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più sotto trovate una serie di recensioni su
alcune mostre, eventi...
degli ultimi anni,informazioni
sul più grande pittore vivente, per lo
meno il più quotato nel mondo
dell'arte internazionale, Piter Doig ed altro
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BRESCIA
"L'ETA' DEL RAME":
26 gennaio - 15 maggio
Il periodo di
Ötzi,
l'uomo ritrovato nel ghiaccio al Giogo di Tisa.
L'età del Rame fu un periodo di
cruciali trasformazioni tecnologiche, economiche e sociali in Europa.
-La mostra è in territorio bresciano,
il medesimo che vide nel XIX secolo spettacolari scoperte archeologiche
relative al periodo storico compreso tra il 3.400 e il 2.200 a.C.:
-Necropoli di Remedello Sotto, scoperta
nel 1884
-Tombe della cultura del vaso
campaniforme di Santa Cristina di Fiesse e di Ca' di Marco
-Palafitta di Polada, comune di Lonato,
che ha dato il nome alla cultura dell'antica età del Bronzo nell'Italia
settentrionale; periodo immediatamente successivo all'età del Rame.
Recentemente gli scavi al riparo
Valtenesi di Manerba del Garda, al riparo Cavallino di Monte Covolo e al
riparo Corna Nibbia in Valsabbia, hanno rivelato una grande complessità
di riti funerari tipici delle vallate alpine e pre-alpine, in
contrapposizione a quelli padani:
-da un lato Remedello, Vologno,
Fontanella Mantovana e altro nella pianura, dove si praticavano
sepolture singole con corredo differenziato per età, sesso e ruolo
sociale, dove l'identità dell'individuo venne mantenuta anche dopo la
morte
-dall'altro lato sepolture collettive
in grotticelle naturali, in ripari sottoroccia, in monumenti megalitici
come ad Aosta e in Alto Adige in cui l'identità individuale viene
annullata e le ossa rimescolare con quelle di anonimi antenati, come a
realizzare una sorta di identità collettiva.
L'affermarsi della metallurgia del rame
corrispose ad un'epoca di grandi innovazioni: la ruota, il carro,
l'aratro e lo sfruttamento della forza di trazione animale, lo
sfruttamento die pascoli in quota, la produzione della lana, dei
latticini, di bevande alcooliche...con l'uso di Bicchieri Camapniformi
per bere l'idromele.
-In quest'epoca la produzione di armi
raggiunge un primo piano ed è presente anche nei corredi funerari
e nell'iconografia delle statue-stele; come in Valcamonica, vedi i due
massi di Cemmo.
-L'iconografia delle stele antropomorfe
e delle statue-stele dell'area alpina, rappresenta i maschi in tenuta
cerimoniale con sfoggio di armi, qui per la prima volta (in queste zone)
l'uomo ostenta armi per uccidere...
In mostra anche le recenti scoperte a
sud del Po, dove hanno rivisto la luce due tombe campaniformi di
Parma e la necropoli di Forlì, coeva a quella di Remedello.
Un'intera sezione della mostra è
dedicata all'uomo venuto dal ghiaccio: vi è esposta una copia perfetta
della mummia di Ötzi
e vi si rivelano i particolari emersi
dopo anni di studi scientifici: materiali rinvenuti, evoluzione sociale
(incremento demografico e maggiore articolazione e gerarchizzazione
della società), economica e tecnologica dell'epoca.
Nella mostra non sono trascurati gli
aspetti che riguardano i flussi commerciali e culturali attraverso
l'Europa.
Museo Diocesano di Brescia, Via Gasparo
da Salò 13, tel. 030.40233;
www.museodiocesanobrascia.it
www.etadelrame.it orari: 10-12/15-18, ingresso 5 €, scolaresche
ingresso gratuito. |
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Primitive
Per la prima volta in
Italia il più importante progetto espositivo
dell’artista e regista
thailandese Apichatpong Weerasethakul
Un’immersione
nell’immaginario onirico ed evocativo di uno dei protagonisti della
scena artistica e cinematografica di oggi
HangarBicocca 7 marzo –
28 aprile 2013
Apichatpong
Weerasethakul
– vincitore della Palma d’Oro al Festival del Cinema di Cannes del 2010
(con il film Uncle Boonmee Who Can Recall his Past Lives),
protagonista dell’ultima edizione di Documenta – è considerato
sia in ambito cinematografico che artistico uno degli autori più
influenti dell’ultimo decennio, grazie alla sua capacità di
integrare nello spazio formati, dimensioni, fonti visive e sonore
diverse, costruendo nuove forme di visione delle immagini in movimento.
Il Progetto
Primitive
nasce come un progetto collaborativo con i giovani abitanti di Nabua,
villaggio nel Nord della Thailandia, che fu messo sotto assedio,
dagli anni ‘60 agli anni ‘80, dall’esercito thailandese. Nel 1965 una
ribellione degli agricoltori diede luogo a una cruenta battaglia a cui
seguirono lunghi anni di violenze che portarono alla fuga degli uomini,
lasciando il villaggio abitato solo dalle donne e dai bambini. Gli
adolescenti del luogo, figli e nipoti dei ribelli di un tempo, con i
quali il regista ha vissuto, lavorato, condiviso momenti della giornata,
danno vita a un’opera d’arte partecipata dove la vitalità e l’energia
dei ragazzi si fondono con il linguaggio narrativo dell’artista.
Apichatpong
Weerasethakul, il cui progetto artistico coincide quasi totalmente con
le proprie scelte di vita, trascorre lunghi periodi alla ricerca delle
storie per i suoi film, esplorando i luoghi del suo Paese legati alla
memoria collettiva e quella personale. Lavorando e vivendo per lunghi
periodi con coloro che poi diventano i protagonisti delle sue opere,
l’artista prende spunto dalle vicende di vita delle persone incontrate,
intrecciandole con le proprie visioni in un racconto frammentato e
visionario che è la cifra artistica delle sue opere.
“La presenza dei ragazzi
ha reso l’aria di Nabua respirabile” racconta. “Così Primitive è
diventato il ritratto di una generazione di adolescenti discendenti da
contadini comunisti. Ero affascinato dai loro tagli di capelli, dal loro
abbigliamento alla moda. Era il look delle popstar thailandesi e
coreane. [Preparando Primitive] Ho sognato di produrre una rock
band di Nabua. E loro hanno sognato di diventare attori!” racconta
l’artista. (Da Apichatpong Weerasethakul, a cura di James Quandt.
Filmmuseum Synema, 2009)
Primitive
– oltre le vicende storiche e biografiche a cui è legato – è un
ritratto universale di una generazione di giovani che forse ha perso
il senso della storia ma non l’energia e la speranza necessarie per
immaginare un futuro migliore.
Con un linguaggio
dirompente che fonde modalità e codici produttivi e travalica le
frontiere dell’arte e del cinema, Apichatpong Weerasethakul riafferma le
origini e l’identità di un luogo dimenticato e di una popolazione
negletta e li proietta verso il futuro con la forza di sentimenti
universalmente incorruttibili come l’amicizia, l’unione, il desiderio di
evasione. I fatti reali si innestano nella leggenda, nella favola e nel
racconto: in questo senso il lavoro di Apichatpong Weerasethakul pone un
nuovo paradigma sia nel campo del cinema sia in quello dell’arte,
dimostrando come i confini fra accadimenti, documentazione, memoria e
ricostruzione siano sottili e ambigui e sempre influenzati dallo sguardo
di chi racconta.
Primitive
è stata prodotta e
commissionata dalla Haus der Kunst, Monaco e FACT, Liverpool e
co-prodotta da Illuminations Films, Animate Projects e dalla casa di
produzione di Apitchatpong Kick the Machine.
L’artista
Apichatpong Weerasetakul
è nato nel 1970 a Khon-Khaen, nel nord della Thailandia, dove è
cresciuto. Ha studiato Architettura e in seguito si è specializzato in
filmmaking all’Art Institute di Chicago. Come regista, è l’autore che ha
più influenzato l’ultima generazione di giovani cineasti indipendenti e
artisti visivi che lavorano con video e film. Ha ricevuto numerosi premi
tra i quali la Palma d’oro a Cannes nel 2010 e il premio della Giuria di
Cannes nel 2004 per Tropical Malady. Nel 2010 il film
Syndromes and a Century è stato dichiarato il miglior film del
decennio in occasione del celebre The Best of the Decade: An
Alternative View organizzato dalla Cinematheque del Toronto
International Film Festival, vincendo una competizione conregisti come
Abbas Kiarostami, Ingmar Bergman e Jean-Luc Godard.
In ambito artistico è
stato il primo artista a ricevere il Fine Prize dal 55th Carnegie
International, USA e il suo lavoro è stato presentato nel 2012 a
Documenta di Kassel. Le sue opere sono state esposte in importanti
musei nel mondo tra i quali il New Museum di New York e il Musée d’Art
Moderne de la Ville de Paris. La Tate Modern di Londra ha acqusito in
collezione una sua opera.
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Roma: "SULLA VIA DELLA
SETA. ANTICHI SENIERI TRA ORIENTE E OCCIDENTE" al Palaexpo sino al 10
marzo 2013
Il bellissimo libro
"Diavoli stranieri sulla via della seta" ci ricorda che fu il
massiccio himalayano a determinarne la nascita. Infatti esso impediva il
contato diretto tra Cina e India e quindi la diffusione del buddhismo.
Fu così che il buddhismo e la sua arte furono costrette a scegliere vie
più contorte offrendo un ruolo centrale al regno di Gandhara, nella
valle oggi pachistana del Peschawar, già sede di fusione tra il
buddhismo indiano e l'arte greca introdottavi da Alessandro Magno.
Pare che ad aprire
questa via fosse stato un viaggiatore cinese, Chang Ch'ien, il quale nel
138 a.C. fu inviato dall'imperatore Wu-ti verso ovest in cerca di
alleanze militari.
I romani scoprirono la
seta decine di anni dopo nella guerra contro i Parti che indossavano il
prezioso tessuto.
Poco dopo il filo di
seta rappresentava il massimo del lusso a Roma.
La via della seta
diviene sempre più importante soprattutto dal punto di vista commerciale
e così si arricchisce di nuove oasi e fa rifiorire antiche città.
Questo traffico pare
interrompersi nel XVIII secolo, famosi centri vengono inghiottiti dalla
sabbia del deserto sino al 1863 quando gli inglesi iniziano la loro
esplorazione ufficiale dell'India.
Nel 180 si apre la prima
delegazione commerciale a Kashgar insieme a giganteschi traffici di
razzie archeologiche.
Oggi l'antica Kashgar
vive ancora le contraddizioni descritte da Marco Polo: " Qui vivono di
mercanzia e d'arti. Egli hanno begli giardini e vigne e possessioni e
bambagia assai; e sonvi molti mercanti che cercano tutto il mondo; e
sono gente iscarsa e misera, che mal mangiano e mal beono".
Kashgar risulta ancora
oggi divisa tra l'etnia indigena degli uighuri fascinosa e miserabile e
la nuova ricca etnia cinese-moderna sanz'anima.
Il nome seta deriva
dalla popolazione dei seri, antico nome dei cinesi.
All'antica corte
ottomana di Istambul, nel palazzo Topkapi, si usava un prezioso laccio
di seta per strangolare i principini indesiderati.
Gli indiani usavano
fazzoletti di seta per strangolare le vittime sacrificate alla dea Khalì.
Da Vermeer a Tiziano
l'arte immortale sfavilla di sete per damaschi, organze e broccati.
Di Velasquez si possono
ricordare serici neri monarchici, come gli scintilii delle opere di Van
Dyck figlio di un setaiolo.
Van Eyck dedica un
ritratto al drappiere Giovanni Arnolfini di Lucca città che precedette
Como come capitale della seta.
Jan Six, che fece
fortuna con la tintura della seta, fu immortalato dal grande amico
Rembrandt.
Baudelaire a Oscar Wild,
quest'ultimo considerava il satin giallo un antidoto al mal di vivere e
coprì il ritratto di Dorian Grey con del raso color porpora, ci
ricordano papillons, fusciacche, cravatte e foulards.
Mariano Fortuny con i
suoi veli plissettati come pepli greci e poi Christian Dior, Roberto
Cappucci; tutti maestri nel trasformare la seta in abiti scultura.
E poi sulle calze di
seta ci sarebbe anche molto da dire.
