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più sotto trovate una serie di recensioni su alcune mostre, eventi...

 degli ultimi anni,informazioni sul più grande pittore vivente, per lo

meno il più quotato nel mondo dell'arte internazionale, Piter Doig ed altro

BRESCIA "L'ETA' DEL RAME":  26 gennaio - 15 maggio

Il periodo di Ötzi, l'uomo ritrovato nel ghiaccio al Giogo di Tisa.

L'età del Rame fu un periodo di cruciali trasformazioni tecnologiche, economiche e sociali in Europa.

-La mostra è in territorio bresciano, il medesimo che vide nel XIX secolo spettacolari scoperte archeologiche relative al periodo storico compreso tra il 3.400 e il 2.200 a.C.:

-Necropoli di Remedello Sotto, scoperta nel 1884

-Tombe della cultura del vaso campaniforme di Santa Cristina di Fiesse e di Ca' di Marco

-Palafitta di Polada, comune di Lonato, che ha dato il nome alla cultura dell'antica età del Bronzo nell'Italia settentrionale; periodo immediatamente successivo all'età del Rame.

Recentemente gli scavi al riparo Valtenesi di Manerba del Garda, al riparo Cavallino di Monte Covolo e al riparo Corna Nibbia in Valsabbia, hanno rivelato una grande complessità di riti funerari tipici delle vallate alpine e pre-alpine, in contrapposizione a quelli padani:

-da un lato Remedello, Vologno, Fontanella Mantovana e altro nella pianura, dove si praticavano sepolture singole  con corredo differenziato per età, sesso e ruolo sociale, dove l'identità dell'individuo venne mantenuta anche dopo la morte

-dall'altro lato sepolture collettive in grotticelle naturali, in ripari sottoroccia, in monumenti megalitici come ad Aosta e in Alto Adige in cui l'identità individuale viene annullata e le ossa rimescolare con quelle di anonimi antenati, come a realizzare una sorta di identità collettiva.

L'affermarsi della metallurgia del rame corrispose ad un'epoca di grandi innovazioni: la ruota, il carro, l'aratro e lo sfruttamento della forza di trazione animale, lo sfruttamento die pascoli in quota, la produzione della lana, dei latticini, di bevande alcooliche...con l'uso di Bicchieri Camapniformi per bere l'idromele.

-In quest'epoca la produzione di armi raggiunge un primo piano ed è presente anche  nei corredi funerari e nell'iconografia delle statue-stele; come in Valcamonica, vedi i due massi di Cemmo.

-L'iconografia delle stele antropomorfe e delle statue-stele dell'area alpina, rappresenta i maschi in tenuta cerimoniale con sfoggio di armi, qui per la prima volta (in queste zone) l'uomo ostenta armi per uccidere...

In mostra anche le recenti scoperte a sud del Po, dove hanno rivisto  la luce due tombe campaniformi di Parma e la necropoli di Forlì, coeva a quella di Remedello.

Un'intera sezione della mostra è dedicata all'uomo venuto dal ghiaccio: vi è esposta una copia perfetta della mummia di Ötzi e vi si rivelano i particolari emersi dopo anni di studi scientifici: materiali rinvenuti, evoluzione sociale (incremento demografico e maggiore articolazione e gerarchizzazione della società), economica e tecnologica dell'epoca.

Nella mostra non sono trascurati gli aspetti che riguardano i flussi commerciali e culturali attraverso l'Europa.

Museo Diocesano di Brescia, Via Gasparo da Salò  13, tel. 030.40233; www.museodiocesanobrascia.it www.etadelrame.it orari: 10-12/15-18, ingresso 5 €, scolaresche ingresso gratuito.

Primitive

Per la prima volta in Italia il più importante progetto espositivo

dell’artista e regista thailandese Apichatpong Weerasethakul

Un’immersione nell’immaginario onirico ed evocativo di uno dei protagonisti della scena artistica e cinematografica di oggi 

HangarBicocca 7 marzo – 28 aprile 2013

Apichatpong Weerasethakul – vincitore della Palma d’Oro al Festival del Cinema di Cannes del 2010 (con il film Uncle Boonmee Who Can Recall his Past Lives), protagonista dell’ultima edizione di Documenta – è considerato sia in ambito cinematografico che artistico uno degli autori più influenti dell’ultimo decennio, grazie alla sua capacità di integrare nello spazio formati, dimensioni, fonti visive e sonore diverse, costruendo nuove forme di visione delle immagini in movimento.

Il Progetto

Primitive nasce come un progetto collaborativo con i giovani abitanti di Nabua, villaggio nel Nord della Thailandia, che fu messo sotto assedio, dagli anni ‘60 agli anni ‘80, dall’esercito thailandese. Nel 1965 una ribellione degli agricoltori diede luogo a una cruenta battaglia a cui seguirono lunghi anni di violenze che portarono alla fuga degli uomini, lasciando il villaggio abitato solo dalle donne e dai bambini. Gli adolescenti del luogo, figli e nipoti dei ribelli di un tempo, con i quali il regista ha vissuto, lavorato, condiviso momenti della giornata, danno vita a un’opera d’arte partecipata dove la vitalità e l’energia dei ragazzi si fondono con il linguaggio narrativo dell’artista.

Apichatpong Weerasethakul, il cui progetto artistico coincide quasi totalmente con le proprie scelte di vita, trascorre lunghi periodi alla ricerca delle storie per i suoi film, esplorando i luoghi del suo Paese legati alla memoria collettiva e quella personale. Lavorando e vivendo per lunghi periodi con coloro che poi diventano i protagonisti delle sue opere, l’artista prende spunto dalle vicende di vita delle persone incontrate, intrecciandole con le proprie visioni in un racconto frammentato e visionario che è la cifra artistica delle sue opere.

“La presenza dei ragazzi ha reso l’aria di Nabua respirabile” racconta. “Così Primitive è diventato il ritratto di una generazione di adolescenti discendenti da contadini comunisti. Ero affascinato dai loro tagli di capelli, dal loro abbigliamento alla moda. Era il look delle popstar thailandesi e coreane. [Preparando Primitive] Ho sognato di produrre una rock band di Nabua. E loro hanno sognato di diventare attori!” racconta l’artista. (Da Apichatpong Weerasethakul, a cura di James Quandt. Filmmuseum Synema, 2009)

Primitive – oltre le vicende storiche e biografiche a cui è legato – è un ritratto universale di una generazione di giovani che forse ha perso il senso della storia ma non l’energia e la speranza necessarie per immaginare un futuro migliore.

Con un linguaggio dirompente che fonde modalità e codici produttivi e travalica le frontiere dell’arte e del cinema, Apichatpong Weerasethakul riafferma le origini e l’identità di un luogo dimenticato e di una popolazione negletta e li proietta verso il futuro con la forza di sentimenti universalmente incorruttibili come l’amicizia, l’unione, il desiderio di evasione. I fatti reali si innestano nella leggenda, nella favola e nel racconto: in questo senso il lavoro di Apichatpong Weerasethakul pone un nuovo paradigma sia nel campo del cinema sia in quello dell’arte, dimostrando come i confini fra accadimenti, documentazione, memoria e ricostruzione siano sottili e ambigui e sempre influenzati dallo sguardo di chi racconta.

 

Primitive è stata prodotta e commissionata dalla Haus der Kunst, Monaco e FACT, Liverpool e co-prodotta da Illuminations Films, Animate Projects e dalla casa di produzione di Apitchatpong Kick the Machine.

 

L’artista

Apichatpong Weerasetakul è nato nel 1970 a Khon-Khaen, nel nord della Thailandia, dove è cresciuto. Ha studiato Architettura e in seguito si è specializzato in filmmaking all’Art Institute di Chicago. Come regista, è l’autore che ha più influenzato l’ultima generazione di giovani cineasti indipendenti e artisti visivi che lavorano con video e film. Ha ricevuto numerosi premi tra i quali la Palma d’oro a Cannes nel 2010 e il premio della Giuria di Cannes nel 2004 per Tropical Malady. Nel 2010 il film Syndromes and a Century è stato dichiarato il miglior film del decennio in occasione del celebre The Best of the Decade: An Alternative View organizzato dalla Cinematheque del Toronto International Film Festival, vincendo una  competizione conregisti come Abbas Kiarostami, Ingmar Bergman e Jean-Luc Godard.

In ambito artistico è stato il primo artista a ricevere il Fine Prize dal 55th Carnegie International, USA e il suo lavoro è stato presentato nel 2012 a Documenta di Kassel. Le sue opere sono state esposte in importanti musei nel mondo tra i quali il New Museum di New York e il Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris. La Tate Modern di Londra ha acqusito in collezione una sua opera.

 

 

Roma: "SULLA VIA DELLA SETA. ANTICHI SENIERI TRA ORIENTE E OCCIDENTE" al Palaexpo sino al 10 marzo 2013

Il bellissimo libro "Diavoli stranieri sulla via della seta"  ci ricorda che fu il massiccio himalayano a determinarne la nascita. Infatti esso impediva il contato diretto tra Cina e India e quindi la diffusione del buddhismo. Fu così che il buddhismo e la sua arte furono costrette a scegliere vie più contorte offrendo un ruolo centrale al regno di Gandhara, nella valle oggi pachistana del Peschawar, già sede di fusione tra il buddhismo indiano e l'arte greca introdottavi da Alessandro Magno.

Pare che ad aprire questa via fosse stato un viaggiatore cinese, Chang Ch'ien, il quale nel 138 a.C. fu inviato dall'imperatore Wu-ti verso ovest in cerca di alleanze militari.

I romani scoprirono la seta decine di anni dopo nella guerra contro i Parti che indossavano il prezioso tessuto.

Poco dopo il filo di seta rappresentava il massimo del lusso a Roma.

La via della seta diviene sempre più importante soprattutto dal punto di vista commerciale  e così si arricchisce di nuove oasi e fa rifiorire antiche città.

Questo traffico pare interrompersi nel XVIII secolo, famosi centri vengono inghiottiti dalla sabbia del deserto sino al 1863 quando gli inglesi iniziano la loro esplorazione ufficiale dell'India.

Nel 180 si apre la prima delegazione commerciale a Kashgar insieme a giganteschi traffici di razzie archeologiche.

Oggi l'antica Kashgar vive ancora le contraddizioni descritte da Marco Polo: " Qui vivono di mercanzia e d'arti. Egli hanno begli giardini e vigne e possessioni e bambagia assai; e sonvi molti mercanti che cercano tutto il mondo; e sono gente iscarsa e misera, che mal mangiano e mal beono".

Kashgar risulta ancora oggi divisa tra l'etnia indigena degli uighuri fascinosa e miserabile e la nuova ricca etnia cinese-moderna sanz'anima.

Il nome seta deriva dalla popolazione dei seri, antico nome dei  cinesi.

All'antica corte ottomana di Istambul, nel palazzo Topkapi, si usava un prezioso laccio di seta per strangolare i principini indesiderati.

Gli indiani usavano fazzoletti di seta per strangolare le vittime sacrificate alla dea Khalì.

Da Vermeer a Tiziano l'arte immortale sfavilla di sete per damaschi, organze e broccati.

Di Velasquez si possono ricordare serici neri monarchici, come gli scintilii delle opere di Van Dyck figlio di un setaiolo.

Van Eyck dedica un ritratto al drappiere Giovanni Arnolfini di Lucca città che precedette Como come capitale della seta.

Jan Six, che fece fortuna con la tintura della seta, fu immortalato dal grande amico Rembrandt.

Baudelaire a Oscar Wild, quest'ultimo considerava il satin giallo un antidoto al mal di vivere e coprì il ritratto di Dorian Grey con del raso color porpora, ci ricordano papillons, fusciacche, cravatte e foulards.

Mariano Fortuny con i suoi veli plissettati come pepli greci e poi Christian Dior, Roberto Cappucci; tutti maestri nel trasformare la seta in abiti scultura.

E poi sulle calze di seta ci sarebbe anche molto da dire.

 

MERITA UNA VISITA

"FONDAZIONE TERRUZZI VILLA REGINA MARGHERITA"www.fondazioneterruzzivillamargherita.it

LA VILLA

A Bordighera è aperta una delle piu' notevoli collezioni d'arte private europee; un grande patrimonio artistico oggi a disposizione del pubblico.  Si tratta di un importante intervento che unisce pubblico e privato, sostenuto dalla Regione Liguria. I visitatori potranno apprezzare non solo la prestigiosa collezione d'arte Terruzzi, ma anche la mirabile architettura, del Broggi (formatosi alla scuola del Boito), la biblioteca specializzata in storia dell'arte, un ricco bookshop, una panoramica caffetteria,  un gabinetto di restauro e un bellissimo giardino. Il tutto valorizzerà ancor meglio il patrimonio paesaggistico e culturale locale formato dalle vicine ville: Bicknell, Pompeo Mariani e Garnier e poi dai Giardini Hambury a Ventimiglia, da Villa Grock a Imperia e da Villa Nobel a Sanremo. Un'occasione per vedere o rivedere un prezioso angolo d'Italia che fu tanto vistato e amato anche da Monet che se ne innamorò con Renoir e vi tornò per dipingervi ben 38 tele. Moltissime sono le grandi personalità legate a Bordighera, tra le tante: Charles Garnier, l'architetto francese progettista dell'Opéra di Parigi, del Casinò di Montecarlo  e dell'Osservatorio di Nizza. Inoltre a Bordighera progettò villa Bischoffsheim (ribattezzata Etelinda), il Municipio, la chiesa Terrasanta e Villa Studio, oltre alla sua abitazione. Anche Evita Peron visitò Bordighera e vi inaugurò la passeggiata a mare.

