IL TRITTICO DEL ROCCIAMELONE
"flamingucum auricalcum"
Siamo a Susa, Piemonte, e nel Museo
Diocesano di arte sacra
www.centroculturalediocesano.it, tra le pregevoli collezioni dal VI
al XIX sec. spicca l'interessante storia del "Trittico di Rocciamelone".
Di questo altarolo (Il trittico del
Rocciamelone)si parla, poco dopo il 1585, in una scrittura epigrafica
intitolata "Inscrtioni dell'antiche pietre marmoree, che si trovano
in diversi luoghi di Susa" la quale è ritenuta da Carlo Promis come
opera del teologo Guglielmo Baldesano (1545-1611).
"Iscrizione in una statua della
Modonna i bronzo sopra il monte di Rochamellone ove vi è gradissima
devotione in honore della Beata Vergine: -Bonifacius Rotarius Civis
Ast.huc me apportavit die prima septembris MCCCVII-" da "Il Trittico
di Rocciamelone", Andrea Zonato, Susa Centro Culturale Diocesano, Museo
Biblioteca, archivio.
Nota è anche la devozione di Carlo
Emanuele II, testimoniata dal ricordo della sua salita al monte
Rocciamelone nel 1659. L'altarolo viene anche nominato dall'esposizione
al Castello di Rivoli nel 1673, alla sua collocazione in San Paolo e
successivamente in San Giusto (chiese di Susa).
L'effige "incisa in bronzo" risulta
anche nella guida di Cesare Sacchetti che ci ha fatto pervenire anche la
leggenda che vuole il trittico come ex-voto di Bonifacio Rotario per una
promessa durante la prigionia come crociato in Terrasanta.
Il trittico del Rocciamelone è nominato
dal tedesco Hans Eichler, il quale aveva scritto una "Disssertation"
sulle lastre di ottone utilizzate come lapidi funerarie e prodotte dalle
botteghe fiamminghe dal XIV sec. (Hans Eichler, Flandrische gravierte
Metallgrabplatten des XIV, Jahrhunderts, in "Jahrbuch der Preussichen
Sammlungen", 54, 1933, pp.199-220. Le valutazioni di Eichler sono
condivisi anche da Hugh Keith Cameron, Malcom Norris e la recente Lynda
Dennison, studiosa di miniature, nonché da Ludovic Nys.
Enrico Castelnuovo, nel 1961, indica il
manufatto come franco-fiammingo e Giovanni Romano lo nomina a proposito
della mostra sul patrimonio artistico della Valle di Susa nel 1977,
inoltre lo collega agli ornati delle vetrate fiamminghe e nota il
carattere anticipatore dello stile rispetto ai vetri parigini di Jean de
Bondol. Ricerche accurate hanno anche confermato la presenza di
Bonifacio Rodero nelle Fiandre nel 1358 avendo ottenuto il permesso di
residenza.
La fama delle lastre funerarie
fiamminghe di ottone inciso erano notissime nei secoli XIV e XV tra i
personaggi più ricchi del nord-Europa: vescovi, mercanti ed anche il re
di Danimarca che erano clienti delle botteghe di Tournai, Bruges e Gand.
Queste opere sono ancora visibili sui monumenti funebri nelle chiese del
Belgio, ma anche in quelle francesi, spagnole, inglesi, tedesche e
polacche.
Nel 1365 a Lubecca Herman Gallin
esprimeva volontà scritta di coprire la sua tomba con "unum
flamingicum auricalcium figurationibus bene factum lapidem funebralem".
Le lastre di ottone si formavano
colando il metallo nella sabbia o fra due pietre; la lega era composta
da un'80% di rame, un 17% di zinco e piccole percentuali di stagno,
piombo, il tutto veniva forgiato a freddo e battuto per arrivare allo
spessore voluto, solitamente 5mm. L'incisione avveniva esclusivamente
con il bulino. I solchi creati erano riempiti con una specie di mastice
fatto di resina e pece, al fine di rendere piano il risultato finale.
Il nostro altarolo pare sia l'unico
manufatto di arredo liturgico, oggi conservato e prodotto da quegli
artisti-artigiani fiamminghi.
Il trittico è collocato da Eicher per
iconografia e stile con un unico atelier che fu attivo per un
secolo.
La decorazione a racemi del fondo può
essere assimilato a un repertorio ben consolidato
confrontandolo con le lastre di Walsokne (1349) e Brauche (1364);
riferendosi agli ornati delle vetrate normanne: girali a foglie
polilobate delle vetrate della chiesa di Saint-Ouen a Ruen, e le
foglie allungate della cattedrale, sempre di Ruen. Idem per
l'inquadratura architettonica del trittico che appaiono avvicinabili
alle arcate trilobate e traforate. Altrettanto vale per i riccioli a
ciocche e l'espressione corrucciata come nelle figure barbute della
lastra dei vescovi Gottfried e Friederich von Bülow (1375). Così pure la
maiuscola gotica data il lavoro alla fine degli anni Cinquanta, vedi la
lastra di Albert Hovener a Stralsuld.
Lo stile bizantino dell'Elousa, la
Vergine della tenerezza, si ritrova nel nostro trittico nell'atto del
figlio che accarezza la Madre; più volte utilizzato nel primo '300 degli
avori e nella staturaria, vedi la Vergine con Bamnino di Jeanne d'Évreux
e nella Madonna della Cattedrale di Anversa. Mentre la Vergine coronata
e la grande ricaduta di pieghe dell'abito avvolta da una mano con
braccio e spalla destra scoperti, si ritrovano nell'arte dell'Ile-de-France
e in un lavoro quasi coincidente con il nostro trittico lo si trova
nella Madonna della Cattedrale di Sees in Normandia. Il precedente più
famoso è La Vergine dell'Adorazione dei magi nelle Heures di Jeanne d'Évreux
miniate di Jean Pucelle. Altrettanti riferimenti si trovano in Jean de
Bondol, pittore di Bruges che lavorò alla corte di Carlo V. |