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MERITA UNA VISITA
"FONDAZIONE TERRUZZI VILLA
REGINA MARGHERITA" www.fondazioneterruzzivillamargherita.it
LA VILLA
A Bordighera è aperta una
delle piu' notevoli collezioni d'arte private europee; un grande
patrimonio artistico oggi a disposizione del pubblico. Si tratta
di un importante intervento che unisce pubblico e privato, sostenuto dalla
Regione Liguria. I visitatori potranno apprezzare non solo la
prestigiosa collezione d'arte Terruzzi, ma anche la mirabile
architettura, del Broggi (formatosi alla scuola del Boito),
la biblioteca specializzata in storia dell'arte, un ricco bookshop, una
panoramica caffetteria, un gabinetto di restauro e un bellissimo
giardino. Il tutto valorizzerà
ancor meglio il patrimonio paesaggistico e culturale locale formato
dalle vicine ville: Bicknell, Pompeo Mariani e Garnier e poi dai
Giardini Hambury a Ventimiglia, da Villa Grock a Imperia e da Villa Nobel a
Sanremo. Un'occasione per vedere o rivedere un prezioso angolo d'Italia
che fu tanto vistato e amato anche da Monet che se ne innamorò con Renoir
e vi tornò per dipingervi ben 38 tele. Moltissime
sono le grandi personalità legate a Bordighera, tra le tante: Charles
Garnier, l'architetto francese progettista dell'Opéra di Parigi, del
Casinò di Montecarlo e dell'Osservatorio di Nizza. Inoltre a Bordighera
progettò villa Bischoffsheim (ribattezzata Etelinda), il Municipio, la
chiesa Terrasanta e Villa Studio, oltre alla sua abitazione. Anche
Evita Peron visitò Bordighera e vi inaugurò la passeggiata a mare.
L'editore
SKIRA,
per l'occasione, ha
presentato un catalogo ricco di storia e di immagini; indispensabile per una
migliore comprensione dell'insieme. Il catalogo SKIRA
è in vendita nel bookshop della villa.
"Quando voglio pensare a
qualche cosa di piacevole e di riposante, mi viene subito davanti agli
occhi la mia cara villa di Bordighera". Così scrisse la regina
Margherita nel 1923.
Nel 1879 Sua Maestà la
regina, era stata in incognito a Bordighera per due mesi;
costretta ad allontanarsi dalla capitale, trovandosi in precarie
condizioni di salute dopo l'attentato a Umberto.
Trent'anni dopo, quando la
regina volle costruirsi una residenza rivierasca pensò proprio all'amata
Bordighera.
Il nuovo edificio aveva
una sua peculiarità architettonica: il suo stile era unico nel contesto
locale, come pure nel percorso professionale dell'arch. Boggi, e fu
definito come "Barocchino del '700" d'ispirazione lombarda.
La grande hall è
illuminata dalle vetrate artistiche della ditta Corvaja e Bazzi di
Milano, mentre gli stucchi sono opera di Tommaso Bernasconi. Nella
biblioteca si incontrano le librerie, i tavoli e le sedie originali; disegnati appositamente dal Boggi nel medesimo stile della villa. La
villa venne ultimata nel 1915 secondo le idee della sovrana che non
tenne in alcun conto le tendenze del momento. Infatti nel 1914 compariva
il Manifesto dell'architettura futurista, mentre Boccioni e Sant'Elia si
dichiaravano contrari a ogni revaival.
Anche l'ascensore della
villa, oggi in un ambiente di servizio che si affaccia sulla sala da
pranzo, non tradisce lo stile dell'insieme. Si tratta di un manufatto in
legno bianco con la parte frontale sormontata dallo stemma personale
della regina e l'interno foderato di specchi.
Da segnalare
anche l'inginocchiatoio della sovrana della metà del XVIII secolo.
Realizzato da Pietro Pifferi con pregiatissimi legni e intarsi in avorio e
tartaruga.
Le stanze più belle del
primo piano sono lo studio e la camera della regina; qui si incontrano
le tempere di Tommaso Bernasconi che immortalano le vedute delle varie
residenze regali. Belle le maioliche belghe usate come piastrelle per il
"gabinetto di toilette".
LA COLLEZIONE.
Il progetto allestitivo
della collezione Terruzzi è curato da Michelangelo Lupo e comprende, tra
l'altro, preziose tavole a fondo oro del Tre/Quattrocento di importanti
autori toscani quali: Giovanni del Biondo, Bicci di Lorenzo e Bartolomeo
Vivarini, tutte collocate nella Cappella e nella sala antistante. Tra i
capolavori dell'arte della scuola ligure del Seicento sono di grande
impatto emotivo le tre tele di Gioacchino Assereto, la Santa Caterina
di Bernardo Strozzi e quasi una vera a propria monografia delle opere di
Alessandro Magnasco, ammirato anche dal Gran principe Ferdinando de'
Medici. Il bizzarro Lissandrino è presente con uno dei suoi rari
dipinti a figure grandi.
La pittura napoletana è
rappresentata da Luca Giordano con tre tele, delle quali due sono di
dimensioni molto importanti e poi: Paolo de Matteis, Giuseppe Recco e Fracesco de Mura.
Mentre la scuola emiliana è
degnamente rappresentata da Giuseppe Maria Crespi con due opere degne di
attenzione: Il Ritrovamento di Mosé e L'Adorazione dei Magi.
Al primo piano un notevole
Cristo alla colonna, di ispirazione caravaggesca che dialoga con
L' Adorazione dei pastori e San Gerolamo leggente di Jusepe de
Ribera detto lo Spagnoletto.
Da segnalare anche la
Ghirlanda di frutti con allegoria dell'estate di Baccio del Bianco e
Felice Fichelli ('600) e due opere del Maestro della Fruttiera Lombarda,
misterioso artista che ha attirato l'attenzione di Federico Zeri e Mina
Gregori, indiscussi studiosi di nature morte.
E poi: Giovanni Stanchi,
Giovanni Baglione, Baciccio, Agostino Carraci, Giuseppe Zonchi, Pietro
Paolini...e tra i francesi: Jean-Baptiste Lallemand, Piat-Joseph Sauvage
e molti altri.
Al secondo piano sono in
mostra. il servizio di piatti di Sèvres, databile 1760 e i 381 pezzi del
Servizio Minghetti della famosa manifattura bolognese, insieme a
opere del miglior paesaggismo italiano del Settecento di Paolo Anesi e
Giuseppe Zocchi. L'arredamento consiste in alcuni splendidi pezzi
settecenteschi di artigianato francese e ferrarese. Benedetto Gennari è
presente con un'Allegoria della pittura e del disegno, mentre
Pietro Paolini è l'autore di Giocatori di Carte. Di grandi
dimensioni sono le Scene pastorali di Francesco Londonio insieme
ad altri lavori del medesimo autore, acqueforti comprese. Jean-Baptiste
Oudry, figura importante del naturalismo francese del Sei/Settecento,
qui è presente con quattro pannelli raffiguranti volatili. Altri autori
sono Andrea Locatelli e Hendrik Frans Van Lint, fiammingo naturalizzato
romano.
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Nel bellissimo parco,
ricco di alberi precedenti la costruzione della villa, verranno a breve
introdotte le rose della specie Reine Marguerite d'Italie,
profumatissime, rare e dedicate alla regina.
Mostra
temporanea “Margherita, Regina d'arte e cultura” dal 19 giugno al 18
settembre 2011
Informazioni e prenotazioni: tel. 0184 276111 -
www.fondazioneterruzzivillamargherita.it
Orari: da mercoledì a domenica 15.30 - 23.00 nel periodo dal 1° maggio
al 30 settembre; 10.00 - 17.30 nel periodo dal 1° dicembre al 30 aprile.
La Villa resta chiusa nei mesi di ottobre e novembre.
Biglietti: intero 8 €, ridotto 6 € gruppi più di 15 persone, over 65,
minori di 18 anni, ridotto scuola 4 € scolaresche delle scuole primarie
e secondarie, gratuito 0 € bambini inferiori ai 6 anni, accompagnatori
scolaresche, accompagnatori gruppi, accompagnatori disabili.
Un mezzo elettrico, su
richiesta, trasporterà i visitatori con problemi di deambulazione sino
all'ingresso della villa.
Sono previste visite
guidate per gruppi di 15 persone.
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GMOSTRE TERMINATE
GGraham Sutherland.
Considerato, alla pari dell'amico-rivale Francis Bacon, uno
dei capiscuola della pittura britannica contemporanea, molto amato dai più
importanti critici della seconda metà del Novecento - quali Francesco
Arcangeli, Roberto Tassi, Giovanni Testori - Sutherland viene riportato
all'attenzione del pubblico e della critica per iniziativa della Fondazione
Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo (Parma) dall'8 settembre al 9
dicembre 2012, attraverso un'attenta selezione di opere, provenienti da
collezioni riservate e in parte mai esposte, che documentano il suo percorso
d'artista.
Nei saloni della "Villa dei Capolavori", sede della Fondazione presieduta da
Giancarlo Forestieri, accanto alle celebri opere di Dürer, Tiziano, Rubens,
Van Dyck, Goya, Monet, Renoir e molti altri, dove spesso il Fondatore Luigi
Magnani conversava d'arte con l'amico Roberto Tassi, i lavori di Sutherland
trovano così un profilo identitario nella tradizione figurativa europea.
La mostra, a cura di Stefano Roffi, è corredata da un ricco catalogo,
impreziosito da un ampio saggio di Martin Hammer, docente presso la
University of Kent e consulente scientifico della Tate Britain di Londra,
attualmente il più accreditato studioso internazionale dell'artista.
La mostra si avvale anche della collaborazione di Montrasio Arte.
Fondazione Cariparma e Cariparma Crédit Agricole sono i mecenati
dell'iniziativa.
Graham Sutherland (Londra 1903 - 1980) inizia come incisore e insegnante
alla Scuola d'Arte di Chelsea. Avvia il proprio lavoro d'artista con grande
interesse per il paesaggio, in particolare del Galles, conducendo una
lettura critica della tradizione pittorica, senza allontanarsene ma
affrontandola dall'interno. Se gli esordi risentono degli influssi del
neo-romanticismo inglese, dagli anni "30 la sua pittura si carica di una
drammaticità che la rende inquietante e visionaria tanto da farla accostare
alla corrente surrealista con cui condividerà la Mostra Internazionale del
1936 a Londra, mostrando influssi di Picasso e di Klee. Sutherland sembra
collegarsi soprattutto alle fonti primarie del Romanticismo, alla poetica
del "sublime" di Blake, ma nella sua declinazione più amara, un "sublime"
negativo espresso attraverso dissonanze cromatiche, segni netti dove tutto
appare "dramma e lacerazione", anche in conseguenza dell'esperienza della
guerra. Dal 1940 al 1945 viene infatti incaricato ufficialmente di
testimoniare in pittura gli orrori del conflitto come "artista di guerra"
insieme a Moore e Nash. Nascono così le Devastations, visioni fosche
e allucinate delle città inglesi distrutte dai bombardamenti, nelle quali
affiorano nuove forme create dal sovvertimento bellico, vero oggetto
dell'indagine dell'artista; molte di queste opere sono presenti in mostra.
In questo periodo egli intensifica l'interesse per lo studio della figura
umana, giungendo a realizzare la nota Crocifissione per la chiesa di St.
Matthew di Northampton e l'arazzo del Cristo in gloria nella cattedrale di
Coventry. Fama e riconoscimenti gli vengono tributati già a partire
dall'immediato dopoguerra con mostre ed eventi a livello internazionale.
L'impegno come artista di guerra l'aveva distolto momentaneamente dal
primario interesse per la natura, in virtù del quale si autodefinisce erede
spirituale di John Constable. Proposito di Sutherland è rivelare la verità
che si cela nelle cose, la pittura è il suo strumento di delazione. È così
che egli si dedica a raffigurare brani di natura in parafrasi,
destrutturata, riassemblata, reinterpretata, privata della sua
riconoscibilità comune e presentata come un infinito e bizzoso mutante,
pervicacemente intenzionato a nascondere la propria identità autentica.
Lavora su un'idea di paesaggio dove le forme vegetali e minerali vengono
trasformate in icone totemiche - le Standing Forms degli anni
Cinquanta - che emergono minacciose dal fondo in un'atmosfera densa di
suggestioni psicoanalitiche. Dipinge senza gli infingimenti propri del
naturalismo tradizionale, rassicurante anche nel rappresentare una tempesta,
lasciando intendere di possedere il potere terribile di aprirci gli occhi,
di farci conoscere le forme vere e le intenzioni spietate della natura, i
suoi disegni oscuri e devastanti, il suo potere assoluto e ineffabile.
