzo.

Le luci elettriche all'interno erano state spente. I vetri dei quadri e gli specchi riflettevano il luccichio multicolore dei grandi lampadari di cristallo illuminati dalle bianche candele strategicamente collocate anche sugli antichi candelabri d'argento.

"Tutto qui sembra una grande favola". Disse Jaqueline, facendo sfavillare la vera nuziale intarsiata di diamanti mentre avvicinava le sue dita lunghe e sottili ad una candela.

La cena venne servita da un cameriere svizzero con i guanti bianchi nel salottino accanto alla camera da letto. I crostini caldi furono ignorati, Emanuel e Jaqueline mangiarono il caviale direttamente con i cucchiaini di madreperla ingurgitando vodka come fosse acqua. "E' stato molto carino da parte tua ordinare questi squisiti gamberi di fiume". Disse Jaqueline non appena il cameriere servì loro “riso pilaff  con corona di crostacei di  acqua dolce”. "Sapevo di farti felice, da ora sei la zarina del palazzo e ogni tuo desiderio sarà un ordine". Rispose Emanuel. "Sarai sempre così carino con me per tutta la vita?". "Certamente, se tu sarai altrettanto comprensiva nei miei riguardi". "Vorresti dire che dovrò acconsentire ad ogni tua decisione?", precisò Jaqueline alquanto perplessa. "Ovvio, tu qui sei la zarina, ma io sono lo zar e nessuno ha mai osato contraddirmi. In Russia le mogli hanno sempre obbedito al marito". "La Russia degli zar non esiste più caro e spero tu stia scherzando. Sai bene quanto io sappia essere ribelle!". "Smettiamola con i discorsi seri, questa è una delle nostre notti di follia e nulla deve oscurarla". Rispose Emanuel aprendo la cerniera dell'abito di Jaqueline. "Sei troppo bella per fare discorsi seri". Prese la mano di lei e disse baciandola: "Ti vorrei nuda". "Per ora accontentati di slacciare sino in fondo la cerniera", rispose Jaqueline alzandosi e voltandogli le spalle. L'aderente abito nero, alquanto scollato, scivolò posandosi sui fianchi. I suoi seni perfetti come quelli di una sedicenne erano avvolti solo dalla nuvola di voile di seta trasparente del reggiseno. I capezzoli si inturgidirono e Jaqueline abbandonò il suo corpo tra le braccia del neo marito. Dopo pochi passi di danza entrambi si sentirono avvolti da una vampata di fuoco. "Dobbiamo ancora assaggiare la torta Saker che ho fatto arrivare appositamente per te da Vienna". Emanuel sapeva bene come prolungare l'eccitazione. "Lasciati rivestire, così possiamo richiamare il cameriere".

Al suono del prezioso campanello di Fabergé il cameriere entrò per servire la torta accompagnata da un raro Moscato di Mumiano, lo stesso che l’imperatore Francesco Giuseppe voleva per i suoi pranzi importanti. Nel bicchiere di Jaqueline, mentre Emanuel la distraeva,furono versate delle strane gocce fornite al cameriere dal padrone di casa. "Da questo momento non abbiamo più bisogno di te, puoi andare", disse con la massima disinvoltura il novello sposo al domestico.

Emanuel si alzò ed aprì di nuovo la lampo del vestito della moglie mentre la baciava sul collo lasciando due, poco eleganti, lividi. Jaqueline rispose voltandosi e baciandolo  in bocca profondamente. "Voglio mangiare il dolce ammirando il turgore del tuo seno", proseguì Emanuel slacciandole anche il reggiseno". "Sei bellissima. Brindo ai tuoi occhi, alle tue fossette, alle tue splendide mani, alla tua bocca che non si nega mai ed ai tuoi seni che desidero succhiare all'infinito". "Ed io brindo all'uomo che mi fa sentire sexy come nessun altro. Solo tu sei capace di farmi produrre la giusta dose di adrenalina e rendermi la vita interessante.". Rispose Jaqueline, mentre il brivido, che ben conosceva, le attraversava tutto il corpo.

Altre due fette di torta accompagnarono la fine della bottiglia. A questo punto Emanuel si alzò, un poco barcollando, raggiunse la bella moglie e la baciò toccandole sensualmente le spalle. "Sembri una dea. Devi ballare con me!". "Non devo, ma voglio", rispose Jaqueline.