L'editore SKIRA, per l'occasione, ha presentato un catalogo ricco di storia e di immagini; indispensabile per una migliore comprensione dell'insieme. Il catalogo SKIRA è in vendita nel bookshop della villa.

"Quando voglio pensare a qualche cosa di piacevole e di riposante, mi viene subito davanti agli occhi la mia cara villa di Bordighera". Così scrisse la regina Margherita nel 1923.

Nel 1879 Sua Maestà la regina, era stata in incognito a Bordighera per due mesi; costretta ad allontanarsi dalla capitale, trovandosi in precarie condizioni di salute dopo l'attentato a Umberto.

Trent'anni dopo, quando la regina volle costruirsi una residenza rivierasca pensò proprio all'amata Bordighera.

Il nuovo edificio aveva una sua peculiarità architettonica: il suo stile era unico nel contesto locale, come pure nel percorso professionale dell'arch. Boggi, e fu definito come "Barocchino del '700" d'ispirazione lombarda.

La grande hall è illuminata dalle vetrate artistiche della ditta Corvaja e Bazzi di Milano, mentre gli stucchi sono opera di Tommaso Bernasconi. Nella biblioteca si incontrano le librerie, i tavoli e le sedie originali; disegnati appositamente dal Boggi nel medesimo stile della villa. La villa venne ultimata nel 1915 secondo le idee della sovrana che non tenne in alcun conto le tendenze del momento. Infatti nel 1914 compariva il Manifesto dell'architettura futurista, mentre Boccioni e Sant'Elia si dichiaravano contrari a ogni revaival.

Anche l'ascensore della villa, oggi in un ambiente di servizio che si affaccia sulla sala da pranzo, non tradisce lo stile dell'insieme. Si tratta di un manufatto in legno bianco con la parte frontale sormontata dallo stemma personale della regina e l'interno foderato di specchi.

Da segnalare anche l'inginocchiatoio della sovrana della metà del XVIII secolo. Realizzato da Pietro Pifferi con pregiatissimi legni e intarsi in avorio e tartaruga.

Le stanze più belle del primo piano sono lo studio e la camera della regina; qui si incontrano le tempere di Tommaso Bernasconi che immortalano le vedute delle varie residenze regali. Belle le maioliche belghe usate come piastrelle per il "gabinetto di toilette".

LA COLLEZIONE.

Il progetto allestitivo della collezione Terruzzi è curato da Michelangelo Lupo e comprende, tra l'altro, preziose tavole a fondo oro del Tre/Quattrocento di importanti autori toscani quali: Giovanni del Biondo, Bicci di Lorenzo e Bartolomeo Vivarini, tutte collocate nella Cappella e nella sala antistante. Tra i capolavori dell'arte della scuola ligure del Seicento sono di grande impatto emotivo le tre tele di Gioacchino Assereto, la Santa Caterina di Bernardo Strozzi e quasi una vera a propria monografia delle opere di  Alessandro Magnasco, ammirato anche dal Gran principe Ferdinando de' Medici. Il  bizzarro Lissandrino è presente con uno dei suoi rari dipinti a figure grandi.

La pittura napoletana è rappresentata da Luca Giordano con tre tele, delle quali due sono di dimensioni molto importanti e poi: Paolo de Matteis, Giuseppe Recco e Fracesco de Mura.

Mentre la scuola emiliana è degnamente rappresentata da Giuseppe Maria Crespi con due opere degne di attenzione: Il Ritrovamento di Mosé e L'Adorazione dei Magi.

Al primo piano un notevole Cristo alla colonna, di ispirazione caravaggesca che dialoga con L' Adorazione dei pastori e San Gerolamo leggente di Jusepe de Ribera detto lo Spagnoletto.

Da segnalare anche la Ghirlanda di frutti con allegoria dell'estate di Baccio del Bianco e Felice Fichelli ('600) e due opere del Maestro della Fruttiera Lombarda, misterioso artista che ha attirato l'attenzione di Federico Zeri e Mina Gregori, indiscussi studiosi di nature morte.

E poi: Giovanni Stanchi, Giovanni Baglione, Baciccio, Agostino Carraci, Giuseppe Zonchi, Pietro Paolini...e tra i francesi: Jean-Baptiste Lallemand, Piat-Joseph Sauvage e molti altri. 

Al secondo piano sono in mostra. il servizio di piatti di Sèvres, databile 1760 e i 381 pezzi del Servizio Minghetti della famosa manifattura bolognese,  insieme a opere del miglior paesaggismo italiano del Settecento di Paolo Anesi e Giuseppe Zocchi. L'arredamento consiste in alcuni splendidi pezzi settecenteschi di artigianato francese e ferrarese. Benedetto Gennari è presente con un'Allegoria della pittura e del disegno, mentre Pietro Paolini è l'autore di Giocatori di Carte. Di grandi dimensioni sono le Scene pastorali di Francesco Londonio insieme ad altri lavori del medesimo autore, acqueforti comprese. Jean-Baptiste Oudry, figura importante del naturalismo francese del Sei/Settecento, qui è presente con quattro pannelli raffiguranti volatili. Altri autori sono Andrea Locatelli e Hendrik Frans Van Lint, fiammingo naturalizzato romano.

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Nel bellissimo parco, ricco di alberi precedenti la costruzione della villa, verranno a breve introdotte le rose della specie Reine Marguerite d'Italie, profumatissime, rare e dedicate alla regina.

Mostra temporanea “Margherita, Regina d'arte e cultura” dal 19 giugno al 18 settembre 2011
Informazioni e prenotazioni: tel. 0184 276111 - www.fondazioneterruzzivillamargherita.it  
Orari: da mercoledì a domenica 15.30 - 23.00 nel periodo dal 1° maggio al 30 settembre; 10.00 - 17.30 nel periodo dal 1° dicembre al 30 aprile. La Villa resta chiusa nei mesi di ottobre e novembre.
Biglietti: intero 8 €, ridotto 6 € gruppi più di 15 persone, over 65, minori di 18 anni, ridotto scuola 4 € scolaresche delle scuole primarie e secondarie, gratuito 0 € bambini inferiori ai 6 anni, accompagnatori scolaresche, accompagnatori gruppi, accompagnatori disabili.

Un mezzo elettrico, su richiesta, trasporterà i visitatori con problemi di deambulazione sino all'ingresso della villa.

Sono previste visite guidate per gruppi di 15 persone.

 

 
 

GMOSTRE TERMINATE

GGraham Sutherland.
Considerato, alla pari dell'amico-rivale Francis Bacon, uno dei capiscuola della pittura britannica contemporanea, molto amato dai più importanti critici della seconda metà del Novecento - quali Francesco Arcangeli, Roberto Tassi, Giovanni Testori - Sutherland viene riportato all'attenzione del pubblico e della critica per iniziativa della Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo (Parma) dall'8 settembre al 9 dicembre 2012, attraverso un'attenta selezione di opere, provenienti da collezioni riservate e in parte mai esposte, che documentano il suo percorso d'artista.
Nei saloni della "Villa dei Capolavori", sede della Fondazione presieduta da Giancarlo Forestieri, accanto alle celebri opere di Dürer, Tiziano, Rubens, Van Dyck, Goya, Monet, Renoir e molti altri, dove spesso il Fondatore Luigi Magnani conversava d'arte con l'amico Roberto Tassi, i lavori di Sutherland trovano così un profilo identitario nella tradizione figurativa europea.
La mostra, a cura di Stefano Roffi, è corredata da un ricco catalogo, impreziosito da un ampio saggio di Martin Hammer, docente presso la University of Kent e consulente scientifico della Tate Britain di Londra, attualmente il più accreditato studioso internazionale dell'artista.
La mostra si avvale anche della collaborazione di Montrasio Arte.
Fondazione Cariparma e Cariparma Crédit Agricole sono i mecenati dell'iniziativa.

Graham Sutherland
(Londra 1903 - 1980) inizia come incisore e insegnante alla Scuola d'Arte di Chelsea. Avvia il proprio lavoro d'artista con grande interesse per il paesaggio, in particolare del Galles, conducendo una lettura critica della tradizione pittorica, senza allontanarsene ma affrontandola dall'interno. Se gli esordi risentono degli influssi del neo-romanticismo inglese, dagli anni "30 la sua pittura si carica di una drammaticità che la rende inquietante e visionaria tanto da farla accostare alla corrente surrealista con cui condividerà la Mostra Internazionale del 1936 a Londra, mostrando influssi di Picasso e di Klee. Sutherland sembra collegarsi soprattutto alle fonti primarie del Romanticismo, alla poetica del "sublime" di Blake, ma nella sua declinazione più amara, un "sublime" negativo espresso attraverso dissonanze cromatiche, segni netti dove tutto appare "dramma e lacerazione", anche in conseguenza dell'esperienza della guerra. Dal 1940 al 1945 viene infatti incaricato ufficialmente di testimoniare in pittura gli orrori del conflitto come "artista di guerra" insieme a Moore e Nash. Nascono così le Devastations, visioni fosche e allucinate delle città inglesi distrutte dai bombardamenti, nelle quali affiorano nuove forme create dal sovvertimento bellico, vero oggetto dell'indagine dell'artista; molte di queste opere sono presenti in mostra. In questo periodo egli intensifica l'interesse per lo studio della figura umana, giungendo a realizzare la nota Crocifissione per la chiesa di St. Matthew di Northampton e l'arazzo del Cristo in gloria nella cattedrale di Coventry. Fama e riconoscimenti gli vengono tributati già a partire dall'immediato dopoguerra con mostre ed eventi a livello internazionale.
L'impegno come artista di guerra l'aveva distolto momentaneamente dal primario interesse per la natura, in virtù del quale si autodefinisce erede spirituale di John Constable. Proposito di Sutherland è rivelare la verità che si cela nelle cose, la pittura è il suo strumento di delazione. È così che egli si dedica a raffigurare brani di natura in parafrasi, destrutturata, riassemblata, reinterpretata, privata della sua riconoscibilità comune e presentata come un infinito e bizzoso mutante, pervicacemente intenzionato a nascondere la propria identità autentica. Lavora su un'idea di paesaggio dove le forme vegetali e minerali vengono trasformate in icone totemiche - le Standing Forms degli anni Cinquanta - che emergono minacciose dal fondo in un'atmosfera densa di suggestioni psicoanalitiche. Dipinge senza gli infingimenti propri del naturalismo tradizionale, rassicurante anche nel rappresentare una tempesta, lasciando intendere di possedere il potere terribile di aprirci gli occhi, di farci conoscere le forme vere e le intenzioni spietate della natura, i suoi disegni oscuri e devastanti, il suo potere assoluto e ineffabile.
Il pittore avverte che le forme naturali che appaiono ai nostri occhi avidi di bellezza non sono che abbagli emotivi, ricostruzioni mentali imposte dal nostro bisogno di sicurezza; la realtà è destabilizzante, non prodiga di leggiadria, ma dura e meccanica, una romantica "terribilità" anti-sublime nella sua naturalistica spietatezza, minaccia reale e non soltanto turbamento letterario. Sutherland coglie questa capacità metamorfica e dipingendola affronta un'indagine sulla vita organica in cui è racchiuso il mistero dell'esistenza; analizzando le forme, ne riconosce il senso ambiguo, disturbante, crudele, ma ponendole in contrasto con l'intensità e a volte con la dolcezza cromatica, ne sa estrarre tutta la poesia e il dramma, con una stratificazione e una complessità formale che gli consentono di dar vita a un immaginario surreale a volte cupo a volte fantastico. Curiose creature nate da strane metamorfosi, dopo alcuni esempi degli anni Cinquanta, compongono il primo Bestiario realizzato nel 1968 a cui segue quello del 1979 dedicato all'opera di Apollinaire; risulta evidente la suggestione che l'artista subisce dalle figurazioni animali della scultura romanica, coi suoi esemplari prepotenti, terrestri e misteriosi, provenienti da una realtà fantastica ma non divina, simboli unitari di esperienza e invenzione.
Sutherland realizza così una personale cosmogonia delle metamorfosi delle forme, esempi della fantasia e della ricchezza della forza naturale, oscuramente aggrovigliata sul proprio mistero. Tra i regni vegetale, animale e minerale vengono meno le divisioni, tutto si connota del medesimo senso di arcaica e arcana indifferenziazione.
Quando, nel 1967, ritorna nel Galles col regista e suo grande collezionista Pier Paolo Ruggerini - che lì gira un film sulla sua vita, proiettato all'inizio dell'esposizione - Sutherland riscopre quel paesaggio che tanta importanza ha avuto nella sua formazione, e si rende conto di quanto esso abbia ancora da offrirgli in termini di motivi e di vocabolario di forme e di colori.
Una frase di Ruskin si presta per sostanziare il suo lavoro: «Indagare la natura, studiarne le leggi di crescita, trarne visioni provenienti dal centro dell'ardente cuore», quindi evidenziare come l'esteriorità della natura venga ricreata per esprimere l'interiorità dell'uomo, con un approccio visivo che si fa visionario nel seguire il pullulare della fantasia e dell'anima.
L'artista è famoso anche per i suoi ritratti, dove evidenzia una pietas degna di Holbein: i volti sono indagati come se si trattasse di brani di natura, a testimoniare una continua ricerca della verità, soprattutto di una verità interiore: un movimento della testa o del corpo, un corrugamento della fronte o un'espressione del volto sono sufficienti a rivelare le pene, i turbamenti di un'intera esistenza, trattati come fermenti sottocutanei. Sono ritratti di amici, dei quali individua la sostanza psichica, il profilo intimo, ma ancor più di celebrità e potenti, come lo scrittore Somerset Maugham, lo statista Winston Churchill e molti aristocratici, non per adulazione ma per cogliere nelle fattezze umane i segni organici dell'esercizio di una strenua volontà di successo e potenza, spesso con pennello inesorabile, al punto che la moglie di Churchill, turbata, distruggerà il ritratto.