Il pittore avverte che le forme naturali che appaiono ai nostri occhi avidi
di bellezza non sono che abbagli emotivi, ricostruzioni mentali imposte dal
nostro bisogno di sicurezza; la realtà è destabilizzante, non prodiga di
leggiadria, ma dura e meccanica, una romantica "terribilità" anti-sublime
nella sua naturalistica spietatezza, minaccia reale e non soltanto
turbamento letterario. Sutherland coglie questa capacità metamorfica e
dipingendola affronta un'indagine sulla vita organica in cui è racchiuso il
mistero dell'esistenza; analizzando le forme, ne riconosce il senso ambiguo,
disturbante, crudele, ma ponendole in contrasto con l'intensità e a volte
con la dolcezza cromatica, ne sa estrarre tutta la poesia e il dramma, con
una stratificazione e una complessità formale che gli consentono di dar vita
a un immaginario surreale a volte cupo a volte fantastico. Curiose creature
nate da strane metamorfosi, dopo alcuni esempi degli anni Cinquanta,
compongono il primo Bestiario realizzato nel 1968 a cui segue quello del
1979 dedicato all'opera di Apollinaire; risulta evidente la suggestione che
l'artista subisce dalle figurazioni animali della scultura romanica, coi
suoi esemplari prepotenti, terrestri e misteriosi, provenienti da una realtà
fantastica ma non divina, simboli unitari di esperienza e invenzione.
Sutherland realizza così una personale cosmogonia delle metamorfosi delle
forme, esempi della fantasia e della ricchezza della forza naturale,
oscuramente aggrovigliata sul proprio mistero. Tra i regni vegetale, animale
e minerale vengono meno le divisioni, tutto si connota del medesimo senso di
arcaica e arcana indifferenziazione.
Quando, nel 1967, ritorna nel Galles col regista e suo grande collezionista
Pier Paolo Ruggerini - che lì gira un film sulla sua vita, proiettato
all'inizio dell'esposizione - Sutherland riscopre quel paesaggio che
tanta importanza ha avuto nella sua formazione, e si rende conto di quanto
esso abbia ancora da offrirgli in termini di motivi e di vocabolario di
forme e di colori.
Una frase di Ruskin si presta per sostanziare il suo lavoro: «Indagare la
natura, studiarne le leggi di crescita, trarne visioni provenienti dal
centro dell'ardente cuore», quindi evidenziare come l'esteriorità della
natura venga ricreata per esprimere l'interiorità dell'uomo, con un
approccio visivo che si fa visionario nel seguire il pullulare della
fantasia e dell'anima.
L'artista è famoso anche per i suoi ritratti, dove evidenzia una pietas
degna di Holbein: i volti sono indagati come se si trattasse di brani di
natura, a testimoniare una continua ricerca della verità, soprattutto di una
verità interiore: un movimento della testa o del corpo, un corrugamento
della fronte o un'espressione del volto sono sufficienti a rivelare le pene,
i turbamenti di un'intera esistenza, trattati come fermenti sottocutanei.
Sono ritratti di amici, dei quali individua la sostanza psichica, il profilo
intimo, ma ancor più di celebrità e potenti, come lo scrittore Somerset
Maugham, lo statista Winston Churchill e molti aristocratici, non per
adulazione ma per cogliere nelle fattezze umane i segni organici
dell'esercizio di una strenua volontà di successo e potenza, spesso con
pennello inesorabile, al punto che la moglie di Churchill, turbata,
distruggerà il ritratto.
SUTHERLAND. Il pittore che smascherò la natura
Mostra e Catalogo a cura di Stefano Roffi, col patrocinio
dell'Ambasciata Britannica in Italia.
In collaborazione con Montrasio Arte.
Catalogo Silvana Editoriale, con saggio generale di Martin Hammer e
antologia di scritti di Roberto Tassi, testi di Daniele Astrologo Abadal e
Ruggero Montrasio, Roger Berthoud, Isotta Langiu, Stefano Roffi, Graham
Sutherland.
Fondazione Magnani Rocca, via Fondazione Magnani Rocca 4, Mamiano di
Traversetolo (Parma).
Dall'8 settembre al 9 dicembre 2012. Aperto anche tutti i festivi.
Orario: dal martedì al venerdì continuato 10-18 (la biglietteria chiude alle
17) -
sabato, domenica e festivi continuato 10-19 (la biglietteria chiude alle
18). Lunedì chiuso.
Ingresso: euro 9,00 valido anche per le raccolte permanenti - euro 5,00 per
le scuole.
Informazioni e prenotazioni gruppi: tel. 0521 848327 / 848148 Fax 0521
848337 info@magnanirocca.it
www.magnanirocca.it Ristorante nella
corte del museo tel. 0521 848135
Il martedì ore 15.30 viene organizzata una visita alla mostra con guida
specializzata; non occorre prenotare, basta presentarsi alla biglietteria.
Costo euro 12,00 (ingresso e guida).
Ufficio
Stampa:
Studio ESSECI
- Sergio Campagnolo tel. 049 663499 -
www.studioesseci.net info@studioesseci.net
La mostra è realizzata grazie a: FONDAZIONE CARIPARMA, CARIPARMA CRÉDIT
AGRICOLE. Sponsor tecnici: Angeli Cornici, Aon Artscope Fine Art
Insurance Brokers, Gazzetta di Parma, Kreativehouse,
Hotel Palace Maria Luigia, SINA Fine Italian Hotels, TEP,
Società per la Mobilità e il Trasporto Pubblico.g |
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1-11
agosto 2012 FESTIVAL DEL FILM LOCARNO
Lungo i suoi
64 anni di storia, il Festival del film Locarno ha saputo conquistarsi
un posto unico nel panorama delle grandi manifestazioni
cinematografiche. Ogni anno, ad agosto, la cittadina svizzero-italiana
di Locarno, situata nel cuore dell’Europa, diventa per undici giorni la
capitale mondiale del cinema d’autore. Migliaia di amanti e
professionisti della settima arte si danno appuntamento qui per fare
nuove scoperte e condividere una passione per il cinema in tutte le sue
poliedriche espressioni. Locarno offre una programmazione di qualità,
ricca, eclettica, sorprendente, dove talenti emergenti camminano fianco
a fianco con ospiti di prestigio. Ma è il pubblico la vera anima del
Festival, come mostrano le celebri proiezioni in Piazza Grande che ogni
sera accoglie nel suo magico scenario una platea di 8.000 spettatori.
Geograficamente situato al crocevia di tre grandi culture europee
(italiana, tedesca e francese), con il suo vasto pubblico multiculturale,
il Festival del film Locarno rappresenta un trampolino di lancio unico
per nuovi film provenienti da tutte le parti del mondo. Appuntamento
irrinunciabile per i professionisti del settore e tappa fondamentale nel
calendario dei festival, Locarno rappresenta uno spazio d’incontro molto
prezioso, un’occasione per scovare i talenti di domani da un’avvincente
selezione di prime mondiali, ed esplorare le nuove tendenze del cinema
contemporaneo.
Lontani
dalla patina di stress che solitamente copre simili eventi, i
professionisti di tutto il mondo trovano qui le condizioni ideali per
creare una proficua rete di contatti, tra i diversi workshop o gli
informali happy hours organizzati dall’Industry Office. Il
Festival di Locarno, interamente dedicato al cinema e ai suoi autori,
offre un’esperienza davvero indimenticabile.
Fondato nel
1946, il Festival del film Locarno è uno dei più antichi del mondo
insieme a Venezia e Cannes. Ideato come occasione per scoprire nuovi
talenti e nuove tendenze, Locarno ha saputo conquistarsi un posto di
primo piano sulla scena internazionale, un trampolino di lancio
fondamentale per le nuove generazioni del cinema mondiale. Locarno ha
spesso riconosciuto, prima di tutti gli altri, la genialità di giovani
registi provenienti da tutti gli angoli del mondo – talvolta sin dai
loro primi cortometraggi
Il poster
della 65a edizione, ideato dall'agenzia Jannuzzi Smith, è il secondo di
una trilogia intitolata "La bella e la bestia"
.
Una teleferica progettata dal noto
architetto Mario Botta porta ancora più in alto fino a Cardada-Cimetta
sulla montagna simbolo di Locarno (1670 m). In estate Cardada è il punto
d’incontro dei patiti del parapendio e delle escursioni, mentre in
inverno è possibile praticare lo sci e lo slittino
La retrospettiva della 65esima edizione
del Festival del film Locarno, in collaborazione con la Cineteca
svizzera e la Cineteca francese, sarà dedicata al maestro hollywoodiano
di origine europea Otto Preminger (1905 -1986).
Il Concorso Cineasti del presente, vero e
proprio spazio di scoperta che presenta opere prime o seconde di giovani
registi emergenti, sarà protagonista in questa edizione di alcuni
cambiamenti che mirano ad aumentarne la visibilità e l’importanza
all’interno del Festival.
La Carte Blanche del Festival del film
Locarno sarà dedicata quest’anno al Messico. L’iniziativa, inaugurata
nel 2011 con la Colombia, si propone di offrire una finestra sui film in
fase di post-produzione di un paese, ogni anno diverso, dell’Asia,
dell’Africa, dell’America Latina o del Sud-Est Europa. Carte Blanche
vanta il sostegno della Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC)
del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE).
Sono 12 i progetti provenienti dall'Africa
francofona subsahariana selezionati per Open Doors, il laboratorio di
coproduzione del Festival del film Locarno. Diverse personalità del
mondo del cinema africano hanno inoltre già confermato la loro presenza
alla prossima edizione del Festival.
Il regista, sceneggiatore, produttore e
videomaker thailandese Apichatpong Weerasethakul presiederà la giuria
del Concorso internazionale del 65° Festival del film Locarno.
Il Festival del film Locarno attribuisce
quest’anno ad Arnon Milchan il Premio Raimondo Rezzonico per il miglior
produttore. Con oltre cento pellicole all’attivo, Arnon Milchan è uno
dei produttori cinematografici indipendenti americani più prolifici e di
maggiore successo degli ultimi venticinque anni.
Il 65° Festival del film Locarno rende
omaggio a Johnnie To con un Pardo alla carriera per il suo straordinario
contributo al cinema come regista e produttore. Per l’occasione verrà
presentata in Piazza Grande la prima europea di Motorway (Che
sau), il nuovo film prodotto da To e diretto da Soi Cheang.
Il regista francese Leos Carax sarà
insignito del Pardo d’onore Swisscom nel corso della prossima edizione
del Festival del film Locarno.
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TRENTO
“I cavalieri
dell’imperatore: tornei, battaglie e castelli”
Una grande mostra in due splendidi castelli:
al Castello del Buon Consiglio e a quello di Beseno; una mostra dedicata
alle armi rinascimentali.
Dal 23 giugno al 28 novembre.
Al castello del Buon Consiglio questa atmosfera è ben evidente nel
celebre affresco del mese di febbraio di Torre Aquila che immortala il
torneo medioevale.
Tra le
armature più preziose che verranno in mostra vi è quella forgiata nel
1571 per l’arciduca Carlo II, realizzata per un torneo organizzato in
occasione del suo matrimonio, un’armatura da parata del 1550 realizzata
dal celebre armaiolo Michael Witz il giovane decorato con foglie di
vite, e una splendida armatura per cavallo del 1505-1510 realizzata da
Konrad Seisenhofer e Daniel I Hopfer. Oltre a spade, pistole, archibugi
e falconetti sarà in mostra anche una tenda militare seicentesca, oltre
ad una ricca collezione di dipinti, non solo scene di duelli e battaglie
ma anche stampe e ritratti di personaggi e cavalieri, sarà esposto anche
il celebre ritratto dipinto di Rubens raffigurante l’Imperatore Carlo V
proveniente dalla Residenzgalerie di Salisburgo.
I pezzi provengono dai più importanti museo
d'Europa come la
Landeszeughaus a Graz, che è il più grande arsenale originale esistente al
mondo. E' composto da circa 32.000 pezzi tra armi, armature per la battaglia
e quelle per le parate. La Landeszeughaus fu costruita tra il 1642 e il 1645
da un architetto tirolese Antonio Solari. La Stiria che era la zona più
prossima al fronte contro l'Impero Ottomano aveva un disperato bisogno di un
arsenale di grandi dimensioni.