 

LA VERITA’ SULLA VITA DI EMANUEL.

 

Emanuel sapeva di essere quello che dalle cameriere e commesse viene definito “un bel figo” ed era convinto di poter avere ai suoi piedi qualunque donna; grazie anche alla sua eleganza ed alle numerose e vistose auto, a partire dalle rosse Ferrari.

Qualcuno aveva vagheggiato che un suo pro-zio fosse riuscito, rocambolescamente, a murare nel palazzo di famiglia, durante la seconda guerra mondiale, la famosa Stanza dell’Ambra, sparita, senza lasciare alcuna traccia,  dopo che i tedeschi l'avevano "messa al sicuro" dalle bombe.   A questo proposito aveva organizzato una accuratissima ricerca, rivelatasi infruttuosa e così il tutto era stato accantonato come stupida diceria.

"Dalla vita ho avuto tutto", era solito dire Emanuele. L'affermazione corrispondeva al vero,  almeno per quello che lo interessava.  Pilotava personalmente il suo aereo e  viaggiava sempre pernottando in case private. Il resto per lui non valeva nulla, salvo i soldi e le belle donne, anzi bellissime. Tutte storie finite male, compresa un’ex fidanzata rinchiusa in un lussuoso ospedale psichiatrico. Secondo gli intimi la colpa sarebbe stata di una strana pillola che lui le aveva somministrato per calmarne la, più che giustificata, gelosia.

Gli psichiatri lo conoscevano bene, alcuni dei più noti avevano cercato di curarlo, ma la sua salute mentale era peggiorata con la maturità senza che nessuno fosse riuscito a comprenderne a fondo la  pericolosa personalità.   Brillante e spregiudicato, lucido e freddo, sapeva ingannare i più. In un paese del terzo mondo era anche stato nella lista dei ricercati  per l’omicidio di una delle tante “fidanzate”, ma gli bastò stare alla larga da quel paese sino a che il delitto non cadde in prescrizione e dichiarare alla stampa che era vittima di una persecuzione giudiziaria.

Per il resto l’aveva sempre fatta franca, fuggito diverse volte dopo incidenti automobilistici che lui stesso aveva causato per ubriachezza, non solo si era salvato grazie alla sua prontezza di riflessi nel rispondere alle domande degli inquirenti, ma anche corrompendo o minacciando quando era il caso. Vigili, poliziotti e “bravi cittadini” dall’Australia agli USA avevano dovuto o voluto arrendersi alle sue pretese e la sua fedina penale era immacolata, almeno nei paesi dove aveva posseduto una casa. Le impronte digitali di Emanuel non erano mai state segnalate e questo era un bel vantaggio sugli altri che chiamava stupidi delinquenti.

"Mi manda Ravin, ti devo segnalare  i magazzini Unker, all'una di notte avrai un'ora a disposizione senza le guardie. Entra dall'ingresso laterale sulla via Martin Luter King, in fondo a destra, dietro i pallets con la scritta “Pasta italiana”, troverai i contenitori che ti interessano. Tutti hanno un piccolo bollino verde fosforescente". In questo modo era riuscito anche a vendere del materiale radioattivo ad un certo gruppo terroristico, semplicemente segnalando dove e come rubarlo. La percentuale ricevuta era stata usata per largheggiare qualche mese nelle sue spese personali.

Di fatto utilizzava le sue “risorse” intellettuali  per manomettere auto e moto di amici con affascinanti fidanzate. Una volta messo ko l’uomo, in ospedale o all’obitorio, lui interveniva per consolare la fanciulla di turno. Era un vero esperto, infaticabile inventore di trucchi che facevano sempre sembrare accidentale l’accaduto.

 Nella vita aveva anche provato a lavorare “onestamente”. Sfruttando la sua laurea in legge, con specializzazione in diritto internazionale, aveva esercitato la professione come associato presso un notissimo ufficio a Londra. Il tutto terminò bruscamente con la laconica frase dell’avvocato più anziano dello studio: “Lei ha indebitamente intascato buona parte dei pagamenti dovuti, dalle assicurazioni, ad alcuni nostri clienti. Nel nome di suo padre nulla sarà ufficializzato. Da questo momento la diffido dal cercare lavoro in alcun studio legale, fosse anche nell’Antartico”.