SUTHERLAND. Il pittore che smascherò la natura
Mostra e Catalogo a cura di Stefano Roffi, col patrocinio dell'Ambasciata Britannica in Italia.
In collaborazione con Montrasio Arte.
Catalogo Silvana Editoriale, con saggio generale di Martin Hammer e antologia di scritti di Roberto Tassi, testi di Daniele Astrologo Abadal e Ruggero Montrasio, Roger Berthoud, Isotta Langiu, Stefano Roffi, Graham Sutherland.
Fondazione Magnani Rocca, via Fondazione Magnani Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (Parma).
Dall'8 settembre al 9 dicembre 2012. Aperto anche tutti i festivi.
Orario: dal martedì al venerdì continuato 10-18 (la biglietteria chiude alle 17) -
sabato, domenica e festivi continuato 10-19 (la biglietteria chiude alle 18). Lunedì chiuso.
Ingresso: euro 9,00 valido anche per le raccolte permanenti - euro 5,00 per le scuole.
Informazioni e prenotazioni gruppi: tel. 0521 848327 / 848148 Fax 0521 848337 info@magnanirocca.it www.magnanirocca.it Ristorante nella corte del museo tel. 0521 848135
Il martedì ore 15.30 viene organizzata una visita alla mostra con guida specializzata; non occorre prenotare, basta presentarsi alla biglietteria. Costo euro 12,00 (ingresso e guida).

     Ufficio Stampa: Studio ESSECI - Sergio Campagnolo tel. 049 663499 - www.studioesseci.net info@studioesseci.net

La mostra è realizzata grazie a: FONDAZIONE CARIPARMA, CARIPARMA CRÉDIT AGRICOLE. Sponsor tecnici: Angeli Cornici, Aon Artscope Fine Art Insurance Brokers, Gazzetta di Parma, Kreativehouse,
Hotel Palace Maria Luigia, SINA Fine Italian Hotels
, TEP,
Società per la Mobilità e il Trasporto Pubblico.g

 

Poster 20121-11 agosto 2012 FESTIVAL DEL FILM LOCARNO

Lungo i suoi 64 anni di storia, il Festival del film Locarno ha saputo conquistarsi un posto unico nel panorama delle grandi manifestazioni cinematografiche. Ogni anno, ad agosto, la cittadina svizzero-italiana di Locarno, situata nel cuore dell’Europa, diventa per undici giorni la capitale mondiale del cinema d’autore. Migliaia di amanti e professionisti della settima arte si danno appuntamento qui per fare nuove scoperte e condividere una passione per il cinema in tutte le sue poliedriche espressioni. Locarno offre una programmazione di qualità, ricca, eclettica, sorprendente, dove talenti emergenti camminano fianco a fianco con ospiti di prestigio. Ma è il pubblico la vera anima del Festival, come mostrano le celebri proiezioni in Piazza Grande che ogni sera accoglie nel suo magico scenario una platea di 8.000 spettatori. Geograficamente situato al crocevia di tre grandi culture europee (italiana, tedesca e francese), con il suo vasto pubblico multiculturale, il Festival del film Locarno rappresenta un trampolino di lancio unico per nuovi film provenienti da tutte le parti del mondo. Appuntamento irrinunciabile per i professionisti del settore e tappa fondamentale nel calendario dei festival, Locarno rappresenta uno spazio d’incontro molto prezioso, un’occasione per scovare i talenti di domani da un’avvincente selezione di prime mondiali, ed esplorare le nuove tendenze del cinema contemporaneo.

Lontani dalla patina di stress che solitamente copre simili eventi, i professionisti di tutto il mondo trovano qui le condizioni ideali per creare una proficua rete di contatti, tra i diversi workshop o gli informali happy hours organizzati dall’Industry Office. Il Festival di Locarno, interamente dedicato al cinema e ai suoi autori, offre un’esperienza davvero indimenticabile.

Fondato nel 1946, il Festival del film Locarno è uno dei più antichi del mondo insieme a Venezia e Cannes. Ideato come occasione per scoprire nuovi talenti e nuove tendenze, Locarno ha saputo conquistarsi un posto di primo piano sulla scena internazionale, un trampolino di lancio fondamentale per le nuove generazioni del cinema mondiale. Locarno ha spesso riconosciuto, prima di tutti gli altri, la genialità di giovani registi provenienti da tutti gli angoli del mondo – talvolta sin dai loro primi cortometraggi

Il poster della 65a edizione, ideato dall'agenzia Jannuzzi Smith, è il secondo di una trilogia intitolata "La bella e la bestia"


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Una teleferica progettata dal noto architetto Mario Botta porta ancora più in alto fino a Cardada-Cimetta sulla montagna simbolo di Locarno (1670 m). In estate Cardada è il punto d’incontro dei patiti del parapendio e delle escursioni, mentre in inverno è possibile praticare lo sci e lo slittino

La retrospettiva della 65esima edizione del Festival del film Locarno, in collaborazione con la Cineteca svizzera e la Cineteca francese, sarà dedicata al maestro hollywoodiano di origine europea Otto Preminger (1905 -1986).

Il Concorso Cineasti del presente, vero e proprio spazio di scoperta che presenta opere prime o seconde di giovani registi emergenti, sarà protagonista in questa edizione di alcuni cambiamenti che mirano ad aumentarne la visibilità e l’importanza all’interno del Festival. 

La Carte Blanche del Festival del film Locarno sarà dedicata quest’anno al Messico. L’iniziativa, inaugurata nel 2011 con la Colombia, si propone di offrire una finestra sui film in fase di post-produzione di un paese, ogni anno diverso, dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina o del Sud-Est Europa. Carte Blanche vanta il sostegno della Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE).

Sono 12 i progetti provenienti dall'Africa francofona subsahariana selezionati per Open Doors, il laboratorio di coproduzione del Festival del film Locarno. Diverse personalità del mondo del cinema africano hanno inoltre già confermato la loro presenza alla prossima edizione del Festival.

Il regista, sceneggiatore, produttore e videomaker thailandese Apichatpong Weerasethakul presiederà la giuria del Concorso internazionale del 65° Festival del film Locarno.

Il Festival del film Locarno attribuisce quest’anno ad Arnon Milchan il Premio Raimondo Rezzonico per il miglior produttore. Con oltre cento pellicole all’attivo, Arnon Milchan è uno dei produttori cinematografici indipendenti americani più prolifici e di maggiore successo degli ultimi venticinque anni.

Il 65° Festival del film Locarno rende omaggio a Johnnie To con un Pardo alla carriera per il suo straordinario contributo al cinema come regista e produttore. Per l’occasione verrà presentata in Piazza Grande la prima europea di Motorway (Che sau), il nuovo film prodotto da To e diretto da Soi Cheang.

Il regista francese Leos Carax sarà insignito del Pardo d’onore Swisscom nel corso della prossima edizione del Festival del film Locarno.

 

 

TRENTO I cavalieri dell’imperatore: tornei, battaglie e  castelli” Una grande mostra in due splendidi castelli: al Castello del Buon Consiglio e a quello di Beseno; una mostra dedicata alle armi rinascimentali.

Dal 23 giugno al 28 novembre.

Al castello del Buon Consiglio questa atmosfera è ben evidente nel celebre affresco del mese di febbraio di Torre Aquila che immortala il torneo medioevale.

Tra le armature più preziose che verranno in mostra vi è quella forgiata nel 1571 per l’arciduca Carlo II, realizzata per un torneo organizzato in occasione del suo matrimonio, un’armatura da parata del 1550 realizzata dal celebre armaiolo Michael Witz il giovane decorato con foglie di vite, e una splendida armatura per cavallo del 1505-1510 realizzata da Konrad Seisenhofer e Daniel I Hopfer. Oltre a spade, pistole, archibugi e falconetti sarà in mostra anche una tenda militare seicentesca, oltre ad una ricca collezione di dipinti, non solo scene di duelli e battaglie ma anche stampe e ritratti di personaggi e cavalieri, sarà esposto anche il celebre ritratto dipinto di Rubens raffigurante l’Imperatore Carlo V proveniente dalla Residenzgalerie di Salisburgo.

I pezzi provengono dai più importanti museo d'Europa come la Landeszeughaus a Graz, che è il più grande arsenale originale esistente al mondo. E' composto da circa 32.000 pezzi tra armi, armature per la battaglia e quelle per le parate. La Landeszeughaus fu costruita tra il 1642 e il 1645 da un architetto tirolese Antonio Solari. La Stiria che era la zona più prossima al fronte contro l'Impero Ottomano aveva un disperato bisogno di un arsenale di grandi dimensioni.

Molti anche gli oggetti curiosi: una maschera da giostra realizzata per l’arciduca Ferdinando II nel 1557 che raffigura un volto di un turco, i pegni d’amore per i cavalieri, la porta in ferro battuto originale del 1574 dell’Arsenale di Graz.

In mostra vi sarà anche la maglia di ferro (detto usbergo) utilizzata dagli Ussari nel XVI secolo che rivoluzionò il modo di combattere. Realizzata con oltre 25mila anelli di metallo intrecciati tra loro sostituiva le pesanti armature e favoriva comodi movimenti. Per realizzare soltanto un usbergo era necessario un lavoro di oltre sei mesi da parte di abili artigiani del ferro. L’efficacia di queste armature venne meno con l’avvento delle armi da fuoco e archibugi, tanto condannati dall’Ariosto nell’Orlando Furioso perché ritenuti vili e infingardi di fronte al coraggio e all’audacia del cavaliere che combatteva con spada, lancia e cavallo secondo le regole cavalleresche.

Castel Beseno

Costruito sul dosso che domina le valli dell’Adige e del Rio Cavallo, il castello è, con oltre 16 mila mq di superficie, il più vasto complesso fortificato della regione.

Di origini medioevali, già feudo dei Da Beseno e quindi dei Castelbarco, fu rinnovato agli inizi del Cinquecento dalla famiglia Trapp, assumendo l’attuale aspetto di una fortezza rinascimentale, caratterizzata da strutture adatte all’impiego di armi da fuoco.

Nel 1972 le sue imponenti rovine furono donate alla Provincia autonoma di Trento, che ne avviò l'impegnativo restauro.

La strada imperiale

Castel Beseno si affaccia sulla valle dell'Adige, dominandone un ampio tratto, compreso tra Rovereto e Trento. Da qui si scorgono i paesi di Aldeno, Nomi, Pomarolo, Castellano e Nogaredo in destra Adige, quelli di Besenello, Calliano e Volano sulla sponda opposta.

La valle era attraversata dalla strada imperiale (all'incirca l'attuale strada statale) e dalle anse dell'Adige, che oggi appare rettificato. Il sottostante Castel Pietra era posto di dazio e sbarramento fisico delle due vie di comunicazione. Altri castelli garantivano il controllo della zona: il Còvelo di Aldeno, il castello di Nomi, Castel Barco, Castel Noarna, Castellano e Castel Corno.

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Testo di Franco Cardini (parte)

   “O gran bontà de’ cavallieri antiqui!”. E’ uno dei versi più celebri dell’Orlando furioso, e forse quello più significativo, la chiave di tutto: dell’ironia e della nostalgia, i due fiori sbocciati già alla fine della stagione medievale dell'epica con Matteo Maria Boiardo e ancor vividi e profumati al tempo del tramonto, col capolavoro di Miguel de Cervantes. Il cristiano Rinaldo e il “pagano” Ferraù – avatara rinascimentali di due reoi dell'epica dell'XI-XII secolo -  se le stanno dando di santa ragione, non già per il trionfo della loro rispettiva fede però, bensì per gli occhi e per le grazie della bella Angelica: al quale però, sdegnandoli entrambi, prestamente s’invola. Accortisi della fuga della bella, i due cavalieri si danno a inseguirla:  Ferraù fa salire Rinaldo in groppa al suo cavallo, ed entrambi, nemici e di fede religiosa diversa, corrono abbracciati all’inseguimento. Ludovico Ariosto non può non prorompere, a quello spettacolo, in un’esclamazione ammirata: quella sì ch’era lealtà, quella sì ch’era fratellanza d’armi!