Molti
anche gli oggetti curiosi: una maschera da giostra realizzata per
l’arciduca Ferdinando II nel 1557 che raffigura un volto di un turco, i
pegni d’amore per i cavalieri, la porta in ferro battuto originale del
1574 dell’Arsenale di Graz.
In
mostra vi sarà anche la maglia di ferro (detto usbergo) utilizzata dagli
Ussari nel XVI secolo che rivoluzionò il modo di combattere. Realizzata
con oltre 25mila anelli di metallo intrecciati tra loro sostituiva le
pesanti armature e favoriva comodi movimenti. Per realizzare soltanto un
usbergo era necessario un lavoro di oltre sei mesi da parte di abili
artigiani del ferro. L’efficacia di queste armature venne meno con
l’avvento delle armi da fuoco e archibugi, tanto condannati dall’Ariosto
nell’Orlando Furioso perché ritenuti vili e infingardi di fronte al
coraggio e all’audacia del cavaliere che combatteva con spada, lancia e
cavallo secondo le regole cavalleresche.
Castel
Beseno
Costruito sul dosso
che domina le valli dell’Adige e del Rio Cavallo, il castello è, con
oltre 16 mila mq di superficie, il più vasto complesso fortificato della
regione.
Di origini medioevali,
già feudo dei Da Beseno e quindi dei Castelbarco, fu rinnovato agli
inizi del Cinquecento dalla famiglia Trapp, assumendo l’attuale aspetto
di una fortezza rinascimentale, caratterizzata da strutture adatte
all’impiego di armi da fuoco.
Nel 1972 le sue
imponenti rovine furono donate alla Provincia autonoma di Trento, che ne
avviò l'impegnativo restauro.
La strada imperiale
Castel Beseno si
affaccia sulla valle dell'Adige, dominandone un ampio tratto, compreso
tra Rovereto e Trento. Da qui si scorgono i paesi di Aldeno, Nomi,
Pomarolo, Castellano e Nogaredo in destra Adige, quelli di Besenello,
Calliano e Volano sulla sponda opposta.
La valle era
attraversata dalla strada imperiale (all'incirca l'attuale strada
statale) e dalle anse dell'Adige, che oggi appare rettificato. Il
sottostante Castel Pietra era posto di dazio e sbarramento fisico delle
due vie di comunicazione. Altri castelli garantivano il controllo della
zona: il Còvelo di Aldeno, il castello di Nomi, Castel Barco, Castel
Noarna, Castellano e Castel Corno.
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Testo di Franco Cardini (parte)
“O gran bontà de’ cavallieri antiqui!”. E’ uno dei versi più celebri
dell’Orlando furioso, e forse quello più significativo, la chiave
di tutto: dell’ironia e della nostalgia, i due fiori sbocciati già alla
fine della stagione medievale dell'epica con Matteo Maria Boiardo e
ancor vividi e profumati al tempo del tramonto, col capolavoro di Miguel
de Cervantes. Il cristiano Rinaldo e il “pagano” Ferraù – avatara
rinascimentali di due reoi dell'epica dell'XI-XII secolo - se le stanno
dando di santa ragione, non già per il trionfo della loro rispettiva
fede però, bensì per gli occhi e per le grazie della bella Angelica: al
quale però, sdegnandoli entrambi, prestamente s’invola. Accortisi della
fuga della bella, i due cavalieri si danno a inseguirla: Ferraù fa
salire Rinaldo in groppa al suo cavallo, ed entrambi, nemici e di fede
religiosa diversa, corrono abbracciati all’inseguimento. Ludovico
Ariosto non può non prorompere, a quello spettacolo, in un’esclamazione
ammirata: quella sì ch’era lealtà, quella sì ch’era fratellanza d’armi!
E’ peraltro
difficile non cogliere, al di sotto di tanta ammirazione, l’incredulità,
l’ironia e lo scetticismo. Così narrano i cantari: ma sarà poi vero? E
se lo fosse stato – si chiede il poeta, che appartiene pur sempre
all’età del Machiavelli – sarebbe stato davvero saggio questo troppo
scrupoloso rispetto per il nemico? E se ciò poteva accadere nelle età
passate, oggi certo non è più così.
Il fatto è che
siamo dinanzi a un topos antico quanto il mondo. Il generoso
eroismo, quello che noi occidentali siamo usi riassumere nel significato
più profondo della parola “cavalleria”, è nato morto: nel senso che è
sempre stato, per definizione, patrimonio degli antichi eroi, del tipo
di quelli che non nascono più. Era già vero nell’Iliade.
Ma se la lealtà e
la generosità degli eroi antichi è finita, ciò non significa che non
sia un modello. Al contrario. Anche perché la gente di guerra sa bene
che lealtà, cortesia e generosità sono, nel combattimento, la prima e la
più sicura forma di reciproca assicurazione. Regole semplici, eppure
frutto di attenta e rigorosa elaborazione culturale. Non si attacca a
tradimento; non si colpiscono gli inermi o i palesemente inferiori sotto
il profilo fisico; non s’infierisce sui feriti, su chi si arrende sui
prigionieri; non si nega pietà a chi la chieda. Una visione etica dello
scontro, sottostante alla quale c’è una visione giuridico-sacrale: non
v’è confronto di forza che non sia anche un iudicium Dei, alla
luce del quale è il migliore che deve prevalere. Sul versante opposto,
la visione utilitaristica: la guerra è un mezzo per affermare la propria
volontà di potenza, che è “naturale” conseguire con qualunque mezzo (“in
guerra, in amore e in commercio tutto è lecito”).
Il principio etico
è quello che sostiene il concetto e la prassi – ormai desueti entrambi,
nonostante la persistenza d’una normativa internazionale - delle
cosiddette “guerre convenzionali”, che si combattono appunto tenendo
presente delle precise Convenzioni, dei trattati sottoscritti dai
contendenti. E’ stato normale tra Otto e Novecento, ma è obiettivamente
paradossale, che fossero proprio le guerre convenzionali ad essere prese
di mira dai pacifisti. così com’è stato e resta normale, per paradossale
che sembri, il fatto che molti pacifisti finiscano col simpatizzare con
o addirittura col prediligere la guerra di guerriglia, la guerra
selvaggia e senza regole, combattuta tuttavia nella consapevolezza
soggettiva (cioè nella soggettiva presunzione) di star dalla parte della
Verità e della giustizia, quindi di star combattendo in fondo una Guerra
Santa. In questo modo, però, chi si oppone alla guerra rifiuta, di
fatto, le sue regole: e si colloca in una prospettiva dalla quale tutto
è lecito sul piano dei mezzi pur di affermare un fine ch’è per
definizione giusto.
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MILANO Dal
22 giugno al 2 settembre 2012
HangarBicocca
presenta Equilibrando la curva, una mostra dell’artista cubano
Wilfredo Prieto, che vive e lavora tra l’Avana e New York. Costituita da
opere e installazioni di sorprendente immediatezza visiva, di cui
la maggior parte realizzate appositamente per gli spazi di HangarBicocca,
questa importante personale, a cura di Andrea Lissoni, mette in scena un
universo spiazzante e visionario che invita a leggere la società
contemporanea e i suoi macro temi: l’economia, la politica, l’ambiente.
All’apparenza
ironiche e giocose,
le opere di Prieto analizzano con occhio critico le problematiche e
le contraddizioni sociali ed economiche del mondo di oggi,
interrogano lo spazio pubblico e i suoi limiti, mettono in crisi
convenzioni e stereotipi. Utilizzando oggetti, icone e materiali di
uso comune della società globalizzata, l’artista realizza grandi
ready-made, ambienti e performance che trasformano piccoli dettagli
in imprevisti slittamenti di senso, prodotti di scarso valore in
statement politici, modifiche di funzione in immagini perturbanti.
E sono proprio gli
oggetti quotidiani
- un autobus, un carillon, un tubo da giardino - sempre ripensati e
decontestualizzati, i protagonisti di Equilibrando la curva,
la più ampia mostra mai realizzata dall’artista fino ad oggi. Negli
ampi spazi di HangarBicocca Prieto crea installazioni, ambienti,
meccanismi in movimento che destabilizzano ogni aspettativa possibile
del pubblico, innescando una reazione a catena di sensazioni
stranianti che sottolinea gli elementi di instabilità e
imprevedibilità insiti nella realtà che ci circonda.
Il lavoro Wilfredo
Prieto utilizza materiali inconsueti prelevati dalla quotidianità e
distorti: tra i suoi più celebri interventi le bandiere nazionali
private dei loro colori originari (Apolitical,
2001), il red carpet che nasconde polvere e sporcizia (Untitled
(Red Carpet), 2007), la banconota da un dollaro moltiplicata
con un rimando di specchi (One
Million Dollars, 2002), la montagna di diamanti di cui solo
uno autentico (One,
2008).
La maggior parte
delle opere che costituiscono la mostra sono state prodotte in loco
attraverso la stretta collaborazione tra l’artista e lo staff di
HangarBicocca, confermando la vocazione produttiva e di ricerca di
questo centro per l’arte che ha tra i suoi principali obiettivi la
realizzazione di progetti dal carattere fortemente innovativo.
Biografia
Wilfriedo Prieto
(1978, Sancti Spíritus, Cuba) è uno dei più interessanti artisti emersi
sulla scena dell'arte contemporanea internazionale nell'ultimo decennio.
Diplomatosi in pittura nel 2002 all'Istituto Superiore di Belle Arti de
La Habana a Cuba, non ha mai dipinto, impegnandosi piuttosto in una
ricerca libera da ogni convenzione, definizione o struttura di
disciplina, di genere o di medium artistico. Ha esposto nei più
importanti musei internazionali fra cui: il Museo de Arte Contemporáno
de Vigo (Marco), Vigo (2011), il Museum of Contemporary Art di Detroit (MOCAD)
(2011), il Pinchuk Art Center, Kiev (2010), il Castello di Rivoli,
Torino (2010), il CCA Wattis Institute for Contemporary Arts, San
Francisco (2009), il PS1 MoMA, New York (2008), lo S.M.A.K., Ghent,
Belgio (2008), la Dia Art Foundation, New York (2007). Ha partecipato
alla Biennale di Istanbul e alla Yokoama Triennale (2011), alla Biennale
di San Paolo e alla Biennale d’Architettura di Venezia (2010), alla
Biennale de La Habana (2009), e alla Biennale d’Arte di Venezia nel 2011
e nel 2007 (esponendo nel padiglione italo latino americano). Ha
ricevuto numerosi premi fra cui, nel 2008, il Cartier Foundation Award.
Altri progetti
espositivi
In concomitanza
con la personale di Wilfredo Prieto, HangarBicocca ospita, come parte
del progetto Opere contro il tempo, l’installazione di Ilya e Emilia
Kabakov The Happiest Man, a cura di Chiara Bertola. Presentato
nel 2000 presso il centro d’arte Jeu de Paume di Parigi, il lavoro
consiste in una grande sala cinematografica al cui interno viene
riprodotta una tipica casa russa degli anni ’30: sia dalla platea che
dall’interno di questa casa lo spettatore può assistere alla proiezione
di pellicole d’epoca.
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"DINASTIA
DEI BRUEGHEL" a Como
Villa Olmo
Una mostra intelligente che evidenzia una
famiglia di artisti fiamminghi quasi dimenticata a favore dei più
famosi, e insuperabili, Van Eyck e Rubens.
I Brueghel
(o Bruegel) si imposero, tra la metà del '500 e il '600, nel gusto della
solida borghesia nordica, nell'Europa mondana e alla corte del Cardinale
Federico Borromeo, uomo di grandissima cultura.
Il
capostipite fu Pieter il Vecchio che si rifece e rielaborò i lavori
inquieti del grande Hieronymus Bosch. Figli e nipoti ne
divulgarono l'opera aggiungendo, via, via varie personalizzazioni più o
meno marcate.
Non mancano
accenni alla cultura lombarda del Cinque-Seicento ed ai corsi d'acqua
caratterizzanti le Fiandre e molto importanti per l'Europa dell'epoca,
come la zona dei laghi, che comprende il Lario, dove si svolge la
mostra.
"I sette
peccati capitali" di Bosch sono il miglior punto di partenza per
comprendere il lavoro dei Brueghel e, questo quadro, è certamente la più
preziosa "reliquia" della mostra.