L’altra esperienza lavorativa, nel settore bancario, aveva dato risultati altrettanto disastrosi, sempre per quel suo vizio di intascare soldi altrui. I suoi trucchi, infatti, non erano passati inosservati agli gnomi della banca svizzera presso la quale lavorava. Anche qui fu licenziato con poche parole: “Per il buon nome del suo defunto padre e della banca si tenga ben lontano da ogni tipo di attività finanziaria. I nostri segugi sono già informati, sappia che noi non dimentichiamo mai”.

A cinquant’anni suonati aveva deciso di mettere la testa a posto; leggi trovare una bella e ricca moglie che lo mantenesse come era stato abituato da giovane. Nonostante la sua esperienza la cosa non fu facile. Le nuove generazioni, molte laureate presso le più prestigiose università, si rivelarono un osso duro, facevano troppe domande e lui prima o poi cadeva in contraddizione. Inoltre la stampa gossip, in alcuni Paesi, lo aveva screditato.

Comunque alla fine i suoi sforzi furono premiati, di lui si era invaghita la giovane figlia del noto produttore cinematografico Le Roy, l'attuale moglie Jaqueline.

 

DUE SECOLI PRIMA. NEL “MEDESIMO?” PALAZZO DOVE VIVEVA JAQUELINE. UN NOBILUOMO E LA SOLITA STORIA CON LA SERVITU’. QUELLA SERA IL NOBILUOMO AVREBBE AVUTO MOLTO DA SCRIVERE NEL SUO DIARIO. UN INDIZIO?. 

 

Prima che i comunisti sequestrassero il palazzo Andreijevic, Carl, Marcus, Claus… Andreijevic, von Guggheberg, un antenato di Emanuel, vi aveva scoperto un muro che risuonava come se dietro ci fosse il vuoto. Una volta fatto demolire quel muro dalla sua guardia privata, che lo accompagnava sempre, il nobile Andreijevic incominciò a scendere i malconci e sporchi gradini. “Sembra che da qui non sia passato nessuno da qualche secolo”, disse alla sua guardia-cameriere che aveva avuto il “privilegio” di seguirlo. Quest’ultimo doveva essere un discendente di quello speciale corpo di guardia che lo Zar Pietro I° il Grande, aveva regalato al re di Prussia Federico Guglielmo I° in cambio della Stanza dell’Ambra, o almeno ne aveva la medesima struttura fisica.

“Signore, io sento dei brividi e non di freddo! Perché non lasciamo ai posteri questa brutta scoperta?”. “Voi ignoranti credete ancora alle streghe ed ai fantasmi. La scienza ha da tempo dimostrato che non possono esistere. Al limite troveremo qualche scheletro o forse un “tesoro”, asserì seccamente il nobiluomo. All’improvviso le scale finirono, un lunghissimo passaggio sotterraneo basso, ed in parte allagato, si offrì alla loro vista. Al primo passo entrambi inciamparono in qualcosa sotto il livello dell’acqua, provocando un rumore metallico. “Passami la torcia”, disse con tono imperioso l’anziano nobile.

I resti di una grande armatura giacevano sul fondo del rigagnolo. “Da questo elmo spunta una massa che sembra un rimasuglio di capelli. Pare un’armatura di un antico guerriero! Il copricapo assomiglia a quelli dei mongoli dell'epoca di Gengis Kan”, e così dicendo illuminò il lato destro dell'elmo dove vide un grosso foro apparentemente procurato da una mazza. “Quel poveretto è sicuramente morto per quel colpo, a meno che l'armatura non sia appartenuta ad altri precedentemente. Ma perché è stato ucciso ? Cosa faceva in questo cunicolo? Doveva forse sorvegliare qualcosa? Cosa, di preciso? O forse cercava qualcosa che non avrebbe dovuto trovare? ".