    E’ peraltro difficile non cogliere, al di sotto di tanta ammirazione, l’incredulità, l’ironia e lo scetticismo. Così narrano i cantari: ma sarà poi vero? E se lo fosse stato – si chiede il poeta, che appartiene pur sempre all’età del Machiavelli – sarebbe stato davvero saggio questo troppo scrupoloso rispetto per il nemico? E se ciò poteva accadere nelle età passate, oggi certo non è più così.

   Il fatto è che siamo dinanzi a un topos antico quanto il mondo. Il generoso eroismo, quello che noi occidentali siamo usi riassumere nel significato più profondo della parola “cavalleria”, è nato morto: nel senso che è sempre stato, per definizione, patrimonio degli antichi eroi, del tipo di quelli che non nascono più. Era già vero nell’Iliade.

   Ma se la lealtà e la generosità degli eroi antichi  è finita, ciò non significa che non sia un modello. Al contrario. Anche perché la gente di guerra sa bene che lealtà, cortesia e generosità sono, nel combattimento, la prima e la più sicura forma di reciproca assicurazione. Regole semplici, eppure frutto di attenta e rigorosa elaborazione culturale. Non si attacca a tradimento; non si colpiscono gli inermi o i palesemente inferiori sotto il profilo fisico; non s’infierisce sui feriti, su chi si arrende sui prigionieri; non si nega pietà a chi la chieda. Una visione etica dello scontro, sottostante alla quale c’è una visione giuridico-sacrale: non v’è confronto di forza che non sia anche un iudicium Dei, alla luce del quale è il migliore che deve prevalere. Sul versante opposto, la visione utilitaristica: la guerra è un mezzo per affermare la propria volontà di potenza, che è “naturale” conseguire con qualunque mezzo (“in guerra, in amore e in commercio tutto è lecito”).

   Il principio etico è quello che sostiene il concetto e la prassi – ormai desueti entrambi, nonostante la persistenza d’una normativa internazionale -  delle cosiddette “guerre convenzionali”, che si combattono appunto tenendo presente delle precise Convenzioni, dei trattati sottoscritti dai contendenti. E’ stato normale tra Otto e Novecento, ma è obiettivamente paradossale, che fossero proprio le guerre convenzionali ad essere prese di mira dai pacifisti. così com’è stato e resta normale, per paradossale che sembri, il fatto che molti pacifisti finiscano  col simpatizzare con o addirittura col prediligere la guerra di guerriglia, la guerra selvaggia e senza regole, combattuta tuttavia nella consapevolezza soggettiva (cioè nella soggettiva presunzione) di star dalla parte della Verità e della giustizia, quindi di star combattendo in fondo una Guerra Santa. In questo modo, però, chi si oppone alla guerra rifiuta, di fatto, le sue regole: e si colloca in una prospettiva dalla quale tutto è lecito sul piano dei mezzi pur di affermare un fine ch’è per definizione giusto.

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MILANO Dal 22 giugno al 2 settembre 2012 HangarBicocca presenta Equilibrando la curva, una mostra dell’artista cubano Wilfredo Prieto, che vive e lavora tra l’Avana e New York. Costituita da opere e installazioni di sorprendente immediatezza visiva, di cui la maggior parte realizzate appositamente per gli spazi di HangarBicocca, questa importante personale, a cura di Andrea Lissoni, mette in scena un universo spiazzante e visionario che invita a leggere la società contemporanea e i suoi macro temi: l’economia, la politica, l’ambiente.

All’apparenza ironiche e giocose, le opere di Prieto analizzano con occhio critico le problematiche e le contraddizioni sociali ed economiche del mondo di oggi, interrogano lo spazio pubblico e i suoi limiti, mettono in crisi convenzioni e stereotipi. Utilizzando oggetti, icone e materiali di uso comune della società globalizzata, l’artista realizza grandi ready-made, ambienti e performance che trasformano piccoli dettagli in imprevisti slittamenti di senso, prodotti di scarso valore in statement politici, modifiche di funzione in immagini perturbanti.

E sono proprio gli oggetti quotidiani - un autobus, un carillon, un tubo da giardino - sempre ripensati e decontestualizzati, i protagonisti di Equilibrando la curva, la più ampia mostra mai realizzata dall’artista fino ad oggi. Negli ampi spazi di HangarBicocca Prieto crea installazioni, ambienti, meccanismi in movimento che destabilizzano ogni aspettativa possibile del pubblico, innescando una reazione a catena di sensazioni stranianti che sottolinea gli elementi di instabilità e imprevedibilità insiti nella realtà che ci circonda.

Il lavoro Wilfredo Prieto utilizza materiali inconsueti prelevati dalla quotidianità e distorti: tra i suoi più celebri interventi le bandiere nazionali private dei loro colori originari (Apolitical, 2001), il red carpet che nasconde polvere e sporcizia (Untitled (Red Carpet), 2007), la banconota da un dollaro moltiplicata con un rimando di specchi (One Million Dollars, 2002), la montagna di diamanti di cui solo uno autentico (One, 2008).  

 

La maggior parte delle opere che costituiscono la mostra sono state prodotte in loco attraverso la stretta collaborazione tra l’artista e lo staff di HangarBicocca, confermando la vocazione produttiva e di ricerca di questo centro per l’arte che ha tra i suoi principali obiettivi la realizzazione di progetti dal carattere fortemente innovativo.  

Biografia

Wilfriedo Prieto (1978, Sancti Spíritus, Cuba) è uno dei più interessanti artisti emersi sulla scena dell'arte contemporanea internazionale nell'ultimo decennio. Diplomatosi in pittura nel 2002 all'Istituto Superiore di Belle Arti de La Habana a Cuba, non ha mai dipinto, impegnandosi piuttosto in una ricerca libera da ogni convenzione, definizione o struttura di disciplina, di genere o di medium artistico. Ha esposto nei più importanti musei internazionali fra cui: il Museo de Arte Contemporáno de Vigo (Marco), Vigo (2011), il Museum of Contemporary Art di Detroit (MOCAD) (2011), il Pinchuk Art Center, Kiev (2010), il Castello di Rivoli, Torino (2010), il CCA Wattis Institute for Contemporary Arts, San Francisco (2009), il PS1 MoMA, New York (2008), lo S.M.A.K., Ghent, Belgio (2008), la Dia Art Foundation, New York (2007). Ha partecipato alla Biennale di Istanbul e alla Yokoama Triennale (2011), alla Biennale di San Paolo e alla Biennale d’Architettura di Venezia (2010), alla Biennale de La Habana (2009), e alla Biennale d’Arte di Venezia nel 2011 e nel 2007 (esponendo nel padiglione italo latino americano). Ha ricevuto numerosi premi fra cui, nel 2008, il Cartier Foundation Award.

 

Altri progetti espositivi

In concomitanza con la personale di Wilfredo Prieto, HangarBicocca ospita, come parte del progetto Opere contro il tempo, l’installazione di Ilya e Emilia Kabakov The Happiest Man, a cura di Chiara Bertola. Presentato nel 2000 presso il centro d’arte Jeu de Paume di Parigi, il lavoro consiste in una grande sala cinematografica al cui interno viene riprodotta una tipica casa russa degli anni ’30: sia dalla platea che dall’interno di questa casa lo spettatore può assistere alla proiezione di pellicole d’epoca.

 

"DINASTIA DEI BRUEGHEL"  a Como Villa Olmo

Una mostra intelligente che evidenzia una famiglia di artisti fiamminghi quasi dimenticata a favore dei più famosi, e insuperabili, Van Eyck e Rubens.

I Brueghel (o Bruegel) si imposero, tra la metà del '500 e il '600, nel gusto della solida borghesia nordica, nell'Europa mondana e alla corte del Cardinale Federico Borromeo, uomo di grandissima cultura.

Il capostipite fu Pieter il Vecchio che si rifece e rielaborò i lavori inquieti del grande Hieronymus Bosch. Figli  e nipoti ne divulgarono l'opera aggiungendo, via, via varie personalizzazioni più o meno marcate.

Non mancano accenni alla cultura lombarda del Cinque-Seicento ed ai corsi d'acqua caratterizzanti le Fiandre e molto importanti per l'Europa dell'epoca, come la zona dei laghi, che comprende il Lario, dove si svolge la mostra.

"I sette peccati capitali" di Bosch sono il miglior punto di partenza per comprendere il lavoro dei Brueghel e, questo quadro, è certamente la più preziosa "reliquia" della mostra.

Il contatto tra Bosch e l'antesignano dei Brueghel lo si deve all'editore-incisore di Anversa Hieronymus Cock, nel cui studio si incontravano pittori, letterati ed altri uomini di cultura dell'epoca come gli alchimisti.

Brueghel, ancora giovane, ebbe l'incarico, da Cock,  di riprodurre una serie di lavori di Bosch per gli incisori.

La prima opera di Brueghel, il Vecchio, "I pesci grandi mangiano i pesci piccoli", è una visione tragica delle spietate leggi naturali e vi si trova tutta la drammaticità e la fantasia del Boch.

Maestro di pittura  del capostipite fu Peter C. van Aelst, pittore di decorazioni, architetto e traduttore di Vitruvio e Serio.

Brueghel, il Vecchio, fece anche un viaggio in Italia, come si cominciava ad usare all'epoca tra gli intellettuali. Raggiunse così lo Stretto di Messina e visitò, tra l'altro, Napoli e Roma, tornando poi dal San Gottardo. Quindi è possibile che abbia anche visitato Como.

Ed è al ritorno da questo viaggio che conobbe Cock.

Brueghel il Vecchio, sposò la figlia del suo maestro e si trasferì a Bruxelles dove dipinse i suoi capolavori come "La Resurrezione".

Brueghel vive l'epoca difficile della Riforma Protestante, durante la quale gli opifici, l'industria più importante del suo Paese, risentono della crisi di tutta L'Europa.  Le terribili condizioni climatiche di quegli anni favoriscono le carestie ed epidemie. E' anche l'epoca della caccia alle streghe, segno di paura e disagi.

L'opera di Brueghel si rifà a simbologie e allegorie che piacciono tanto alla classe borghese emergente. Non può essere insensibile a ciò che lo circonda, ed ecco anche le rappresentazioni dei contadini e i loro vizi quotidiani.

Le opere devono essere di piccole dimensioni per adattarsi agli interni dei nuovi committenti, che non hanno le regge dei nobili. Nasce così una pittura fatta per essere venduta, consumata subito; un anticipo dell'opera d'arte come oggetto consumistico.

Un altro tema dei lavori del capostipite è la natura, poi ben più importante nei lavori dei suoi successori. Si tratta anche delle vedute del viaggio in Italia, paesaggio prediletto da tanti nordici. Tra la natura, oggetti sparsi nascondono una precisa simbolistica, ben riconosciuti dagli uomini di cultura, ma anche ben celati nelle rappresentazioni dell'umanità  goffa e viziosa del popolino.

Il figlio Peter il Giovane, a differenza del fratello Jan, trascorse la vita ad Anversa riproducendo le opere del padre e diventandone un vero promotore della di lui opera.

Jan (1568-1625) si distingue per la sua personalità ed è attirato dall'Italia dove viaggia ripetutamente anche in cerca di guadagno, facilitato dalla sua capacità di tenere i contatti con i mecenati come il Cardinale Federico Borromeo.

Dopo avere dipinto, come il fratello,  scene infernali e grottesche, si dedica alla pittura dei fiori e paesaggi con scene bibliche ed allegoriche.

Dipingerà "I cinque sensi" insieme all'amico Rubens per il re di Spagna. Un insieme di frutti, pollame, cacciagione, carni, oggetti preziosi e quadri; proprio come diventerà di genere nel Seicento.

La famiglia poi si allarga, ma rimane caratterizzata dalle scene di genere. I Brueghel se si possono definire gli antesignani di un certo tipo di pittura, furono certamente forieri di un nuovo modo di intendere il mercato dell'arte, buono per la borghesia, ma anche per i grandi committenti.

 

MOSTRA TERMINATA

MISERIA E SPLENDORE DELLA CARNE Caravaggio Coubert Giacometti Bacon…Testori e la grande pittura europea. RAVENNA 12.2.12-17.6.12

Proseguendo la sua indagine su figure di primo piano della storia e della critica d’arte, il MAR Museo d’Arte di Ravenna, presenta questa mostra che porta il visitatore attraverso cinque secoli d’arte, dalla fine del ‘400 ai giorni nostri. Il tutto attraverso il complesso percorso critico di Giovanni Testori grande amico, allievo e collaboratore di Roberto Longhi.