Il contatto
tra Bosch e l'antesignano dei Brueghel lo si deve all'editore-incisore
di Anversa Hieronymus Cock, nel cui studio si incontravano pittori,
letterati ed altri uomini di cultura dell'epoca come gli alchimisti.
Brueghel,
ancora giovane, ebbe l'incarico, da Cock, di riprodurre una serie
di lavori di Bosch per gli incisori.
La prima
opera di Brueghel, il Vecchio, "I pesci grandi mangiano i pesci
piccoli", è una visione tragica delle spietate leggi naturali e vi si
trova tutta la drammaticità e la fantasia del Boch.
Maestro di
pittura del capostipite fu Peter C. van Aelst, pittore di
decorazioni, architetto e traduttore di Vitruvio e Serio.
Brueghel,
il Vecchio, fece anche un viaggio in Italia, come si cominciava ad usare
all'epoca tra gli intellettuali. Raggiunse così lo Stretto di Messina e
visitò, tra l'altro, Napoli e Roma, tornando poi dal San Gottardo.
Quindi è possibile che abbia anche visitato Como.
Ed è al
ritorno da questo viaggio che conobbe Cock.
Brueghel il
Vecchio, sposò la figlia del suo maestro e si trasferì a Bruxelles dove
dipinse i suoi capolavori come "La Resurrezione".
Brueghel
vive l'epoca difficile della Riforma Protestante, durante la quale gli
opifici, l'industria più importante del suo Paese, risentono della crisi
di tutta L'Europa. Le terribili condizioni climatiche di quegli
anni favoriscono le carestie ed epidemie. E' anche l'epoca della caccia
alle streghe, segno di paura e disagi.
L'opera di
Brueghel si rifà a simbologie e allegorie che piacciono tanto alla
classe borghese emergente. Non può essere insensibile a ciò che lo
circonda, ed ecco anche le rappresentazioni dei contadini e i loro vizi
quotidiani.
Le opere
devono essere di piccole dimensioni per adattarsi agli interni dei nuovi
committenti, che non hanno le regge dei nobili. Nasce così una pittura
fatta per essere venduta, consumata subito; un anticipo dell'opera
d'arte come oggetto consumistico.
Un altro
tema dei lavori del capostipite è la natura, poi ben più importante nei
lavori dei suoi successori. Si tratta anche delle vedute del viaggio in
Italia, paesaggio prediletto da tanti nordici. Tra la natura, oggetti
sparsi nascondono una precisa simbolistica, ben riconosciuti dagli
uomini di cultura, ma anche ben celati nelle rappresentazioni
dell'umanità goffa e viziosa del popolino.
Il figlio
Peter il Giovane, a differenza del fratello Jan, trascorse la vita ad
Anversa riproducendo le opere del padre e diventandone un vero promotore
della di lui opera.
Jan
(1568-1625) si distingue per la sua personalità ed è attirato
dall'Italia dove viaggia ripetutamente anche in cerca di guadagno,
facilitato dalla sua capacità di tenere i contatti con i mecenati come
il Cardinale Federico Borromeo.
Dopo avere
dipinto, come il fratello, scene infernali e grottesche, si dedica
alla pittura dei fiori e paesaggi con scene bibliche ed allegoriche.
Dipingerà
"I cinque sensi" insieme all'amico Rubens per il re di Spagna. Un
insieme di frutti, pollame, cacciagione, carni, oggetti preziosi e
quadri; proprio come diventerà di genere nel Seicento.
La famiglia
poi si allarga, ma rimane caratterizzata dalle scene di genere. I
Brueghel se si possono definire gli antesignani di un certo tipo di
pittura, furono certamente forieri di un nuovo modo di intendere il
mercato dell'arte, buono per la borghesia, ma anche per i grandi
committenti. |
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MOSTRA TERMINATA
MISERIA
E SPLENDORE DELLA CARNE Caravaggio Coubert Giacometti Bacon…Testori e la
grande pittura europea. RAVENNA 12.2.12-17.6.12
Proseguendo la sua indagine su figure di primo piano della storia e
della critica d’arte, il MAR Museo d’Arte di Ravenna, presenta questa
mostra che porta il visitatore attraverso cinque secoli d’arte, dalla
fine del ‘400 ai giorni nostri. Il tutto attraverso il complesso
percorso critico di Giovanni Testori grande amico, allievo e
collaboratore di Roberto Longhi.
Si
parte dalla rassegna sulla pittura di realtà in Lombardia, che aiutò a
comprendere meglio il Caravaggio, dalle figure che ne prepararono
l’entrata in scena come Foppa, Moroni e poi Cerano, Tanzio da Varallo,
Cairo e quindi il Seicento e Settecento. Questi ultimi appresentati
anche da Fra Galgario e Ceruti, per arrivare all’Ottocento di Géricault
e Coubert, per Testori secondo solo al Caravaggio; quindi il Novecento
con Grosz, Dix, …Sironi, Manzù, Guttuso…Giacometti, Bacon, Sutherland,
Varlin, quest’ultimo una scoperta del Testori. La mostra termina con gli
anni Ottanta e i “nuovi selvaggi” tedeschi: Hodicke, Fetting, Salomé.
Sono presenti anche i “nuovi ordinatori”: Albert Merkens, Chevalier, e
poi Paladinio e Cucchi.
La
summa la si trova nel capolavoro caravaggesco : ragazzo morso da un
ramarro 1595-1596.
Il
Museo d’Arte della Città di Ravenna è stato inaugurato nel 2003 con una
mostra dedicata a “Roberto Longhi e il Moderno”: da Coubert agli
Impressionisti sino a Morandi. A cadenza biennale sono seguiti un
omaggio a Francesco Arcangeli con la mostra “Dal Romanticismo
all’informale”, a Corrado Ricci che si potrebbe definire anche padre
della moderna museologia. Non certo ultima per importanza è la mostra
del 2012 dedicata al critico d’arte Giovanni Testori.
Come ha
precisato Elena Volpato, la mostra andrebbe guardata anche attraverso
le: “molte labbra socchiuse dall’estasi e dalla perdizione di Francesco
Cairo; le bocche dischiuse nel David del Tanzio: quella del giovane,
quella del gigante e quella oscenamente aperta della ferita…la bocca
aperta della Maddalena, dipinta dal Romanino…e poi le boccacce dei ceffi
di Beniamino Simoni; il muggito ricacciato indietro nella carne della
Crocefissione di Grünewald…fino allo spalancarsi dell’urlo afono di
Bacon”.
Chiarificatrici, per la lettura della mostra, sono anche le parole dello
stesso Testori: “Esistono parole che godono dell’essere scritte…Ce ne
sono altre destinate fatalmente- e fetalmente- a rivelare nell’esser
dette qualcosa in più …dico fetale, cioè creaturale. Pensa a “Quel ramo
del lago di Como”, per non parlare dell’ ”Addio monti…”. C’è come uno
struggimento che spinge le parole a uscire dalla bocca, a farsi
voce...”.
Di
Testori si può dire che nasca rivoluzionario con la sua tesi di laurea,
nel 1945-46, su “La forma della pittura moderna” dove parla
dell’estetica surrealista in un ateneo dove gli studenti dovevano
giurare contro il modernismo. Mentre egli evidenziava, in aperto
contrasto con lo stesso rettore, il ruolo centrale della sessualità
nell’estetica del movimento. Dopo la tesi, Testori continua a scrivere e
a sostenere la “necessità di superare l’inaccettabile astrazione della
pittura di Ricasso e del cubismo”.
Nell’anno 1951, alla Mostra di Caravaggio e dei Caravaggeschi in Palazzo
Reale a Milano, Testori incontra per la prima volta Roberto Longhi che
apprezza le sue tesi e gli chiede di collaborare per la rivista
Paragone. Nasce così una lunga amicizia dalla quale il Testori saprà
trarre il meglio riconoscendo in Longhi il suo vero maestro e i suoi
studi come fondamentali per la comprensione del Caravaggio così come per
numerosi altri artisti.
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Mostra terminata
GENOVA: VAN GOGH e il viaggio di
GAUGUIN
Nel 1897
Gauguin a Tahiti riceve la notizia della morte della figlia, questa notizia
e la personale malattia gli pesano enormemente, ma decide di
creare il suo capolavoro: Da dove veniamo?Chi siamo?dove
andiamo? Si fa
mandare da Parigi nuovi colori e grandi pennelli, a Tahiti si fa
preparare una tela di 4 mt. di lunghezza e 1 mt. e 1/2 di altezza.
Terminato il quadro sale sulle montagne con un vaso di arsenico
nell'intento di suicidarsi. Non riuscirà, ma ne trarrà grande dolore
fisico. Il suo ultimo quadro proviene alla mostra dal museo di
Boston che lo ha concesso, in Europa, solo a Parigi 10 anni fa.
Questo quadro ben si
addice al senso del viaggio, tema della mostra: viaggio come
esplorazione geografica, come spostamento fisico e viaggio nelle proprie
interiorità. Basta questo quadro a dare senso alla mostra che,
invece, ci propone ben 80 capolavori della pittura americana ed europea
del XIX e XX secolo provenienti da musei di tutto il mondo.
Ma questa mostra non è
solo di quadri, ma anche di lettere originali, scritte anche al fratello
Theo, e oggetti di van Gog giunti in Italia per la prima volta;
riconoscendo così van Gogh come figura artistica centrale dei due
secoli.
Van Gogh e Gauguin
ben esprimono sia il viaggio, inteso come tale, sia il viaggio
all'interno del proprio io.
Sono 25 i dipinti e 15 i
disegni di van Gogh, quasi tutti prestati dal Van Gogh Museum di
Amsterdam e dal Köller-Müller Museum di Otterlo, e ci parleranno della
scura luce del nord contrapposta alla luminosità del sud. L'Autoritratto
al cavalletto, 1880, è una fusione di ciò che è dentro e ciò che è
fuori; il viaggio che il vero artista deve sempre fare dentro di sé.
Questo quadro avrà una collocazione particolare, per sottolineare
l'uscita dal buio dopo la ricerca in se stessi. Mentre l'immagine che
chiude la mostra sarà il covone di fieno sorvolato dai corvi "Covone
sotto un cielo nuvoloso", dipinto ad Auvers tre settimane prima della
morte. L'esposizione al pubblico avviene dopo 40 anni. Alla mostra sarà
presente anche la più famosa versione del Seminatore, dipinto ad Arles
nel 1888. Altro quadro famoso presente è "Le scarpe di Van Ghogh"
La pittura americana del
XIX secolo è esplorazione di territori sconociuti: lo spazio di una
nazione giovane. Il viaggio qui è rappresentato da Edwin Church, pittore
dell'Est, della valle dell'Hudson, della costa del Maine, e da Albert
Bierstadt, pittore dell'Ovest, dello Yellowstone e dello Yosemite.
Sarà presente anche Winslow Homer con il suo Maine: buio, solitudine,
acque tempestose dell'oceano. La costa del Maine è tema anche di Andrew
Wyeth che si ispirò a Vyeth e Hopper.
Quindi Hopper, con le sue
notti buie, e poi il monocromo Mark Rothko e il suo famoso viaggio
dentro l'interiorità, vicino alle simili marine del Turner, di un secolo
e mezzo anteriore.
Richard Diebenkorn si può
identificare con la finestra sul Pacifico agitato e i fili
dell'elettricità con il suo: "Ocean Perks".
Caspar David Friedrich
aprirà la pittura europea con il suo viaggio della mente di fronte
all'infinito: una barca verso la nebbia e William Turner con un viaggio
nella potenza degli elementi naturali.
Immagini sulle pareti, sul
pavimento e musiche presenteranno l'opera di Gauguin: una presentazione
degna di un artista di incontestabile genialità.
Il grande Claude Monet
sarà presentato nella cornice del suo splendido, romantico, un po'
esotico giardino di Giverny.
Mentre Wassily Kandinsky
proporrà il suo viaggio mentale di sogni, incanti tremuli e memorie.
Nicolas de Staël
presenterà i suoi muri calcinati di Agrigento, le sue figure di fronte
al mare e gli strapiombi di Antibes.
Di Morandi si vedranno le
nature morte; un viaggio in una stanza con i suoi celeberrimi colori
polverosi.
Tutto questo val bene un
viaggio! Anche per ammirare con occhi attenti il bel palazzo Ducale,
costruito nel 1291; un palazzo che è degna cornice di cotanta mostra.