Il cameriere continuando a seguire i suoi pensieri rispose: "Quando non ci sono apparenti spiegazioni si tratta sempre di forze superiori. Io non ho paura di nessun umano, ma di quello che non posso vedere e non ho mai conosciuto...padrone io preferirei tornare alla luce. Dobbiamo  recuperare del cavolo nero e acqua fresca di fonte, tornando qui li butteremo nove volte dietro le spalle, senza voltarci e diremo -gettando questi cavoli libero me e i miei cari- poi lavandoci due volte le mani con l’acqua  cacceremo sicuramente i fantasmi". "Taci Junker e cammina, io non ho alcun timore e tu sembri una donnicciola che crede alle streghe ed ai maghi", tagliò corto Carl Andreijevic.

A queste parole la guardia, si sentì punta nel suo amor proprio e zittì immediatamente.   Junker era alto mt. 2,15 per un peso di centoventi chili di soli muscoli e ossa e nessuno lo poteva spaventare fisicamente, ma le paure ancestrali, si sa, sono un’altra cosa.

"Ora sono certo che questo viaggio sarà interessante, il mio fiuto aveva sentito bene, e tu Junker devi stare tranquillo. Vedrai che alla fine di questa "incursione" sarò in grado di spiegarti ogni cosa in modo razionale". Lo rassicurò il padrone.

Più avanti scoprirono un'altra armatura, sempre con un grande foro sull'elmo. -Può essere che qualcuno abbia avuto interesse a lasciare delle guardie armate nel sottosuolo, ma perché poi sono state uccise?-. Si stava domandando l'anziano nobile.

Finalmente arrivarono alla fine del lungo passaggio. Ora il cunicolo si allargava in una grande sala dove altre armature, squarciate con delle lance, si presentavano sparse ovunque, così come alcune ossa umane molto mal ridotte. Ma fu una indecifrabile scritta e la parola: “Mitra” (vedi a fine testo nota 1) che attirarono l’attenzione dell’anziano padrone. "Padrone qui non c'è altro che ferro vecchio e fantasmi! Andiamocene". "Tu vedi solo ferro e immagini fantasmi, io vedo pezzi di storia e cerco spiegazioni". Ribadì Carl Andreijevic. "Ma qui tutto finisce non c'è nulla di interessante". Rispose il presunto discendente delle guardie dello zar.

"Picchiamo lungo tutte le pareti e vedrai che scopriremo dell'altro". Junker si mise diligentemente, ma svogliatamente, al lavoro continuando ad imprecare dentro di se. – Questi nobili sono più pazzi dei pazzi ricoverati nei manicomi e la loro presunzione li porterà alla rovina! -.

"Abbiamo praticamente sentito tutte le pareti e lei ha potuto verificare che mai hanno suonato a vuoto. Padrone andiamocene ora che siamo ancora vivi".

“Aspetta, fammi salire sulle tue spalle, voglio provare a battere sul soffitto”.  In questo modo ispezionarono ogni parte del soffitto, senza alcun risultato. Ma proprio quando ogni speranza stava per essere abbandonata, picchiando contro un angolo del soffitto, il nobiluomo sentì un rimbombo. "Ecco ci siamo, la nostra ricerca deve continuare da questo angolo, passami il martello e tienimi ben salde le gambe mentre lavoro". "L'emozione mi sta facendo dimenticare la stanchezza e il freddo, mi sento vicino ad una grande scoperta". E mentre cercava di allargare il più possibile il piccolo buco che era riuscito a creare nel soffitto, l’anziano padrone si afflosciò tra le braccia di Junker che riuscì a non farlo cadere. Il volto del vecchio era biancastro come quello di un cadavere, ma il cuore pulsava ancora. Junker pensò subito: "Ecco che si avvera la maledizione della quale avevo sentito parlare".

Posò il suo padrone sul suolo, si tolse la giacca cercò di coprirlo al meglio. Arrotolò il suo maglione e ne fece un improvvisato cuscino. All'improvviso si ricordò di aver sentito dire che massaggiando il cuore si potevano “resuscitare” i morti.  Così cominciò a massaggiare la zona toracica del suo padrone. Faceva questi movimenti per istinto, mentre sentiva il suo animo paralizzato dalla paura della grande maledizione.

- Non deve morire, mi ha promesso che avrebbe aggiunto il mio nome al suo testamento! -. Pensò Junker, appena fu in grado di pensare, continuando il rudimentale tentativo di rianimazione.

I risultati non si vedevano, l'uomo sembrava sempre più cadaverico, il suo cuore batteva sempre più debolmente...Junker si sentì preso dal panico.