Si parte dalla rassegna sulla pittura di realtà in Lombardia, che aiutò a comprendere meglio il Caravaggio, dalle figure che ne prepararono l’entrata in scena come Foppa, Moroni e poi Cerano, Tanzio da Varallo, Cairo e quindi il Seicento e Settecento. Questi ultimi appresentati anche da Fra Galgario e Ceruti, per arrivare all’Ottocento di Géricault e Coubert, per Testori  secondo solo al Caravaggio; quindi il Novecento con Grosz, Dix, …Sironi, Manzù, Guttuso…Giacometti, Bacon, Sutherland, Varlin, quest’ultimo una scoperta del Testori. La mostra termina con gli anni Ottanta e i “nuovi selvaggi” tedeschi: Hodicke, Fetting, Salomé. Sono presenti anche i “nuovi ordinatori”: Albert Merkens, Chevalier, e poi Paladinio e Cucchi.

La summa la si trova nel capolavoro caravaggesco : ragazzo morso da un ramarro 1595-1596.  

Il Museo d’Arte della Città di Ravenna è stato inaugurato nel 2003 con una mostra dedicata a “Roberto Longhi e il Moderno”: da Coubert agli Impressionisti sino a Morandi. A cadenza biennale sono seguiti un omaggio a Francesco Arcangeli con la mostra “Dal Romanticismo all’informale”, a Corrado Ricci che si potrebbe definire anche padre della moderna museologia. Non certo ultima per importanza è la mostra del 2012 dedicata al critico d’arte Giovanni Testori. 

Come ha precisato Elena Volpato, la mostra andrebbe guardata anche attraverso le: “molte labbra socchiuse dall’estasi e dalla perdizione di Francesco Cairo; le bocche dischiuse nel David del Tanzio: quella del giovane, quella del gigante e quella oscenamente aperta della ferita…la bocca aperta della Maddalena, dipinta dal Romanino…e poi le boccacce dei ceffi di Beniamino Simoni; il muggito ricacciato indietro nella carne della Crocefissione di Grünewald…fino allo spalancarsi dell’urlo afono di Bacon”.

Chiarificatrici, per la lettura della mostra, sono anche le parole dello stesso Testori: “Esistono parole che godono dell’essere scritte…Ce ne sono altre destinate fatalmente- e fetalmente- a rivelare nell’esser dette qualcosa in più …dico fetale, cioè creaturale. Pensa a “Quel ramo del lago di Como”, per non parlare dell’ ”Addio monti…”. C’è come uno struggimento che spinge le parole a uscire dalla bocca, a farsi voce...”.

Di Testori si può dire che nasca rivoluzionario con la sua tesi di laurea, nel 1945-46, su “La forma della pittura moderna” dove parla dell’estetica surrealista in un ateneo dove gli studenti dovevano giurare contro il modernismo. Mentre egli evidenziava, in aperto contrasto con lo stesso rettore, il ruolo centrale della sessualità nell’estetica del movimento. Dopo la tesi, Testori continua a scrivere e a sostenere la “necessità di superare l’inaccettabile astrazione della pittura di Ricasso e del cubismo”.

Nell’anno 1951, alla Mostra di Caravaggio e dei Caravaggeschi in Palazzo Reale a Milano, Testori incontra per la prima volta Roberto Longhi che apprezza le sue tesi e gli chiede di collaborare per la rivista Paragone. Nasce così una lunga amicizia dalla quale il Testori saprà trarre il meglio riconoscendo in Longhi il suo vero maestro e i suoi studi come fondamentali per la comprensione del Caravaggio così come per numerosi altri artisti.

 

Mostra terminata GENOVA: VAN GOGH  e il viaggio di GAUGUIN

Nel 1897 Gauguin a Tahiti riceve la notizia della morte della figlia, questa notizia e la personale malattia gli pesano enormemente, ma decide di creare il suo capolavoro: Da dove veniamo?Chi siamo?dove andiamo?  Si fa mandare da Parigi nuovi colori e grandi pennelli, a Tahiti si fa preparare una tela di 4 mt. di lunghezza e 1 mt. e 1/2 di altezza. Terminato il quadro sale sulle montagne con un vaso di arsenico nell'intento di suicidarsi. Non riuscirà, ma ne trarrà grande dolore fisico. Il suo ultimo quadro proviene  alla mostra dal museo di Boston che lo ha concesso, in Europa, solo a Parigi 10 anni fa.

Questo quadro ben si addice al senso del viaggio, tema della mostra: viaggio come esplorazione geografica, come spostamento fisico e viaggio nelle proprie interiorità.  Basta questo quadro a dare senso alla mostra che, invece, ci propone ben 80 capolavori della pittura americana ed europea del XIX e XX secolo provenienti da musei di tutto il mondo.

Ma questa mostra non è solo di quadri, ma anche di lettere originali, scritte anche al fratello Theo, e oggetti di van Gog giunti in Italia per la prima volta; riconoscendo così van Gogh come figura artistica centrale dei due secoli.

Van Gogh  e Gauguin ben esprimono sia il viaggio, inteso come tale, sia il viaggio all'interno del proprio io.

Sono 25 i dipinti e 15 i disegni di van Gogh, quasi tutti prestati dal Van Gogh Museum di Amsterdam e dal Köller-Müller Museum di Otterlo, e ci parleranno della scura luce del nord contrapposta alla luminosità del sud. L'Autoritratto al cavalletto, 1880, è una fusione di ciò che è dentro e ciò che è fuori; il viaggio che il vero artista deve sempre fare dentro di sé. Questo quadro avrà una collocazione particolare, per sottolineare l'uscita dal buio dopo la ricerca in se stessi. Mentre l'immagine che chiude la mostra sarà il covone di fieno sorvolato dai corvi "Covone sotto un cielo nuvoloso", dipinto ad Auvers tre settimane prima della morte. L'esposizione al pubblico avviene dopo 40 anni. Alla mostra sarà presente anche la più famosa versione del Seminatore, dipinto ad Arles nel 1888. Altro quadro famoso presente è "Le scarpe di Van Ghogh"

La pittura americana del XIX secolo è esplorazione di territori sconociuti: lo spazio di una nazione giovane. Il viaggio qui è rappresentato da Edwin Church, pittore dell'Est, della valle dell'Hudson, della costa del Maine, e da Albert Bierstadt, pittore dell'Ovest, dello Yellowstone  e dello Yosemite. Sarà presente anche Winslow Homer con il suo Maine: buio, solitudine, acque tempestose dell'oceano. La costa del Maine è tema anche di Andrew Wyeth che si ispirò a Vyeth e Hopper.

Quindi Hopper, con le sue notti buie, e poi il monocromo Mark Rothko e il suo famoso viaggio dentro l'interiorità, vicino alle simili marine del Turner, di un secolo e mezzo anteriore.

Richard Diebenkorn si può identificare con la finestra sul Pacifico agitato e i fili dell'elettricità con il suo: "Ocean Perks".

Caspar David Friedrich aprirà la pittura europea con il suo viaggio della mente di fronte all'infinito: una barca verso la nebbia e William Turner con un viaggio nella potenza degli elementi naturali.

Immagini sulle pareti, sul pavimento e musiche presenteranno l'opera di Gauguin: una presentazione degna di un artista di incontestabile genialità.

Il grande Claude Monet sarà presentato nella cornice del suo  splendido, romantico, un po' esotico giardino di Giverny.

Mentre Wassily Kandinsky proporrà il suo viaggio mentale di sogni, incanti tremuli e memorie.

Nicolas de Staël presenterà i suoi muri calcinati di Agrigento, le sue figure di fronte al mare e gli strapiombi di Antibes.

Di Morandi si vedranno le nature morte; un viaggio in una stanza con i suoi celeberrimi colori polverosi.

Tutto questo val bene un viaggio! Anche per ammirare con occhi attenti il bel palazzo Ducale, costruito nel 1291; un palazzo che è degna cornice di cotanta mostra.

La città di Genova, per l'occasione, offrirà molte altre proposte sul tema:  teatro, serate esclusive nel ristorante del Palazzo Ducale, speciali pacchetti per le scuole e week-end organizzati per tutti... www.lineadombra.it tel.0422.3095.

Mostra terminata MANCIU'

Armi, uniformi militari dei grandi imperatori Kangxi e Qianlong, preziose suppellettili della reggia di Mukden,   collezioni dell’Imperatrice Cixi: esposte insieme ai reperti che testimoniano il crollo dell’Impero e l’avvento della Repubblica.

Per la prima volta al mondo:

- gli oggetti personali dell’ultimo imperatore della Cina, Pu Yi, che fu protagonista dell’indimenticabile film-capolavoro di Bernardo Bertolucci

- una parte della mostra è dedicata all’epopea umana dell’Ultimo Imperatore con documenti storici, fotografie...

REPERTI E I DOCUMENTI ANCORA SCONOSCIUTI IN OCCIDENTE E IN ESCLUSIVA MONDIALE: da non perdere!

 

"da Vermeer a Kandinsky" DA NON PERDERE. Rimini e San Marino. Un'occasione irripetibile per ammirare, insieme, opere provenienti dai più prestigiosi musei del mondo in una carrellata amplissima nel tempo della storia dell'arte. Una visita tra le sale di Castel Sismondo a Rimini e Palazzo Sums a San Marino. Un viaggio nella storia dell'arte dove dominano l'intensa luminosità e gli accesi cromatismo tipici della pittura rinascimentale veneziana. Del Veronese è presente il "Riposo durante la fuga in Egitto", dal Ringling Museum, probabilmente la più importante e gioiosa versione della Sacra Famiglia. Del Savoldo, bresciano residente a Venezia, si può ammirare il "Ritratto di suonatore con flauto" (1525c.a.). Il disegno toscano è esaltato dal colore veneziano dalle opere di Tiziano Vecellio. Mentre Annibale Carracci presenta il suo classicismo con la "Venere abbigliata dalle Grazie" (1590-1595), una magnifica fusione di realismo caravaggesco, colore veneziano e disegno e linee fiorentine. Il Guercino, uno dei rappresentanti del '600 italiano, è presente nella sua versione più matura dove, lasciati i colori e le luci intensi, declina delicate raffinatezze come in "Semiramide riceve la notizia della rivolta di Babilonia", dal Museum di Fine Arts di Boston. E poi: Mattia Preti, Luca Giordano, Guido Reni...che seguirono l'esempio del Caravaggio. Il Settecento è presente nelle sale del 1° piano con il "vedutismo veneziano" del Canaletto e del Bellotto, suo allievo, stile  molto "copiato" da famosi artisti  e viaggiatori stranieri. Non manca la ritrattistica veneziana, forse meno apprezzata del "vedutismo", qui rappresentata dal Guardi e con "L'Apoteosi di Enea" del Tiepolo. El Siglo de oro spagnolo lo si incontra al secondo piano del castello. Velásquez è presente, per il '600, con la sua innovazione ritrattistica e con la sua innovativa abilità del ritrarre anche i personaggi più umili: i buffoni, i nani, i poveri e i derelitti. Mentre El Greco, a Venezia allievo di Jacopo Tintoretto, porta tutta la sua innovazione della libertà di pennellata e inosservanza di prospettiva e proporzioni, che con lui divengono atti di pura genialità. Murillo è presente con il suo ritratto di "San Pietro in lacrime" ben rappresentante la sua pittura prevalentemente religiosa.

FONDAZIONE PRADA   a Venezia Ca' Corner della Regina, uno splendido palazzo sul Canal Grande costruito tra il 1724-28 da Domenico Rossi su commissione della famiglia Corner. Il palazzo sorge sulle rovine della costruzione in cui nacque Caterina Corner, che fu regina di Cipro. L'architettura del palazzo ricorda la vicina Ca'Pesaro, sede della Galleria Internazionale d'Arte Moderna, di Baldassare Longhena.

La mostra che ha accompagnato l'apertura vuole documentare un dialogo, che si intende continuativo, con le maggiori istituzioni museali del mondo.

 

In attesa dell'apertura del nuovo museo a Milano del 2013.

 

LA CULTURA RENDE ma qualcuno non lo capisce. Dati INSTAT e SIAE.

24,3% aumento della spesa culturale, sostenuta dagli italiani dal '99 al 2009

In un momento in cui tutto è in recessione, ecco un possibile salvagente per l'Italia: LA CULTURA, QUELLA VERA, TUTTA DA PROMUOVERE ELIMINANDO TUTTO QUELLO CHE E' PURO PARASSITISMO: si incentiva solo quando se portano risultati anche economicamente positivi, non soldi a pioggia, ma mirati, e decisi da chi abbia un curriculum inattaccabile.

Italia: lo stato spende, per la cultura, lo 0,19% del Pil.

Francia: lo stato spende, per la cultura, l'1% e in Francia il turismo è un'entrata molto superiore a quella Italiana.

Negli ultimi 5 anni l'Italia ha ridotto del 30% ( € 1,509 miliardi di spese per la cultura)le spese per la cultura, ma si si comprendono anche Regioni ed enti locali si arriva a una riduzione di 4,8 miliardi.

La Germania, nel suo insieme,  spende 12,5 miliardi di euro l'anno

40 miliardi di euro: generati nel 2010 da musei, musica e cinema, pari al 2,6% del PIL nazionale.

5,8 milioni i lavoratori a tempo indeterminato coinvolti, in Italia, nella cultura.

Escludendo il turismo culturale lo spettacolo da lavoro a 500 mila persone, 6 volte la FIAT.