La città di Genova, per
l'occasione, offrirà molte altre proposte sul tema: teatro, serate
esclusive nel ristorante del Palazzo Ducale, speciali pacchetti per le
scuole e week-end organizzati per tutti...
www.lineadombra.it tel.0422.3095. |
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Mostra terminata MANCIU'
Armi,
uniformi militari dei grandi imperatori Kangxi e Qianlong,
preziose suppellettili della reggia di Mukden,
collezioni dell’Imperatrice Cixi: esposte insieme ai
reperti che testimoniano il crollo dell’Impero e l’avvento della
Repubblica.
Per la prima volta al mondo:
-
gli oggetti personali dell’ultimo imperatore della Cina, Pu Yi, che fu
protagonista dell’indimenticabile film-capolavoro di Bernardo Bertolucci
-
una parte della mostra è dedicata all’epopea umana dell’Ultimo
Imperatore con documenti storici, fotografie...
REPERTI E I DOCUMENTI
ANCORA SCONOSCIUTI IN
OCCIDENTE E IN ESCLUSIVA MONDIALE: da non perdere! |
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"da Vermeer a Kandinsky"
DA NON PERDERE. Rimini e San Marino. Un'occasione irripetibile
per ammirare, insieme, opere provenienti dai più prestigiosi musei del
mondo in una carrellata amplissima nel tempo della storia dell'arte. Una
visita tra le sale di Castel Sismondo a Rimini e Palazzo Sums a San
Marino. Un viaggio nella storia dell'arte dove dominano l'intensa
luminosità e gli accesi cromatismo tipici della pittura rinascimentale
veneziana. Del Veronese è presente il "Riposo durante la fuga in
Egitto", dal Ringling Museum, probabilmente la più importante e gioiosa
versione della Sacra Famiglia. Del Savoldo, bresciano residente a
Venezia, si può ammirare il "Ritratto di suonatore con flauto"
(1525c.a.). Il disegno toscano è esaltato dal colore veneziano dalle
opere di Tiziano Vecellio. Mentre Annibale Carracci presenta il suo
classicismo con la "Venere abbigliata dalle Grazie" (1590-1595), una
magnifica fusione di realismo caravaggesco, colore veneziano e disegno e
linee fiorentine. Il Guercino, uno dei rappresentanti del '600 italiano,
è presente nella sua versione più matura dove, lasciati i colori e le
luci intensi, declina delicate raffinatezze come in "Semiramide riceve
la notizia della rivolta di Babilonia", dal Museum di Fine Arts di
Boston. E poi: Mattia Preti, Luca Giordano, Guido Reni...che seguirono
l'esempio del Caravaggio. Il Settecento è presente nelle sale del 1°
piano con il "vedutismo veneziano" del Canaletto e del Bellotto, suo
allievo, stile molto "copiato" da famosi artisti e
viaggiatori stranieri. Non manca la ritrattistica veneziana, forse meno
apprezzata del "vedutismo", qui rappresentata dal Guardi e con
"L'Apoteosi di Enea" del Tiepolo. El Siglo de oro spagnolo lo si
incontra al secondo piano del castello. Velásquez è presente, per il
'600, con la sua innovazione ritrattistica e con la sua innovativa
abilità del ritrarre anche i personaggi più umili: i buffoni, i nani, i
poveri e i derelitti. Mentre El Greco, a Venezia allievo di Jacopo
Tintoretto, porta tutta la sua innovazione della libertà di pennellata e
inosservanza di prospettiva e proporzioni, che con lui divengono atti di
pura genialità. Murillo è presente con il suo ritratto di "San Pietro in
lacrime" ben rappresentante la sua pittura prevalentemente religiosa. |
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FONDAZIONE PRADA a Venezia Ca'
Corner della Regina, uno splendido palazzo sul Canal Grande costruito
tra il 1724-28 da Domenico Rossi su commissione della famiglia Corner.
Il palazzo sorge sulle rovine della costruzione in cui nacque Caterina
Corner, che fu regina di Cipro. L'architettura del palazzo ricorda la
vicina Ca'Pesaro, sede della Galleria Internazionale d'Arte Moderna, di
Baldassare Longhena.
La mostra che ha accompagnato l'apertura vuole
documentare un dialogo, che si intende continuativo, con le maggiori
istituzioni museali del mondo.
In attesa dell'apertura
del nuovo museo
a Milano del 2013. |
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LA CULTURA RENDE ma
qualcuno non lo capisce. Dati INSTAT e SIAE.
24,3%
aumento della spesa culturale, sostenuta dagli italiani dal '99 al 2009
In un momento in cui
tutto è in recessione, ecco un possibile salvagente per l'Italia: LA
CULTURA, QUELLA VERA, TUTTA DA PROMUOVERE ELIMINANDO TUTTO QUELLO CHE E'
PURO PARASSITISMO: si incentiva solo quando se portano risultati anche
economicamente positivi, non soldi a pioggia, ma mirati, e decisi da chi
abbia un curriculum inattaccabile.
Italia: lo stato
spende, per la cultura, lo 0,19% del Pil.
Francia: lo stato
spende, per la cultura, l'1% e in Francia il turismo è un'entrata molto
superiore a quella Italiana.
Negli ultimi 5 anni
l'Italia ha ridotto del 30% ( € 1,509 miliardi di spese per la
cultura)le spese per la cultura, ma si si comprendono anche Regioni ed
enti locali si arriva a una riduzione di 4,8 miliardi.
La Germania, nel suo
insieme, spende 12,5 miliardi di euro l'anno
40 miliardi di
euro: generati nel 2010 da musei, musica e cinema, pari al 2,6% del
PIL nazionale.
5,8 milioni i
lavoratori a tempo indeterminato coinvolti, in Italia, nella cultura.
Escludendo il
turismo culturale lo spettacolo da lavoro a 500 mila persone, 6 volte la
FIAT.
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www.virtualmuseumiraq.cnr.it,
CHIUSO PER L'ENNESIMA VOLTA PER MANCANZA DI FONDI, DOPO I SACCHEGGI DEL
2003-07, NEL SITO SI POSSONO VEDERE:
LA DAMA DI URUK, L'ELMO DI UR, QUEL CHE
RESTA DI NINIVE CAPITALE ASSIRA E DELLA BABILONIA DI NABUCODONOSOR O DELLA
BAGDAD DELLE MILLE E UNA NOTTE. L'UNIVERSITA' LA SAPIENZA SCAVERA' AD ABU
TBEIRA DOVE GIACE UN'INTERA CITTA' ABITATA DA SUMERI, E BABILONESI. |
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ex: BIENNALE VENEZIA 54a Esposizione
Internazionale d'Arte alla BIENNALE di VENEZIA 2011

La Biennale è
stata affidata a un curatore in grado di parlare la lingua del mondo,
della globalizzazione con un piede nel passato, ma anche uno nel futuro.
Una donna dotata di occhio attento e selettivo, capace di trasformare
questo evento non in pura provocazione, ma in un fenomeno attrattivo
anche per chi non fa parte delle élites del settore.
La curatrice Bice Curiger,
seria intellettuale, eclettica, simpatica ed ironica,
ha felicemente deciso di partire da lontano e di aprire la sua Biennale
con Tintoretto: L'ultima cena (dal Brasile), Il trafugamento del corpo
di San Marco (fu rifiutato dai committenti per almeno 10 anni,
soprattutto per quei lampi di luce, così poco ortodossi...) e La creazione degli Animali (conservati nelle Gallerie
dell'Accademia). Non a caso
la luce
è lo strumento più forte di Tintoretto
che l'ha usata per stravolgere
l'ordine delle cose: un preciso e forte messaggio che molti artisti hanno
ben saputo interpretare.
Comincia così questo grande "pellegrinaggio" tra le
opere degli artisti e il lavoro dei curatori, un viaggio che dura da ben
116 anni: l'età della Biennale.
Ai Giardini sono presenti
28 Padiglioni fissi usati dai 30 Paesi considerati partecipanti
permanenti. Altri paesi, tra quelli che chiedono di essere invitati,
trovano spazio all'interno dell'Arsenale, altri in diversi luoghi di
Venezia. In tutto, per il 2011, sono presenti 89 Paesi.
Parallela alla serie dei
Padiglioni nazionali coesiste la Mostra internazionale, il cui titolo,
scelto da Bice Curiger, è
ILLUMInazioni; nasce così una coesistenza dai
molti punti di vista.
Anche soggetti no profit
possono presentare progetti per piccole mostre, da tenersi in città,
normalmente per tutto il periodo della mostra.
Novità di quest'anno è
l'offerta di facilitazioni per visite di 3 giorni per gruppi di almeno
50 studenti e docenti, con vitto a prezzo di favore, organizzati da
Università, Accademie di Belle Arti e istituti di formazione e ricerca.
Particolari luoghi sono resi disponibili gratuitamente per seminari; è
inoltre compresa l'assistenza nell'organizzazione del viaggio e del
soggiorno.
Durante la Mostra
sono previsti diversi Meetings on Art, seminari aperti in giugno e nel
periodo autunnale. Tutto ciò mostra l'apertura della Biennale verso lo
spirito di ricerca e ne fa degno oggetto di "pellegrinaggio".
Il titolo scelto sta
a indicare come oggi non si voglia più rincorrere ad una provocatoria arte-anti arte, ma
si intenda cercare vie di colloquio tra l'artista e lo sguardo del
visitatore-amante dell'arte che desidera essere illuminato, comprendere. Questa
Mostra sarà anche una mostra giovane e al femminile; come dimostrano le
presenze di 32 artisti nati dopo il '75 e le 32 presenze femminili su un
totale globale di 83 artisti. Un sentito grazie alla curatrice per
questa graditissima attenzione.
Tre sono i concorsi online della 54a, pubblicati su
www.labiennalechannel.org
sul tema ILLUMInazioni: la miglior foto della Mostra per
la fotografia (solo per fotografi accreditati), il miglior testo critico
sulla Mostra, il miglior video sul tema della Mostra.
Ultrafragola Channels, la
prima web-Tv italiana d'arte, documenta appuntamenti e vernice di tutta
la 54a con interviste e reportage; tutto su
www.labiennale.org
www.labiennalechannel.org
ILLUMInazioni
La curatrice BICE
CURIGER sul tema da lei scelto per questa BIENNALE, ha detto:
"...si incentra sulla
luce, un tema classico nell'arte strettamente legato a Venezia. Al
contempo, mettendo in rilievo il suffisso "nazioni", il titolo
...sottolinea il rimando alla situazione particolare della Biennale con
i suoi padiglioni nazionali. Lontana dalla definizione conservatrice del
concetto "nazione", l'arte ha il potenziale di sperimentare nuove forme
di "comunità", di negoziare differenze e affinità in materia esemplare
per il futuro.
...ci si rivolgerà
anche ad un altro territorio di frontiera, quello tra la modernità e la
storia passata...anche un grande maestro del passato: Tintoretto, il
pittore della LUCE.
La sua arte è, sotto molti aspetti, eterodossa e sperimentale
...una energia
pittorica assolutamente anti-classica...
...oggi la Biennale è a
ogni modo il luogo del mondo...dove si incontrano sia le cerchie degli
artisti sedentari, sia quelle degli artisti migranti...dove occorre
negoziare...quali valori meriteranno di essere difesi e da quali
bisognerà prendere le distanze...
...ILLUMInazioni...manifesto
nell'arte che spesso dichiara e ricerca la vicinanza con la natura
pulsante della vita...importante...in quest'epoca in cui il nostro senso
della realtà è messo profondamente in discussione dai mondi virtuali e
simulati. Questa Biennale fa anche riferimento alla fede nell'arte e nel
suo potenziale. Gli artisti lavorano senza rete di protezione, mettendo
in dubbio le loro idee e cercando sempre di fare il loro meglio, e chi
lavora con loro non può evitare di esserne ispirato."
-In questa Biennale, tra
le tante importanti partecipazioni, emerge il padiglione cinese con il
tema: PROFUMO DI
CINA, dove il profumo è l'eguale di quanto è la luce per la cultura
occidentale. Un Pese che
si identifica con i profumi di: tè, vino, fior di loto, erbe medicinali
e incenso. Il tutto sospeso tra tradizione e contemporaneo. Il
visitatore è sollecitato in tutti i suoi sensi, ma soprattutto
nell'olfatto (Anche Marco Polo portò dalla Cina gli "odori", ovvero le
spezie, il té...) Organizzatore
è CAEG, la più grande organizzazione culturale cinese, e Peng Feng ne è
il curatore; per un risultato indimenticabile. Infinite ciotole di
ceramica profumate a forma di Xun, una centrale sonora attivata dai
visitatori e ondate di nebbia che avvolgono il tutto, comprese le nuvole
situate nel giardino, creando uno spazio favoloso, magico, insieme alla fontana
di aghi per trasfusioni e dipinti ad inchiostro.