- Qualcuno potrebbe dire che sono stato io ad uccidere il mio padrone. Tanto più ora che ho cominciato a raccontare in giro che mi avrebbe nominato nel suo testamento! Lo avevo ben detto che qui non si tratta di scoperte di segreti, ma di smuovere ciò che deve essere lasciato come è da secoli – continuava a pensare la guardia-cameriere.

E avvenne il miracolo, i muscoli di un occhio del vecchio cominciarono a lavorare, piano piano anche i muscoli dell'altra palpebra si mossero nel tentativo di sollevarla. Gli occhi del padrone si aprirono, seppur parzialmente, anche la bocca si aprì, ma non riuscì ad emettere alcun suono. La forte voce di Junker interruppe il glaciale silenzio: "Padrone dica qualcosa". E cominciò, con rinnovata energia a massaggiare tutto il corpo dell'uomo nel tentativo di riscaldarlo e riattivare la circolazione.

Passarono alcuni lunghi minuti nei quali l'orecchio acuto del servitore percepì il lontano suono di gocce d'acqua cadenti e percepì presenza di qualcuno o qualcosa che si muoveva.

"Padrone si svegli, dobbiamo scappare". La ripresa dell'uomo era troppo lenta, decise così di caricarselo sulle spalle e, con quel fardello, rifece tutto il cammino alla rovescia al massimo della velocità che gli fu possibile, mormorando formule magiche che ricordava appena: "Spiriti maledetti andatevene da questo posto o chiamerò chi sa distruggervi. Maledetti, scappate o vi manderò chi vi distruggerà per sempre…". Gridare e correre gli toglieva energie, così continuò camminando velocemente, ma in silenzio. Senza tuttavia smettere di mandare mentalmente quelle maledizioni.

Una volta arrivati al piano terra della casa, al centro delle grandi scalinate, chiamò la cameriera: "Irina, vieni subito il signore sta male! Irina corri e porta la cassetta del pronto soccorso". Le sue urla risalirono l’ampia rampa delle scale e attraversarono i grandi saloni. Irina si precipitò scendendo gli scalini due a due, fermandosi solo per raccogliere la cassetta del pronto soccorso nel ripostiglio del primo piano. Una volta arrivata al piano terra, la povera ragazza faticava a respirare e lo spettacolo del padrone quasi cadavere la fece crollare al suolo.

- Ecco la maledizione che si ingigantisce; il male porta male -, pensò Junker.

In quel momento dalla porta principale entrò il guardiacaccia Vladimir che rimase di stucco nel vedere i due, quasi cadaveri, riversi uno a terra e l'altro sul divano. "Cosa sta succedendo?", disse. "Il signore è svenuto mentre eravamo nel bosco e la cameriera si è sentita male appena lo ha visto in queste condizioni". Rispose Junker. "Presto mi passi la cassetta del pronto soccorso, sono veterinario e credo di poter far qualcosa", sollecitò il guardiacaccia.

Non si sa se il merito fu della calda coperta, che Junker aveva posto sul corpo del suo padrone, del massaggio al cuore professionale o dell’iniezione di adrenalina, ma l'effetto fu rapido ed efficace. Il vecchio padrone si rizzò seduto, guardandosi intorno stupito e riconoscente. "Grazie amici", disse. Non aveva mai rivolto tale appellativo alla sua servitù, ma questa volta le parole venivano dall’inconscio che parlava senza la censura culturale. Quando Carl aveva aperto gli occhi, tentando di parlare e muoversi senza riuscirci aveva temuto di essere stato colpito da una paralisi, ma ora percepiva benissimo ogni parte del suo corpo e poteva muoverla; aveva appena superato una grande paura,