 

 

www.virtualmuseumiraq.cnr.it, CHIUSO PER L'ENNESIMA VOLTA PER MANCANZA DI FONDI, DOPO I SACCHEGGI DEL 2003-07, NEL SITO SI POSSONO VEDERE: LA DAMA DI URUK, L'ELMO DI UR, QUEL CHE RESTA DI NINIVE CAPITALE ASSIRA E DELLA BABILONIA DI NABUCODONOSOR O DELLA BAGDAD DELLE MILLE E UNA NOTTE. L'UNIVERSITA' LA SAPIENZA SCAVERA' AD ABU TBEIRA DOVE GIACE UN'INTERA CITTA' ABITATA DA SUMERI, E BABILONESI.

 

ex: BIENNALE VENEZIA 54a Esposizione Internazionale d'Arte alla BIENNALE di VENEZIA 2011

La Biennale è stata affidata a un curatore in grado di parlare la lingua del mondo, della globalizzazione con un piede nel passato, ma anche uno nel futuro. Una donna dotata di occhio attento e selettivo, capace di trasformare questo evento non in pura provocazione, ma in un fenomeno attrattivo anche per chi non fa parte delle élites del settore.

La curatrice Bice Curiger, seria intellettuale, eclettica, simpatica ed ironica, ha felicemente deciso di partire da lontano e di aprire la sua Biennale con Tintoretto: L'ultima cena (dal Brasile), Il trafugamento del corpo di San Marco (fu rifiutato dai committenti per almeno 10 anni, soprattutto per quei lampi di luce, così poco ortodossi...) e La creazione degli Animali (conservati nelle Gallerie dell'Accademia). Non a caso la luce è lo strumento più forte di Tintoretto che l'ha usata per stravolgere l'ordine delle cose: un preciso e forte messaggio che molti artisti hanno ben saputo interpretare.

Comincia così questo grande "pellegrinaggio" tra le opere degli artisti e il lavoro dei curatori, un viaggio che dura da ben 116 anni: l'età della Biennale.

Ai Giardini sono presenti 28 Padiglioni fissi usati dai 30 Paesi considerati partecipanti permanenti. Altri paesi, tra quelli che chiedono di essere invitati, trovano spazio all'interno dell'Arsenale, altri in diversi luoghi di Venezia. In tutto, per il 2011, sono presenti 89 Paesi.

Parallela alla serie dei Padiglioni nazionali coesiste la Mostra internazionale, il cui titolo, scelto da Bice Curiger, è ILLUMInazioni; nasce così una coesistenza dai molti punti di vista.

Anche soggetti no profit possono presentare progetti per piccole mostre, da tenersi in città, normalmente per tutto il periodo della mostra.

Novità di quest'anno è l'offerta di facilitazioni per visite di 3 giorni per gruppi di almeno 50 studenti e docenti, con vitto a prezzo di favore, organizzati da Università, Accademie di Belle Arti e istituti di formazione e ricerca. Particolari luoghi sono resi disponibili gratuitamente per seminari; è inoltre compresa l'assistenza nell'organizzazione del viaggio e del soggiorno.

Durante la Mostra sono previsti diversi Meetings on Art, seminari aperti in giugno e nel periodo autunnale. Tutto ciò mostra l'apertura della Biennale verso lo spirito di ricerca e ne fa degno oggetto di "pellegrinaggio".

Il titolo scelto sta a indicare come oggi non si voglia più rincorrere ad una provocatoria arte-anti arte, ma si intenda cercare vie di colloquio tra l'artista e lo sguardo del visitatore-amante dell'arte che desidera essere illuminato, comprendere. Questa Mostra sarà anche una mostra giovane e al femminile; come dimostrano le presenze di 32 artisti nati dopo il '75 e le 32 presenze femminili su un totale globale di 83 artisti. Un sentito grazie alla curatrice per questa graditissima attenzione.

Tre sono i concorsi online della 54a, pubblicati su www.labiennalechannel.org sul tema ILLUMInazioni:  la miglior foto della Mostra per la fotografia (solo per fotografi accreditati), il miglior testo critico sulla Mostra, il miglior video sul tema della Mostra.

Ultrafragola Channels, la prima web-Tv italiana d'arte, documenta appuntamenti e vernice di tutta la 54a con interviste e reportage; tutto su www.labiennale.org www.labiennalechannel.org

ILLUMInazioni

La curatrice BICE CURIGER sul tema da lei scelto per questa BIENNALE, ha detto:

"...si incentra sulla luce, un tema classico nell'arte strettamente legato a Venezia. Al contempo, mettendo in rilievo il suffisso "nazioni", il titolo ...sottolinea il rimando alla situazione particolare della Biennale con i suoi padiglioni nazionali. Lontana dalla definizione conservatrice del concetto "nazione", l'arte ha il potenziale di sperimentare nuove forme di "comunità", di negoziare differenze e affinità in materia esemplare per il futuro.                     

...ci si rivolgerà anche ad un altro territorio di frontiera, quello tra la modernità e la storia passata...anche un grande maestro del passato: Tintoretto, il pittore della LUCE. La sua arte è, sotto molti aspetti, eterodossa e sperimentale

...una energia pittorica assolutamente anti-classica...

...oggi la Biennale è a ogni modo il luogo del mondo...dove si incontrano sia le cerchie degli artisti sedentari, sia quelle degli artisti migranti...dove occorre negoziare...quali valori meriteranno di essere difesi e da quali bisognerà prendere le distanze...

...ILLUMInazioni...manifesto nell'arte che spesso dichiara e ricerca la vicinanza con la natura pulsante della vita...importante...in quest'epoca in cui il nostro senso della realtà è messo profondamente in discussione dai mondi virtuali e simulati. Questa Biennale fa anche riferimento alla fede nell'arte e nel suo potenziale. Gli artisti lavorano senza rete di protezione, mettendo in dubbio le loro idee e cercando sempre di fare il loro meglio, e chi lavora con loro non può evitare di esserne ispirato."

-In questa Biennale, tra le tante importanti partecipazioni, emerge il padiglione cinese con il tema: PROFUMO DI CINA, dove il profumo è l'eguale di quanto è la luce per la cultura occidentale. Un Pese che si identifica con i profumi di: tè, vino, fior di loto, erbe medicinali e incenso. Il tutto sospeso tra tradizione e contemporaneo. Il visitatore è sollecitato in tutti i suoi sensi, ma soprattutto nell'olfatto (Anche Marco Polo portò dalla Cina gli "odori", ovvero le spezie, il té...) Organizzatore è CAEG, la più grande organizzazione culturale cinese, e Peng Feng ne è il curatore; per un risultato indimenticabile. Infinite ciotole di ceramica profumate a forma di Xun, una centrale sonora attivata dai visitatori e ondate di nebbia che avvolgono il tutto, comprese le nuvole situate nel giardino, creando uno spazio favoloso, magico, insieme alla fontana di aghi per trasfusioni e dipinti ad inchiostro.

E poi tante altre opere validissime come N.Hlobo, che cita la "Creazione degli animali", Monica Bonvicini ispirata dalla scalinata della "Presentazione della Vergine", J.Turrel che si riferisce a Tintoretto nella colorazione e C.Wool che somma la sua grande conoscenza di Tintoretto. Urs Fisher ha prodotto la scultura del Giambologna, "Il ratto delle Sabine", come una colossale candela che brucerà lentamente durante la Biennale. E poi i grandi Kapoor, Schnabel...Tra i molti che meriterebbero una segnalazione il  DAS INSTITUT presenta la megainstallazione in tonalità   pop. Il guppo GELITIN ha progettato una fusione di vetro come evento per coinvolgere, con la musica, il pubblico e gli amici... La Francia presenta il noto e consacrato Christian Boltanski con un lavoro indimenticabile dove su di una specie di catena di montaggio passano visi di bimbi appena nati che si compongono e scompongono a piacere, il visitatore che riesce a comporre un viso realmente vivo sarà avvertito da un suono...indimenticabile il performer cinese Frog King (nome di arte) con la sua "FROG-TOPIA"il cui simbolo è la rana. Nello spazio THETIS, di fronte alle Gaggiandre-Arsenale Nuovissimo (sperando nel traghetto veloce),sono esposte le opere degli artisti diplomatisi negli ultimi 10 anni presso le Accademie d'Arte italiane (un'iniziativa di Sgarbi per il 150° dell'Unità d'Italia). 

 

Padiglione italiano della BIENNALE: tra i tanti artisti presenti,  segnaliamo ANTONIO MANFREDI  che qui presenta un articolato lavoro di DENUCIA sulla CAMORRA. Manfredi è artista di fama internazionale ed a lui il Comune di Napoli ha affidato la costituzione del primo nucleo di una collezione permanente per la galleria di arte contemporanea il CAM di Casoria.  Manfredi ha raccolto un assortimento di circa un centinaio di artisti, ampliando il campionario stabile del museo sino ad acquisire 1000 prestigiose opere. Il CAM  è considerato una delle realtà più interessanti in Italia e in Europa.

"May be. They could live here. International warrant, 2011_work in regress" di Antonio Manfredi, è l'opera richiesta da Sgarbi per la sua Biennale; questo lavoro esorta il pubblico a camminare  tra i fotomontaggi di visi di latitanti mafiosi; ai piedi dei quali si legge nome cognome e "carriera" (lavoro definito “in regress” perché destinato a perdere un suo elemento ogniqualvolta uno dei criminali viene arrestato). www.casoriacontemporaryartmuseum.com

2011: Biennale PADIGLIONE VENEZIA: "ODISSEA VERTICALE" Una fruttuosa collaborazione tra Comune di Venezia, Arzanà Navi e Louis Vitton ha permesso di presentare questo emozionante lavoro di FABRIZIO PLESSI. L'opera esprime la forza del mare impetuoso e l'entusiasmo del navigatore che ha dimenticato i pericoli e le paure secolari del viaggio. Sei gigantesche imbarcazioni emergono dall'acqua, mentre la loro chiglia  è occupata da video che riproducono le correnti marine con il sottofondo di voci marine dal mondo. Suggestivo e indimenticabile.
 
 
 
2011:MOSTRA CHIUSA COMO 21a edizione di  MIARTEXTIL sino al 27 settembre. Ideata dall'associazione culturale Arte&Arte, curata da Luciano Caramel sul tema "Energheia". 352 i progetti presentati da 43 Paesi, 54 i lavori scelti, oltre alla presenza di artisti e gallerie di fama internazionale come: Mimmo Scognamiglio, Gallerie: Lia Rumma e Galleria Milano di Milano; Anne de Villepoix e Lisette Alibertdi Parigi. Cinque le sedi espositive: ex Chiesa di San Francesco, via Mentana, Fondazione Antonio Ratti sulla strada per Cernobbio, Villa Grumello... Per saperne di più vedi il tasto qui accanto: "speciale mostre". www.miniartexil.it
 

 

PIRANESI OPERA GRAFICA MOSTRA CHIUSA  m.a.x. di Chiasso, Svizzera. www.maxmuseo.ch Le antichità romane costituiscono l'opera di maggior rilevanza archeologico-scientifica di Piranesi e ci parlano di come erano le rovine della Roma del '700. La sua padronanza della tecnica dell'acquaforte poi, aiuta a trasmettere meglio ogni particolare. Nella mostra anche alcune lastre originali. Una occasione unica per i grafici, gli appassionati del genere e per chi desideri fare un passo indietro verso l'Italia  del '700.

 
DA VISITARE:  

MONNA LISA continua a suscitare l'interesse degli studiosi. Le analisi digitali hanno evidenziato due lettere nei suoi occhi: nel ds. una L (Luisa Gherardini e Leonardo), nel sin. una S (Salai, a 16 anni giovane allievo di Leonardo "di una passionalità sprigionante"). L'interesse è dovuto al carattere androgino della figura della Monna Lisa e alla fusione delle bellezze dei due sessi. Sotto un'arcata del ponte, nel quadro, è apparso il numero 72 (7: la creazione, 2 il dualismo, 7 e 2 l'Apocalisse). Il medesimo ponte sarebbe simbolo di unione tra donna e uomo. Il mistero come capolavoro di armonia.

 

Mostra chiusa LA MOSTRA “CHARDIN. IL PITTORE DEL SILENZIO”, A FERRARA PALAZZO DIAMANTI, DA, FINALMENTE, IL GIUSTO RILIEVO A QUESTO AUTORE POCO CONOSCIUTO IN ITALIA. UN GENIO, CON UN INIZIO DI CARRIERA FATTO DI NON COMPRENSIONI.
 