E poi tante altre opere
validissime come N.Hlobo, che cita la "Creazione degli animali", Monica
Bonvicini ispirata dalla scalinata della "Presentazione della Vergine",
J.Turrel che si riferisce a Tintoretto nella colorazione e C.Wool che
somma la sua grande conoscenza di Tintoretto. Urs Fisher ha prodotto la
scultura del Giambologna, "Il ratto delle Sabine", come una colossale
candela che brucerà lentamente durante la Biennale.
E
poi i grandi Kapoor, Schnabel...Tra i molti che
meriterebbero una segnalazione il DAS INSTITUT presenta la
megainstallazione in tonalità pop. Il guppo GELITIN ha
progettato una fusione di vetro come evento per coinvolgere, con la
musica, il pubblico e gli amici...
La Francia presenta il noto e consacrato Christian Boltanski con un
lavoro indimenticabile dove su di una specie di catena di montaggio
passano visi di bimbi appena nati che si compongono e scompongono a
piacere, il visitatore che riesce a comporre un viso realmente vivo sarà
avvertito da un suono...indimenticabile il performer cinese Frog King
(nome di arte) con la sua "FROG-TOPIA"il cui simbolo è la rana. Nello
spazio THETIS, di fronte alle Gaggiandre-Arsenale Nuovissimo (sperando
nel traghetto veloce),sono esposte le opere degli artisti diplomatisi
negli ultimi 10 anni presso le Accademie d'Arte italiane (un'iniziativa
di Sgarbi per il 150° dell'Unità d'Italia).
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Padiglione
italiano della BIENNALE:
tra i tanti artisti presenti,
segnaliamo ANTONIO MANFREDI che qui presenta un articolato lavoro
di DENUCIA
sulla CAMORRA.
Manfredi è artista di fama internazionale ed a lui il Comune di Napoli
ha affidato la costituzione del primo nucleo di una collezione
permanente per la galleria di arte
contemporanea il
CAM
di Casoria.
Manfredi ha raccolto un assortimento di circa un centinaio di artisti,
ampliando il campionario stabile del museo sino ad acquisire
1000 prestigiose opere.
Il
CAM
è considerato una delle realtà più interessanti in Italia e in Europa.
"May
be. They could live here. International warrant,
2011_work in
regress"
di Antonio Manfredi, è l'opera richiesta da Sgarbi per
la sua Biennale; questo lavoro esorta il pubblico a camminare
tra i fotomontaggi di visi di latitanti mafiosi; ai piedi dei quali si
legge nome cognome e "carriera" (lavoro definito “in regress” perché
destinato a perdere un suo elemento ogniqualvolta uno dei criminali
viene arrestato).
www.casoriacontemporaryartmuseum.com
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2011: Biennale PADIGLIONE
VENEZIA:
"ODISSEA
VERTICALE"
Una
fruttuosa collaborazione tra Comune di Venezia, Arzanà Navi e Louis
Vitton ha permesso di presentare questo emozionante lavoro di FABRIZIO
PLESSI. L'opera esprime la forza del mare impetuoso e l'entusiasmo del
navigatore che ha dimenticato i pericoli e le paure secolari del
viaggio. Sei gigantesche imbarcazioni emergono dall'acqua, mentre la
loro chiglia è occupata da video che riproducono le correnti
marine con il sottofondo di voci marine dal mondo. Suggestivo e
indimenticabile. |
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2011:MOSTRA
CHIUSA
COMO
21a edizione di MIARTEXTIL
sino al 27 settembre. Ideata dall'associazione culturale Arte&Arte,
curata da Luciano Caramel sul tema "Energheia". 352 i progetti
presentati da 43 Paesi, 54 i lavori scelti, oltre alla presenza di
artisti e gallerie di fama internazionale come: Mimmo Scognamiglio,
Gallerie: Lia Rumma e Galleria Milano di Milano; Anne de Villepoix e
Lisette Alibertdi Parigi. Cinque le sedi espositive: ex Chiesa di San
Francesco, via Mentana, Fondazione Antonio Ratti sulla strada per
Cernobbio, Villa Grumello... Per saperne di più vedi il tasto qui
accanto: "speciale mostre".
www.miniartexil.it
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PIRANESI OPERA GRAFICA MOSTRA CHIUSA m.a.x. di Chiasso, Svizzera.
www.maxmuseo.ch Le antichità romane
costituiscono l'opera di maggior rilevanza archeologico-scientifica di
Piranesi e ci
parlano di come erano le rovine della Roma del '700. La sua padronanza
della tecnica dell'acquaforte poi, aiuta a trasmettere meglio ogni
particolare. Nella mostra anche alcune lastre originali. Una occasione
unica per i grafici, gli appassionati del genere e per chi desideri fare
un passo indietro verso l'Italia del '700. |
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DA VISITARE: |
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MONNA LISA continua a suscitare
l'interesse degli studiosi. Le analisi digitali hanno evidenziato due lettere
nei suoi occhi: nel ds. una L (Luisa Gherardini e Leonardo), nel sin. una S
(Salai, a 16 anni giovane allievo di Leonardo "di una passionalità
sprigionante"). L'interesse è dovuto al carattere androgino della figura della
Monna Lisa e alla fusione delle bellezze dei due sessi. Sotto un'arcata del
ponte, nel quadro, è apparso il numero 72 (7: la creazione, 2 il dualismo, 7 e 2
l'Apocalisse). Il medesimo ponte sarebbe simbolo di unione tra donna e uomo. Il
mistero come capolavoro di armonia. |
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Mostra
chiusa LA MOSTRA “CHARDIN. IL PITTORE DEL
SILENZIO”, A FERRARA PALAZZO DIAMANTI, DA, FINALMENTE, IL GIUSTO RILIEVO A
QUESTO AUTORE POCO CONOSCIUTO IN ITALIA. UN GENIO, CON UN INIZIO DI CARRIERA
FATTO DI NON COMPRENSIONI.
All'esposizione al
Saloon di Parigi del 1761 i lavori di Chardin non furono notati
nemmeno da Diderot, che poi ne diverrà grande estimatore. Come accade
spesso, anche il genio di Chardin non viene subito riconosciuto perché non
rientra nel cliché dell'epoca. Non proviene da una nota accademia, ma impara
a bottega, e questa dura e povera vita la si legge bene nella schiena
ricurva,
nell'ambiente disadorno e nel buco nel pastrano dellʼapprendista nel quadro
“Un giovane scolaro che disegna”. Non si assoggetta al rituale del viaggio
in
Italia. Le sue opere non riproducono né i temi, né le dimensioni considerate
di
maggior valore allʼepoca: pitture prodotte dalla fantasia come le
rievocazioni
storico-mitologico-allegoriche su grandi tele. Anzi, si concentra sul tema
considerato il più facile, di meno valore, quale la natura morta; anche se
oggi
riconosciamo appieno l'importanza del suo lavoro nella definitiva
nobilitazione
della natura morta, vedi Morandi.
Anche l'Italia riconosce in ritardo il suo valore, ma si riscatta
completamente
con questa bellissima e completa mostra al Palazzo Diamanti di Ferrara: un
raro gioiello, imperdibile; poesia allo stato puro, comprensibile anche ai
non
addetti ai lavori; perché Chardin punta dritto al cuore, dobbiamo solo
trovare la
calma e il tempo per ascoltarlo.
Infatti della sua pittura disse: “Ci si serve dei colori, ma si dipinge con
il
sentimento” (Cochin 1780, p.434).
A proposito dell'opera “Il paniere di fragole di bosco”, i fratelli Goncourt,
ai quali
si attribuisce la riscoperta di Chardin nell'800, dissero: “E poi guardate
questi
garofani...arretrate un poco: i fiori si sollevano dalla tela a mano a mano
che vi
allontanate...E'questo il miracolo delle opere do Chardin”.
Il grande Diderot che poi divenne grande estimatore dellʼartista, a
proposito del
quadro “Uva e melograni” affermò: “Costui coglie lʼarmonia dei colori e dei
riflessi. Oh Chardin! Quello che mescoli nella tua tavolozza non è del
bianco,
del rosso o del nero, ma la sostanza stessa degli oggetti...spessi strati di
colori
gli uni sugli altri, il cui effetto trapela dallʼinterno verso lʼesterno”.
Ma, forse, il più facile approccio per comprendere Chardin sono queste
parole,
sempre di Diderot: “Davanti a Chardin ci si ferma, come dʼistinto, alla
maniera
del viaggiatore che, stanco del suo andare, si siede, quasi senza
accorgersene,
non appena trova un letto dʼerba, silenzio, acqua, ombra, frescura”.
Durante la presentazione della mostra, Carlos Fernandez de Henestrosa, dir.
amministrativo del Museo del Prado, ha giustamente esaltato di Chardin la
grande densità scientifica e posto lʼaccento sul fatto che, pur trattandosi
di un
autore di primissimo piano in tutto il mondo, sia in Italia che in Spagna è
sempre stato relegato ad autore per soli addetti ai lavori, e ricordato che
questa
mostra sarà presentata al Museo del Prado dal prossimo marzo 2011. Anche
per la Spagna sarà la prima volta che questo grande autore viene presentato
al
pubblico in tutta la complessità della sua opera.
La mostra presenta ben cinquantadue capolavori di Chardin, di cui dieci
provengono dal Louvre. Chardin è, giustamente, parte della prima grande
generazione di pittori francesi che per la prima volta nella storia possono
insediare il primato della pittura italiana. Ma lui nasce nel 1699, mentre
la
brillante generazione di pittori francesi, da Charles-Joseph Natoire (1700)
a
Carle van Loo (1705) segue studi e carriera “tradizionali”, e i suoi
risultati
vengono definiti “mediocri” da Haillet de Couronne, un suo biografo. Chardin
è
figlio di un costruttore di biliardi; impara lʼarte in bottega e allo studio
dei grandi
maestri preferisce lʼosservazione diretta della realtà: una scelta difficile
per
l'epoca. Ma le sue capacità alla fine vengono riconosciute; il suo
approfondimento della natura morta o “pittura di caccia” e il grande studio
della
luce sulle superfici colpisce i critici dell'epoca. Nel 1728 viene ammesso
all'Accademia Reale di Parigi per le sue virtù di straordinario realismo e
per il
modo di trattare la luce e i colori; tanto che le sue opere vengono
scambiate
dalla commissione dellʼAccademia come lavori fiamminghi del secolo
precedente.
Nella mostra i due quadri dedicati al “Coniglio morto con pernice rossa...”
e
“Lepre morta con sacca...” segnano lʼinizio di molti suoi lavori su questo
tema; si
dice che rimase affascinato dall'animale senza vita portatogli da amici
cacciatori. In questi quadri, del Louvre, la luce svolge un ruolo
fondamentale e
lo sfondo indistinto ne esalta la cruda teatralità.
E'sempre la luce il tema che contraddistingue anche la “natura morta con
brocca di maiolica, tre ciliegie, un bicchiere dʼacqua mezzo pieno...” con
toni
luminosi e dorati, quasi scintillanti per il bicchiere dʼacqua; così ne dice
Pierre
Rosemberg, l'attento curatore della mostra, nel catalogo: “un sapore gioioso
e
primaverile alquanto inconsueto in Chardin”.
Dal 1733 Chardin allarga la sua conoscenza anche alle figure, una svolta
nella
sua carriera che determina la creazione di raffinati capolavori. Al Salon
del
Louvre tra il 1737 e il 1777 lʼartista presenta una quarantina di
composizioni
con figure, mettendo in mostra via via nuove varianti dei soggetti più
apprezzati,
senza mai tralasciare la ricerca di nuove soluzioni luministiche e
cromatiche.
Chardin rifugge dal particolare pittoresco e raffigura sia rampolli della
borghesia che i domestici solo in momenti della vita di tutti i giorni;
lʼesatto
contrario di quanto farà il grande Fragonard qualche decennio più tardi.
“Bolle di sapone” è il capolavoro portato a simbolo della mostra; una scelta
felice che ben simboleggia le sensibilità di Chardin.