Dopo il padrone anche la domestica Janje venne prontamente ed adeguatamente soccorsa da Vladimir ed anche per lei l’effetto fu rapido. Janje spalancò i suoi splendidi occhi scuri, che molti trovavano identici a quelli che Carl Andreijevic aveva ereditato dalla madre, figlia del re di Spagna. Quegli occhi contrastavano meravigliosamente sulla chiara carnagione nordica ed i biondissimi capelli ereditati dalla madre.  Jane era veramente una bella donna, pensò il giovane guardiacaccia, chissà se quel positivo intervento lo avrebbe aiutato nei suoi tentativi goffi, ma sinceri, di attirare l'attenzione di lei. A lui non importava nulla di quello che raccontavano i soliti maligni. Il sentimento che Vladimir provava, da molto tempo,  era sincero e profondo, ma la sua timidezza non gli aveva mai permesso il coraggio di un approccio. Ora lei era lì, così vicino a lui…, piena di riconoscenza e aveva appena schiuso le labbra carnose per dirgli: "Vladimir! Non so cosa lei abbia fatto, ma ora mi sento molto meglio, come posso ringraziarla?". "Domani venga a cena con me", rispose il guardiacaccia tutto d'un fiato, trattenendo il respiro. "Sarà un piacere, anche se devo avvisarla che, se mi sta invitando con altre intenzioni oltre il semplice chiacchierare insieme davanti ad un buon bicchiere di vodka, la consiglio di desistere". "No, no, non mi fraintenda io desidero solo il piacere della sua compagnia", rispose il guardiacaccia. Janje si alzò e corse accanto al divano dove riposava il conte: "Padrone come sta? Per un attimo ho temuto per la sua vita!". "Janje bambina mia! Dunque a qualcuno dispiacerà della mia morte?". Le parole gli erano uscite dalla bocca senza dargli il tempo di pensare; quel -bambina mia- non era proprio nel suo stile, stava forse rimbambendo? O forse aveva finalmente lasciato parlare il cuore?. "Padrone lei non riesce ad immaginare come mi sono sentita quando l'ho vista, sembrava un cadavere, disteso su questo divano. Sono una serva, ma anch'io ho un cuore e dei sentimenti". Avrebbe voluto aggiungere: -Come mia madre che fu sua amante per tutta la vita, senza aver mai chiesto nulla in cambio, se non l'assicurazione di un lavoro onesto per la sua bambina-, ma ritenne che non fosse ancora il momento, attendeva un segno dal cielo, dalla sua adorata mamma, lei avrebbe fatto accadere tutto. Un giorno sarebbe stata fatta giustizia di tutte le loro sofferenze, per questo pregava tutte le sere la Madonna.

Il guardiacaccia se ne stava andando: "Ho fatto quello che potevo, ora tocca ad un vero medico verificare il mio modesto contributo, sono felice di essere stato utile, ma è tardi devo portare i cani nel bosco per l’allenamento quotidiano. Buona serata padrone ci vediamo domani mattina. Ciao Junker, buona sera Janje". E si allontanò.

Il vecchio nobile rimase così solo con il suo servo-guardia-del-corpo in attesa del medico che, al telefono, aveva promesso a Junker di arrivare il più rapidamente possibile.

"Spero tu non abbia parlato con nessuno delle nostre scoperte sotterranee". "Assolutamente no, mio signore", rispose con deferenza il servo. "Ma se mi permette un suggerimento, dopo quello che è successo, mi sembra evidente che a qualcuno di molto potente non è piaciuta  la nostra incursione. La prego non torni mai più laggiù io, comunque, mi rifiuto di accompagnarla". "Sei rimasto ai pregiudizi medioevali, sbagli, ma non riesci a rendertene conto. Io mi sono sentito male per il freddo e lo sforzo. E’ chiaro che tu non vuoi aiutarmi, ma te ne pentirai". Disse il nobiluomo alludendo alla promessa modifica del testamento. Per i suoi ultimi anni aveva solo bisogno di una persona di fiducia ed ora aveva intuito quanto affetto nascosto potevano celare i modi freddi di quella povera cameriera svenuta appena lo aveva intuito morente. Probabilmente la madre l'aveva informata di quanto era accaduto tra loro, ma quella gente era forte e orgogliosa; volevano ottenere chiedendo il meno possibile. Sarebbe stato molto piacevole poter aprire il suo vecchio cuore a quella bella fanciulla che tanto gli ricordava la madre quando lui l'aveva voluta per la prima volta. E poi a chi mai avrebbe lasciato i suoi averi?. Quel Junker non meritava nulla, nemmeno le briciole, era solo stupido e superstizioso. Oppure si, giusto le briciole per assicurarsi la sua assistenza sino alla fine. Sto diventando vecchio e debole.