All'esposizione al Saloon di Parigi del 1761 i lavori di Chardin non furono notati
nemmeno da Diderot, che poi ne diverrà grande estimatore. Come accade
spesso, anche il genio di Chardin non viene subito riconosciuto perché non
rientra nel cliché dell'epoca. Non proviene da una nota accademia, ma impara
a bottega, e questa dura e povera vita la si legge bene nella schiena ricurva,
nell'ambiente disadorno e nel buco nel pastrano dellʼapprendista nel quadro
“Un giovane scolaro che disegna”. Non si assoggetta al rituale del viaggio in
Italia. Le sue opere non riproducono né i temi, né le dimensioni considerate di
maggior valore allʼepoca: pitture prodotte dalla fantasia come le rievocazioni
storico-mitologico-allegoriche su grandi tele. Anzi, si concentra sul tema
considerato il più facile, di meno valore, quale la natura morta; anche se oggi
riconosciamo appieno l'importanza del suo lavoro nella definitiva nobilitazione
della natura morta, vedi Morandi.
Anche l'Italia riconosce in ritardo il suo valore, ma si riscatta completamente
con questa bellissima e completa mostra al Palazzo Diamanti di Ferrara: un
raro gioiello, imperdibile; poesia allo stato puro, comprensibile anche ai non
addetti ai lavori; perché Chardin punta dritto al cuore, dobbiamo solo trovare la
calma e il tempo per ascoltarlo.
Infatti della sua pittura disse: “Ci si serve dei colori, ma si dipinge con il
sentimento” (Cochin 1780, p.434).
A proposito dell'opera “Il paniere di fragole di bosco”, i fratelli Goncourt, ai quali
si attribuisce la riscoperta di Chardin nell'800, dissero: “E poi guardate questi
garofani...arretrate un poco: i fiori si sollevano dalla tela a mano a mano che vi
allontanate...E'questo il miracolo delle opere do Chardin”.
Il grande Diderot che poi divenne grande estimatore dellʼartista, a proposito del
quadro “Uva e melograni” affermò: “Costui coglie lʼarmonia dei colori e dei
riflessi. Oh Chardin! Quello che mescoli nella tua tavolozza non è del bianco,
del rosso o del nero, ma la sostanza stessa degli oggetti...spessi strati di colori
gli uni sugli altri, il cui effetto trapela dallʼinterno verso lʼesterno”.
Ma, forse, il più facile approccio per comprendere Chardin sono queste parole,
sempre di Diderot: “Davanti a Chardin ci si ferma, come dʼistinto, alla maniera
del viaggiatore che, stanco del suo andare, si siede, quasi senza accorgersene,
non appena trova un letto dʼerba, silenzio, acqua, ombra, frescura”.
Durante la presentazione della mostra, Carlos Fernandez de Henestrosa, dir.
amministrativo del Museo del Prado, ha giustamente esaltato di Chardin la
grande densità scientifica e posto lʼaccento sul fatto che, pur trattandosi di un
autore di primissimo piano in tutto il mondo, sia in Italia che in Spagna è
sempre stato relegato ad autore per soli addetti ai lavori, e ricordato che questa
mostra sarà presentata al Museo del Prado dal prossimo marzo 2011. Anche
per la Spagna sarà la prima volta che questo grande autore viene presentato al
pubblico in tutta la complessità della sua opera.
La mostra presenta ben cinquantadue capolavori di Chardin, di cui dieci
provengono dal Louvre. Chardin è, giustamente, parte della prima grande
generazione di pittori francesi che per la prima volta nella storia possono
insediare il primato della pittura italiana. Ma lui nasce nel 1699, mentre la
brillante generazione di pittori francesi, da Charles-Joseph Natoire (1700) a
Carle van Loo (1705) segue studi e carriera “tradizionali”, e i suoi risultati
vengono definiti “mediocri” da Haillet de Couronne, un suo biografo. Chardin è
figlio di un costruttore di biliardi; impara lʼarte in bottega e allo studio dei grandi
maestri preferisce lʼosservazione diretta della realtà: una scelta difficile per
l'epoca. Ma le sue capacità alla fine vengono riconosciute; il suo
approfondimento della natura morta o “pittura di caccia” e il grande studio della
luce sulle superfici colpisce i critici dell'epoca. Nel 1728 viene ammesso
all'Accademia Reale di Parigi per le sue virtù di straordinario realismo e per il
modo di trattare la luce e i colori; tanto che le sue opere vengono scambiate
dalla commissione dellʼAccademia come lavori fiamminghi del secolo
precedente.
Nella mostra i due quadri dedicati al “Coniglio morto con pernice rossa...” e
“Lepre morta con sacca...” segnano lʼinizio di molti suoi lavori su questo tema; si
dice che rimase affascinato dall'animale senza vita portatogli da amici
cacciatori. In questi quadri, del Louvre, la luce svolge un ruolo fondamentale e
lo sfondo indistinto ne esalta la cruda teatralità.
E'sempre la luce il tema che contraddistingue anche la “natura morta con
brocca di maiolica, tre ciliegie, un bicchiere dʼacqua mezzo pieno...” con toni
luminosi e dorati, quasi scintillanti per il bicchiere dʼacqua; così ne dice Pierre
Rosemberg, l'attento curatore della mostra, nel catalogo: “un sapore gioioso e
primaverile alquanto inconsueto in Chardin”.
Dal 1733 Chardin allarga la sua conoscenza anche alle figure, una svolta nella
sua carriera che determina la creazione di raffinati capolavori. Al Salon del
Louvre tra il 1737 e il 1777 lʼartista presenta una quarantina di composizioni
con figure, mettendo in mostra via via nuove varianti dei soggetti più apprezzati,
senza mai tralasciare la ricerca di nuove soluzioni luministiche e cromatiche.
Chardin rifugge dal particolare pittoresco e raffigura sia rampolli della
borghesia che i domestici solo in momenti della vita di tutti i giorni; lʼesatto
contrario di quanto farà il grande Fragonard qualche decennio più tardi.
“Bolle di sapone” è il capolavoro portato a simbolo della mostra; una scelta
felice che ben simboleggia le sensibilità di Chardin.
Non ultimo, anzi forse primo per importanza “mazzo di garofani, tuberose e
piselli odorosi” (1755), esposto normalmente alla National Gallery di
Edimburgo. A questo proposito Charles Sterling, uno dei più grandi storici
dellʼarte, scrisse: “Chardin è con Poussin e Claude Lorrain lʼartista francese
anteriore al XX secolo che ha avuto maggiore influenza sulla pittura moderna.
Certe ricerche di Manet e di Cézanne sono inconcepibili senza Chardin.
Sarebbe difficile immaginare qualcosa di più “avanzato” nella composizione e
nel trattamento pittorico del Vaso di fiori di Edimburgo. Esso sorpassa tutto ciò
che dipingeranno in questo genere Delacroix, Millet Coubert, Degas e gli
impressionisti. Solo Cézanne e nel suo seguito si può pensare di trovare tanta
forza in tanta semplicità”.
Dopo i difficili inizi, finalmente questo grande artista incontrerà la giusta fama e
lʼapprezzamento di Diderot e del re di Francia Luigi XV che gli permetterà di
vivere e lavorare al Louvre.
Di lui Van Gogh dirà: ”grande come Rembrandt”.
Un valido suggerimento potrebbe essere far seguire a questa mostra la visita
alla mostra di Morandi presso la Fondazione Ferrero di Alba sino al 16 gennaio
2011. Molte e interessanti le analogie.
Questo importante evento è magistralmente spiegato nel catalogo edito da
Ferrara Arte, sponsorizzato da ENEL ed è accompagnato da numerose
manifestazioni collaterali quali: conferenze di grande pregio, concerti di musica
del '700 e una rassegna cinematografica che scandaglia il '700 francese.
“Chardin. Il pittore del silenzio” informazioni.
Termine della mostra 30 gennaio 2011. Aperto tutti i giorni.
Palazzo dei Diamanti, C.so Ercole I D'Este 21, Ferrara.
tel.0532.244 949; mail: HYPERLINK "mailto:diamanti@comune.fe.it"
diamanti@comune.fe.it ; HYPERLINK "http://www.palazzodiamanti.it"
www.palazzodiamanti.it
Biglietti: da 11 (intero) a 4 euro (studenti).
Ca ta l o g o : Fe r r a r a Ed i to r e te l . 0 5 3 2 .2 4 4 9 8 9 HYPERL INK
"mailto:ferraraarteeditore@comune.fe.it" ferraraarteeditore@comune.fe.it

 

 

 

MOSTRA CHIUSA “MORANDI. L’ESSENZA DEL PAESAGGIO”. UN ARTISTA ATTUALISSIMO, SOPRATTUTTO QUANDO DICE: “MI MANCA LA TRANQUILLITA’ “.Mostra chiusa

 

Una prestigiosa e autorevole sede: la Fondazione Ferrero a Cuneo; una curatrice di rara modestia e grandi capacità come Maria Cristina Bandera per la più completa mostra italiana dedicata, finalmente, al grande Morandi. Una mostra che, come tutto il meglio, è leggibile da chiunque: universalmente comprensibile.

Ben oltre 70 opere  e una accurata scelta di acquarelli per rendere il giusto omaggio ad un autore a suo tempo sottovalutato.

Il tema scelto è quello del paesaggio, quello che lo stesso autore Morandi preferiva chiamare: -La pittura dei “paesi”- inoltre, paragonandola alle nature morte che furono tanto presenti nel suo lavoro, sosteneva: -e dire che i paesaggi li amavo di più-.

Quindi un Morandi meno stereotipo, che rivela il suo intimo, più che nelle nature morte: la sua vita attraverso i vari paesaggi o “paesi”, come lui preferiva chiamarli, dove aveva scelto di vivere.

“Morandi cambia a decenni” ha detto la curatrice e ben lo si vede visitando la mostra.

La prima sala ci avvicina alla prima opera datata dell’autore: un quadro prestato dalla Pinacoteca di Brera. Nella medesima sala oli rarissimi degli anni ‘10, mai riuniti in numero tanto elevato. Se ne deduce l’ammirazione e il grande studio che dedicò alla pittura francese: Cézanne in primis, che sfocerà nella successiva sintesi, degli anni ’20, derivata dalla conoscenza di Pietro della Francesca. Visitando la seconda sala si possono ascoltare le sue parole: -Per noi la villa…ci faceva pensare alla Torre Eifell  a Renoire a Degas. Successivamente si incontreranno le opere degli anni ’30 che segnano la sua maturità e autonomia.

Il colore, più scuro, definisce molti dei lavori degli anni della guerra, quando si ritirò a Grizzana per sfuggire ai bombardamenti, in questi anni infatti disse: “Mi manca la tranquillità…ogni giorno gli aerei passano di qui e si mitragliano tra loro”.

Nel ’44 rientra a Bologna dove rimane per 10 anni, in questo periodo abbandona il tema del paesaggio a favore delle più famose nature morte delle quali ricorda: “gli stessi titoli…sono convenzionali”. In questo tempo si limita al lavoro in casa e in giardino, del quale dice:”nel tardo autunno e in inverno la vista si spinge…sino a…”. Anche se lavorava alle nature morte aveva bisogno del “paese” che lo circondava.

Le opere, presentate su pareti e con luci che non distraggono dai quadri, a volte sono avvicinate per far cogliere meglio gli effetti finali tra paesaggi simili, ma con sfumature di colore differenti.

Tornando agli spostamenti di Morandi, dopo il ’59 torna a Grizzana dove le sorelle fanno costruire una nuova casa. Qui abbandona le volumetrie chiuse e sostiene: “Di nuovo al mondo non c’è nulla, l’importante è la posizione dell’artista”. Riprende le caratteristiche del paesaggio di Giotto, ma lo riduce alle sue linee. “Sappiamo che tutto quello che riusciamo a vedere…in realtà non esiste…ritengo non vi sia nulla di più surreale e astratto della realtà- e. sempre Morandi: - “Quello che conta è toccare il fondo…l’essenza del fondo…Sapremo cogliere la lacerazione, l’essenza?”. E mostra questo pensiero nella sua essenzialità di linee e colori.

Maria Cristina Bandiera nel presentare questa mostra ha giustamente evidenziato come il tema scelto del paesaggio permetta di avvicinare un pubblico più vasto, rispetto ad una mostra di sole nature morte; e questo pensiero ben si allinea con gli intenti della Fondazione Ferrero. Inoltre pone l’accento sulla difficoltà incontrata, nella riproduzione dei sofisticati colori dell’artista per le foto del catalogo e gli ottimi risultati ottenuti. M.C. Bandiera ricorda anche come la prima curatrice di una mostra di Morandi, Barbara Cinelli, abbia cercato, lodevolmente, di “svecchiare” l’opera di Morandi dall’idea di cultura di strapaese; e noi diciamo che in questa mostra ben si completa questa opera. E ci permettiamo di suggerire una visita anche alla mostra di Ferrara, presso Palazzo Diamanti, intitolata al grande “Chardin. Il pittore del silenzio”. Un autore di chiara fama internazionale. Sarà sorprendente, per i non addetti ai lavori, incontrare punti di contatto con Morandi. La mostra sarà aperta sino all’30 gennaio 2011.

 

Mostra  “Morandi. L’essenza del Paesaggio”, informazioni.

Ingresso gratuito. Chiuso il lunedì.

Sino al 16 gennaio 2011, presso la Fondazione Ferrero, strada di Mezzo 44, Alba (Cuneo)

Tel. 017335833. info@langheroero.it; per gruppi e prenotazioni: tel. 0173.36 34 80

Catalogo 24 Ore cultura

MEDITERRANEO. MOSTRA CHIUSA Da Courbert a Monet a Matisse. Sino al 1° maggio2011. Genova-Palazzo Ducale.

Genova, puntando sulla qualità delle sue mostre, è riuscita a trasformare gli eventi di Palazzo Ducale in un centro di attrazione culturale di massa. Il successo continua con l’attuale esposizione dedicata al Mediterraneo che offre, attraverso 80 sceltissimi dipinti, una storica panoramica di cinque generazioni di insigni artisti; alcuni famosissimi, altri meno, ma non meno importanti per approfondire al meglio la storia dell’arte, e comprendere come interpretarono la luce, il colore e l’entroterra di questo mare.

Marco Goldin, l’appassionato curatore, è riuscito ad ottenere prestiti di opere anche da riottosi collezionisti privati e non, permettendoci di vedere quadri importanti altrimenti poco noti o sconosciuti.

Sulla scia di questa interessante mostra, non mancheremo di essere presenti alla prossima già annunciata dal 2 novembre 2011 al 15 aprile 2012: “Van Gogh e il viaggio. Pittura degli spazi percorsi da Turner a Gauguin a Rothko”, definita da Goldin: “la mia mostra più impegnativa”. Prevediamo pure interessantissima anche la prossima esposizione: “L’Africa delle meraviglie. Arti africane nelle collezioni italiane”, che sarà visitabile dal 31 dicembre 2010 al 5 giugno 2011.

Tornando al “Mediterraneo” si tratta di un felice escursus dal quadro più “vecchio” del 1756 a opere dei primi del ‘900. Ovvero dall’età dei lumi, i primi timidi tentativi di quadri dipinti”en plein air” quando gli artisti francesi, che non potevano raggiungere Roma, sostituirono il “Grand Tour” con una “discesa” da Parigi verso Avignone per poi raggiungere il Mediterraneo senza dover varcare le Alpi. La mostra si conclude con un trittico impegnativo e caratterizzante: un Van Gogh che dipinge “immerso” in un campo di grano da dove vede sull’orizzonte la violacea-azzurra città di Arles, con sfumature rossastre: come si usa oggi nella grafica più avanzata; un Monet che illustra una Antibes percorsa dal vento mediterraneo Minstral e un Cezanne dove il paesaggio è visto non più dal suo “dentro”, ma riproduce il sentimento suscitato con un risultato che volge all’astratto, al futuro.

Nel frammezzo tanta storia dell’arte: un Granet che racconta la sua fattoria e non dipinge la montagna, ma la appoggia già essenzializzata (1830!), come un fazzoletto di colore. Cezanne, ci ricorda Marco Goldin, guarderà Granet e vi prenderà spunto per una sua personale interpretazione del colore.

Nella prima sala troviamo gli albori dell’impressionismo, nella seconda il pittore “animalista” Emile Loubon introduce un cielo azzurro forte, quasi profondo, scioccante e lo appoggia sul mare; ma emerge anche la contaminazione del paesaggio del ‘700 con le prime ciminiere in: “Veduta di Marsiglia da Les Aygalades in un giorno di mercato”.

Non manca, nella terza sala, un Münch (1891/92; “L’Urlo” è del ‘93) che scende a Nizza per curare una depressione e cambia, come tutti quando vengono a contato con il Mediterraneo, i suoi colori.

Renoire quando raggiunge il Mediterraneo esce con Cezanne, che aveva visitato l’Italia e “rincorso” Raffaello, in un mattino di febbraio insieme dipingono il medesimo paesaggio, ma con angolature, colori e interpretazioni molto differenti: uno scuro e uno luminoso, l’uno l’essenza, l’altro vuole vedere fiorire il colore. Due quadri che, nella mostra,  sono felicemente affiancati.

Van Gogh raggiunge il Mediterraneo un mese dopo Monet, lavorano uno ad Arles, l’altro a Var; Van Gogh incontra subito una grande nevicata e brutto tempo, ma da marzo scrive al fratello: “Il sud è il mare, ma io voglio che dal mio azzurro nascano il giallo e l’arancione..” (1888, nell’89 sarà ricoverato).

Organizzazione di Linea D’Ombra: www.lineadombra.it info@lineadombra.it tel 0422.3095 La realizzazione della mostra è anche dovuta al finanziamento di COSTA CROCIERE.

 

"Lo potevo fare anch'io" di F.Bonami, ed Mondadori, un saggio che può aiutarci a capire l'arte moderna anche attraverso una dura critica verso i gli stessi "critici"; un punto di vista "criticabile" che considera mediocri, politicizzati e culturalmente conformisti Botero, Pomodoro, Guttuso...ma tanto si sa chiunque può criticare chiunque anche per spingere gli autori preferiti; da leggere per riflettere sull'arte moderna come puro mercato dove tutto è possibile.

uff. stampa: Giulia Airoldi, Patrizia Pastorelli, comunicazione@museomaga.it   tel 0331.70 60 11

 

MAGA Museo Arte di Gallarate-Milano

Mostra CHIUSA il  13.2.2011: Cosa fa la mia anima mentre sto lavorando. OPERE D’ARTE CONTEMPORANEA DELLA COLLEZIONE CONSOLANDI

Il nuovissimo Museo di Arte Gallarate, voluto da Silvio Zanella già quando era giovane artista contemporaneo di Consolandi, oggi offre al pubblico oltre 200 opere rappresentanti le principali tendenze dell’arte contemporanea, nazionale e internazionale, dagli anni ’50 ad oggi. Queste opere provengono tutte dalla collezione dello scomparso Paolo Consolandi, notaio milanese e antesignano collezionista di arte moderna.

Questa mostra è una occasione unica per vedere riuniti molti dei grandi nomi che hanno fatto la storia dell’arte moderna: Giulio Paolini, Alighiero Boetti…Vanessa Beecroft, Maurizio Cattelan, sino a Warhol, Marina Abramovic, Cristo, Fontana, Hirst.

Un prezioso momento di confronto e di presa di coscienza verso un’arte che, ai più, appare ancora ostica, difficile da comprendere. Se tutti ormai ci “inchiniamo” davanti ad un Picasso, non sempre perché lo comprendiamo veramente, ma spesso perché rappresenta un nome storicamente riconosciuto, non altrettanto facilmente e umilmente ci si pone davanti alle opere più innovative, e meno storicizzate.

Paolo Consolandi, con le sue assidue, e impegnative, frequentazioni di mostre, gallerie e fiere d’arte, era riuscito a penetrare nel nuovo, lo aveva assimilato al punto da saper scegliere chi sarebbe diventato grande. Come ha scritto Angela Vettese (Sole 24 ore, 2010) “[Consolandi]…ha fatto le valige almeno dieci volte l’anno; per visitare una fiera a Miami, una mostra a Istambul o una galleria a Parigi. Ha capito…che non si nasce imparati in fatto d’arte…che il senso pieno dell’oggi lo si impara vivendo, viaggiando…”.

Durante la visita ognuno di noi può sforzarsi di recepire almeno le opere che gli sono più comprensibili, lasciandosi trascinare dal proprio intuito, dalla propria emozionalità e dalla propria esperienza. .

“Collezionare arte contemporanea -aveva detto Consolandi- significa non avere nostalgia del passato”: è questa la chiave di lettura che ci può aiutare alla comprensione delle opere in mostra.

Il titolo della mostra: “Cosa fa la mia anima mentre sto lavorando?” si riferisce all’opera, di Fischli&Weiss, e vuole essere una frase emblematica della personalità e della vita del collezionista Paolo Consolandi.

 Mostra a cura di Francesca Pasini e Angela Vettese; il catalogo, utilissimo per la comprensione delle opere in mostra, è edito da ELECTA. Orari: mart-domenica 9,30-19,30

Via de Magri1, Gallarate, Varese; tel 0331.70 60 11 www.museomaga.it

 

PETER DOIG IL PIU’ QUOTATO ARTISTA VIVENTE.

Peter Doig è un artista scozzese, nato a Edimburgo nel 1959, i cui bellissimi lavori non sono conosciuti dalle masse, ma  hanno un'altissima quotazione. Infatti è il più quotato pittore vivente, tanto che il suo lavoro “White canoe” è stato venduto per 8,53 milioni di euro da Sotheby's a Londra. La canoa in mezzo ad un lago, di cui esistono numerose versioni, è la rielaborazione di una scena del film “Friday the 13th”.

Ha frequentato scuole d'arte a Londra: Wimbledon School of Art, Celsea e St. Martin's.                                                                                                                                              

Grande amante della fotografia e del cinema, ha come temi preferiti i paesaggi che porta sulla tela creando atmosfere magico-fiabesche, grazie ad un inusuale uso del colore.

E’ anche chiamato pittore romantico per le speciali atmosfere che riesce a creare. Dopo anni trascorsi a Londra e in Canada, oggi vive a Port of Spain la capitale di Trinidad e Tobago, un luogo incantevole, con una natura ancora incontaminata e non danneggiato dallo sviluppo turistico.

In “Milky Way” rende benissimo l'idea dell'isola, dell'acqua e del cielo sovrastante; affascina subito la semplicità dell'esecuzione, la chiarezza dell'immagine e la facilità di comprensione del soggetto, che pure non è affatto banale o comune. Anzi denota una sensibilità  e raffinatezza superiori verso il colore, ma anche un vigore inusuale dell'immagine, nonostante l'estrema leggerezza poetica dell'insieme.

Per Doig la natura rappresenta il polo ispiratore, le sue fronde, la sua acqua realizzate in tele grandi, come dal vivo, trasmettono subito forti sentimenti, pur nella delicatezza dei  colori e dell'insieme.

Pare che il dio Pan abbia ispirato questo artista che ci immerge nella natura.

I grumi di colore vengono trasformati dalla sua arte in fiocchi di neve o gocce di pioggia. I critici lo avvicinano a matrici nabis e fauve.

Anche Doig realizza della Postproduction: utilizzando sue foto, scene di film, vecchie cartoline, pubblicità e copertine di dischi.

La sua produzione si limita a 10 quadri l'anno; Doig, giustamente, afferma che la qualità richiede tempo.

Nella sua carriera ha vinto prestigiosi premi: John Moores exibition, nominato al Turner Prize e selezionato per l'East international, dal 1995 al 2000 fu un “trustee” (curatore) della Tate Galery. E' anche professore nell'Accademia d'Arte di Düsseldorf.

I suoi soggetti preferiti, come già detto, sono i paesaggi che si ispirano alla storia dell'arte compresi E.Munch, C.Monet sino a Friedrich e Klimt.

E' anche molto conosciuto per il suo lavoro sulle case moderniste di Le Courbusier chiamato “L'Unite d'Habitation”, localizzato nella foresta francese a Briety-en-Foret.

I suoi soggetti preferiti sono: laghi e canoe, boschi e sciatori.

Nel 2003 cominciò un progetto per un club del cinema insieme all'artista Che Lovelace; Doig non selezionò solo i film, ma disegnò anche le locandine.

Nel 2007 fu uno degli artisti selezionati per la prima parte di “The Triumh of Painting” alla galleria  Saatchi di Londra.

Nel 2008 le sue retrospettive approdarono al tate Britain, al Museo Parigino di arte Moderna e al Kunstakademie di Düsseldorf.

"IL LIBRO DEI SIMBOLI" non è una mostra, ma è un testo importante per comprendere l'arte nei secoli, firmato dall'archivio per la ricerca dei simboli (ARAS che ha raccolto 17.000 rappresentazioni artistiche in 80 anni di vita), contiene 800 figure che rappresentano i 350 soggetti del libro. Nel libro si parla dei simboli di: benedizione, oscurità, angeli, bocca, scheletro, aria, silenzio ecc... il tutto è stato definito "dottissimo manuale...un capolavoro di iconologia lungo 800 pagine" [Repubblica 3.12.10], il testo è edito da Tasche. Ben 4 sono le pagine dedicate al simbolo "Uccello": da una scultura dei nativi americani a una pittura iraniana del 17° secolo, da una nota di E.Dickinson a una osservazione di un libro degli animali della seconda metà del '900.

FUTURISMO mostra a Milano Palazzo Reale del 2009

 

Il Futurismo non fu solo pittura e scultura, ma un vero e proprio tentativo rivoluzionario nei confronti del sentire comune dell’epoca.

Le sue origini si possono ritrovare già nell’ultimo decennio dell’Ottocento e la sua influenza si inoltrerà sino alla seconda metà del Novecento con Fontana, Burri, Dorazio, Schifano e molti altri. Illuminanti, per riassumere in breve i concetti del futurismo, possono essere le parole di Antonio Gramsci: “…esisterà una cultura (una civiltà) proletaria, totalmente diversa da quella borghese, anche in questo campo verranno spezzate le distinzioni di classe…il carrierismo borghese:    esisterà [esisteranno] una poesia, un romanzo, un teatro, un costume, una lingua, una pittura, una musica, caratteristici della civiltà proletaria…non credere che il mondo caschi se un operaio fa errori di grammatica, se una poesia zoppica, se un quadro assomiglia a un cartellone, se la gioventù fa tanto di naso alla senilità accademica e rimbambita…”. Alla luce dell’oggi lasciamo ad ognuno le proprie considerazioni nella speranza che si sappia distinguere tra la modestia creativa di molti e la geniale creatività di chi fece del Futurismo un detonatore del nuovo corso dell’arte italiana.