Questi erano i pensieri  del vecchio Carl; mai da giovane avrebbe ceduto le sue sostanze ad una servetta, seppure fosse stata sua figlia. -Mi sto adeguando ai tempi, sto arrendendomi alla rivoluzione francese? Ho ancora dei dubbi, ma non ho figli, dalla famiglia mi sono allontanato per sempre dopo essere stato costretto a studiare per divenire cardinale. E ora come prelato che ha lasciato la toga non sarò mai riaccettato, ma soprattutto è il mio cuore  che mi suggerisce di seguire,  finalmente, il mio istinto anche contro i principi dei miei avi-.

Questi erano i pensieri che vorticavano nel cervello del vecchio mentre aspettava.

Il dottore entrò nel palazzo proprio in quel momento, interrompendo quei pensieri “scandalosi”.

Dopo una visita accurata il medico, compagno di caccia del nobiluomo, espresse il suo parere: "Carl devi rassegnarti al fatto che non sei più giovane, non so quale sforzo sia stata la causa del tuo malore, ma è evidente che il tuo vecchio cuore non può più permettersi di sopportare certe fatiche. Promettimi che da oggi limiterai la tua attività fisica alle passeggiate in giardino senza più lavorare nella serra quando fa caldo o seguire l’addestramento dei cani. Se mi ascolti abbandoni anche la caccia, ormai è troppo faticosa per te”.

“Certo la fate facile voi, dottori, basta fumare, basta mangiare bene, basta donne e, adesso, anche basta caccia. Ma forse è meglio morire prima, ma mangiando a piacere, fumando e gozzovigliando anche con il sesso.

Meglio morire contento che vivere sempre scontento!”. Ma mentre diceva queste parole a voce alta, dentro di se stava pensando: -E se rinunciassi a tutto, ma mi guadagnassi l’affetto di quella figlia mai riconosciuta? Forse la vita non è fatta solo di tradizioni, apparenze e ricchezza, forse gli affetti non sono solo un racconto per donnicciole…-. E con questi pensieri per la testa si avviò nelle sue stanze.

 

DUE SECOLI DOPO. NEL “MEDESIMO?” PALAZZO

LA NEO SPOSA INCONTRA LA SUA “STALINGRADO”.

 

Superati oltre due secoli, eccoci ai giorni nostri all’interno del palazzo, forse quello di fianco o il medesimo di quello nominato sopra? Oggi comunque di proprietà del marito di Jaqueline.

 

Passò poco tempo e la neo sposa Jaqueline cominciò a dubitare seriamente sul fatto che Emanuel fosse l’uomo premuroso ed attento che aveva conosciuto prima del matrimonio. Un mese dopo la fine della luna di miele il marito si era rivelato distratto e occupato in quelli che lui chiamava affari in giro per il mondo. Jaqueline lo minacciò di riferire tutto a suo padre, ma Emanuel sapeva bene quanto poco suo suocero volesse occuparsi della figlia, così pensò che sarebbe bastato isolarla nella lussuosa residenza di S. Pietroburgo.

Ora Jaqueline poteva parlare con l’esterno solo alla presenza del marito a causa di un presunto terribile esaurimento nervoso. Emanuel aveva scelto medici e servitori adeguati, tutti personaggi legati in qualche modo ad una totale fedeltà nei suoi confronti.

L'anima di Jaqueline si era ghiacciata come il lunghissimo inverno di San Pietroburgo. Non riusciva ad intravedere alcuna via di scampo. Il padre non aveva risposto alle sue commuoventi lettere, forse non le aveva mai ricevute. Nemmeno l'immenso albero di Natale, addobbato con cristalli Swarovsky nel suggestivo giardino del palazzo, riusciva a placare il terrore che si era impadronito di lei soprattutto nelle lunghe notti insonni.

 

Abituata alla luce dei riflettori, abituata a vedere accontentato ogni suo capriccio, la sua autostima all’improvviso crollò drasticamente. Non aveva nessuno con cui confidarsi e di cui fidarsi. Le poche “quasi” vere amiche raggiunte al telefono, dopo avere sentito solo raffiche di lamentele concitate, si erano convinte che Emanuel avesse ragione; Jaqueline era improvvisamente impazzita.

 

 

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