Non ultimo, anzi forse primo per importanza “mazzo di garofani, tuberose e
piselli odorosi” (1755), esposto normalmente alla National Gallery di
Edimburgo. A questo proposito Charles Sterling, uno dei più grandi storici
dellʼarte, scrisse: “Chardin è con Poussin e Claude Lorrain lʼartista
francese
anteriore al XX secolo che ha avuto maggiore influenza sulla pittura
moderna.
Certe ricerche di Manet e di Cézanne sono inconcepibili senza Chardin.
Sarebbe difficile immaginare qualcosa di più “avanzato” nella composizione e
nel trattamento pittorico del Vaso di fiori di Edimburgo. Esso sorpassa
tutto ciò
che dipingeranno in questo genere Delacroix, Millet Coubert, Degas e gli
impressionisti. Solo Cézanne e nel suo seguito si può pensare di trovare
tanta
forza in tanta semplicità”.
Dopo i difficili inizi, finalmente questo grande artista incontrerà la
giusta fama e
lʼapprezzamento di Diderot e del re di Francia Luigi XV che gli permetterà
di
vivere e lavorare al Louvre.
Di lui Van Gogh dirà: ”grande come Rembrandt”.
Un valido suggerimento potrebbe essere far seguire a questa mostra la visita
alla mostra di Morandi presso la Fondazione Ferrero di Alba sino al 16
gennaio
2011. Molte e interessanti le analogie.
Questo importante evento è magistralmente spiegato nel catalogo edito da
Ferrara Arte, sponsorizzato da ENEL ed è accompagnato da numerose
manifestazioni collaterali quali: conferenze di grande pregio, concerti di
musica
del '700 e una rassegna cinematografica che scandaglia il '700 francese.
“Chardin. Il pittore del silenzio” informazioni.
Termine della mostra 30 gennaio 2011. Aperto tutti i giorni.
Palazzo dei Diamanti, C.so Ercole I D'Este 21, Ferrara.
tel.0532.244 949; mail: HYPERLINK "mailto:diamanti@comune.fe.it"
diamanti@comune.fe.it ; HYPERLINK "http://www.palazzodiamanti.it"
www.palazzodiamanti.it
Biglietti: da 11 (intero) a 4 euro (studenti).
Ca ta l o g o : Fe r r a r a Ed i to r e te l . 0 5 3 2 .2 4 4 9 8 9 HYPERL
INK
"mailto:ferraraarteeditore@comune.fe.it" ferraraarteeditore@comune.fe.it |
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MOSTRA
CHIUSA “MORANDI.
L’ESSENZA DEL PAESAGGIO”. UN ARTISTA ATTUALISSIMO, SOPRATTUTTO QUANDO DICE:
“MI MANCA LA TRANQUILLITA’ “.Mostra chiusa
Una
prestigiosa e autorevole sede: la Fondazione Ferrero a Cuneo; una curatrice
di rara modestia e grandi capacità come Maria Cristina Bandera per la più
completa mostra italiana dedicata, finalmente, al grande Morandi. Una mostra
che, come tutto il meglio, è leggibile da chiunque: universalmente
comprensibile.
Ben
oltre 70 opere e una accurata scelta di acquarelli per rendere il
giusto omaggio ad un autore a suo tempo sottovalutato.
Il
tema scelto è quello del paesaggio, quello che lo stesso autore Morandi
preferiva chiamare: -La pittura dei “paesi”- inoltre, paragonandola alle
nature morte che furono tanto presenti nel suo lavoro, sosteneva: -e dire
che i paesaggi li amavo di più-.
Quindi
un Morandi meno stereotipo, che rivela il suo intimo, più che nelle nature
morte: la sua vita attraverso i vari paesaggi o “paesi”, come lui preferiva
chiamarli, dove aveva scelto di vivere.
“Morandi cambia a decenni” ha detto la curatrice e ben lo si vede visitando
la mostra.
La
prima sala ci avvicina alla prima opera datata dell’autore: un quadro
prestato dalla Pinacoteca di Brera. Nella medesima sala oli rarissimi degli
anni ‘10, mai riuniti in numero tanto elevato. Se ne deduce l’ammirazione e
il grande studio che dedicò alla pittura francese: Cézanne in primis, che
sfocerà nella successiva sintesi, degli anni ’20, derivata dalla conoscenza
di Pietro della Francesca. Visitando la seconda sala si possono ascoltare le
sue parole: -Per noi la villa…ci faceva pensare alla Torre Eifell a
Renoire a Degas. Successivamente si incontreranno le opere degli anni ’30
che segnano la sua maturità e autonomia.
Il
colore, più scuro, definisce molti dei lavori degli anni della guerra,
quando si ritirò a Grizzana per sfuggire ai bombardamenti, in questi anni
infatti disse: “Mi manca la tranquillità…ogni giorno gli aerei passano di
qui e si mitragliano tra loro”.
Nel
’44 rientra a Bologna dove rimane per 10 anni, in questo periodo abbandona
il tema del paesaggio a favore delle più famose nature morte delle quali
ricorda: “gli stessi titoli…sono convenzionali”. In questo tempo si limita
al lavoro in casa e in giardino, del quale dice:”nel tardo autunno e in
inverno la vista si spinge…sino a…”. Anche se lavorava alle nature morte
aveva bisogno del “paese” che lo circondava.
Le
opere, presentate su pareti e con luci che non distraggono dai quadri, a
volte sono avvicinate per far cogliere meglio gli effetti finali tra
paesaggi simili, ma con sfumature di colore differenti.
Tornando agli spostamenti di Morandi, dopo il ’59 torna a Grizzana dove le
sorelle fanno costruire una nuova casa. Qui abbandona le volumetrie chiuse e
sostiene: “Di nuovo al mondo non c’è nulla, l’importante è la posizione
dell’artista”. Riprende le caratteristiche del paesaggio di Giotto, ma lo
riduce alle sue linee. “Sappiamo che tutto quello che riusciamo a vedere…in
realtà non esiste…ritengo non vi sia nulla di più surreale e astratto della
realtà- e. sempre Morandi: - “Quello che conta è toccare il fondo…l’essenza
del fondo…Sapremo cogliere la lacerazione, l’essenza?”. E mostra questo
pensiero nella sua essenzialità di linee e colori.
Maria
Cristina Bandiera nel presentare questa mostra ha giustamente evidenziato
come il tema scelto del paesaggio permetta di avvicinare un pubblico più
vasto, rispetto ad una mostra di sole nature morte; e questo pensiero ben si
allinea con gli intenti della Fondazione Ferrero. Inoltre pone l’accento
sulla difficoltà incontrata, nella riproduzione dei sofisticati colori
dell’artista per le foto del catalogo e gli ottimi risultati ottenuti. M.C.
Bandiera ricorda anche come la prima curatrice di una mostra di Morandi,
Barbara Cinelli, abbia cercato, lodevolmente, di “svecchiare” l’opera di
Morandi dall’idea di cultura di strapaese; e noi diciamo che in questa
mostra ben si completa questa opera. E ci permettiamo di suggerire una
visita anche alla mostra di Ferrara, presso Palazzo Diamanti, intitolata al
grande “Chardin. Il pittore del silenzio”. Un autore di chiara fama
internazionale. Sarà sorprendente, per i non addetti ai lavori, incontrare
punti di contatto con Morandi. La mostra sarà aperta sino all’30 gennaio
2011.
Mostra
“Morandi. L’essenza del Paesaggio”, informazioni.
Ingresso gratuito. Chiuso il lunedì.
Sino
al 16 gennaio 2011, presso la Fondazione Ferrero, strada di Mezzo 44, Alba
(Cuneo)
Tel.
017335833.
info@langheroero.it; per gruppi e prenotazioni:
tel. 0173.36 34 80
Catalogo
24 Ore cultura |
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MEDITERRANEO. MOSTRA CHIUSA Da Courbert a Monet a Matisse.
Sino al 1° maggio2011. Genova-Palazzo Ducale.
Genova, puntando sulla
qualità delle sue mostre, è riuscita a trasformare gli eventi di Palazzo
Ducale in un centro di attrazione culturale di massa. Il successo continua
con l’attuale esposizione dedicata al Mediterraneo che offre, attraverso 80
sceltissimi dipinti, una storica panoramica di cinque generazioni di insigni
artisti; alcuni famosissimi, altri meno, ma non meno importanti per
approfondire al meglio la storia dell’arte, e comprendere come
interpretarono la luce, il colore e l’entroterra di questo mare.
Marco Goldin, l’appassionato
curatore, è riuscito ad ottenere prestiti di opere anche da riottosi
collezionisti privati e non, permettendoci di vedere quadri importanti
altrimenti poco noti o sconosciuti.
Sulla scia di questa
interessante mostra, non mancheremo di essere presenti alla prossima già
annunciata dal 2 novembre 2011 al 15 aprile 2012: “Van Gogh e il viaggio.
Pittura degli spazi percorsi da Turner a Gauguin a Rothko”, definita da
Goldin: “la mia mostra più impegnativa”. Prevediamo pure interessantissima
anche la prossima esposizione: “L’Africa delle meraviglie. Arti africane
nelle collezioni italiane”, che sarà visitabile dal 31 dicembre 2010 al 5
giugno 2011.
Tornando al “Mediterraneo”
si tratta di un felice escursus dal quadro più “vecchio” del 1756 a
opere dei primi del ‘900. Ovvero dall’età dei lumi, i primi timidi tentativi
di quadri dipinti”en plein air” quando gli artisti francesi, che non
potevano raggiungere Roma, sostituirono il “Grand Tour” con una “discesa” da
Parigi verso Avignone per poi raggiungere il Mediterraneo senza dover
varcare le Alpi. La mostra si conclude con un trittico impegnativo e
caratterizzante: un Van Gogh che dipinge “immerso” in un campo di grano da
dove vede sull’orizzonte la violacea-azzurra città di Arles, con sfumature
rossastre: come si usa oggi nella grafica più avanzata; un Monet che
illustra una Antibes percorsa dal vento mediterraneo Minstral e un Cezanne
dove il paesaggio è visto non più dal suo “dentro”, ma riproduce il
sentimento suscitato con un risultato che volge all’astratto, al futuro.
Nel frammezzo tanta storia
dell’arte: un Granet che racconta la sua fattoria e non dipinge la montagna,
ma la appoggia già essenzializzata (1830!), come un fazzoletto di colore.
Cezanne, ci ricorda Marco Goldin, guarderà Granet e vi prenderà spunto per
una sua personale interpretazione del colore.
Nella prima sala troviamo
gli albori dell’impressionismo, nella seconda il pittore “animalista” Emile
Loubon introduce un cielo azzurro forte, quasi profondo, scioccante e lo
appoggia sul mare; ma emerge anche la contaminazione del paesaggio del ‘700
con le prime ciminiere in: “Veduta di Marsiglia da Les Aygalades in un
giorno di mercato”.
Non manca, nella terza sala,
un Münch (1891/92; “L’Urlo” è del ‘93) che scende a Nizza per curare una
depressione e cambia, come tutti quando vengono a contato con il
Mediterraneo, i suoi colori.
Renoire quando raggiunge il
Mediterraneo esce con Cezanne, che aveva visitato l’Italia e “rincorso”
Raffaello, in un mattino di febbraio insieme dipingono il medesimo
paesaggio, ma con angolature, colori e interpretazioni molto differenti: uno
scuro e uno luminoso, l’uno l’essenza, l’altro vuole vedere fiorire il
colore. Due quadri che, nella mostra, sono felicemente affiancati.
Van Gogh raggiunge il
Mediterraneo un mese dopo Monet, lavorano uno ad Arles, l’altro a Var; Van
Gogh incontra subito una grande nevicata e brutto tempo, ma da marzo scrive
al fratello: “Il sud è il mare, ma io voglio che dal mio azzurro nascano il
giallo e l’arancione..” (1888, nell’89 sarà ricoverato).
Organizzazione di Linea
D’Ombra:
www.lineadombra.it
info@lineadombra.it tel 0422.3095 La realizzazione della mostra è anche
dovuta al finanziamento di COSTA CROCIERE. |
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"Lo potevo fare anch'io" di F.Bonami, ed
Mondadori, un saggio che può aiutarci a capire l'arte moderna anche
attraverso una dura critica verso i gli stessi "critici"; un punto di vista
"criticabile" che considera mediocri, politicizzati e culturalmente
conformisti Botero, Pomodoro, Guttuso...ma tanto si sa chiunque può
criticare chiunque anche per spingere gli autori preferiti; da leggere per
riflettere sull'arte moderna come puro mercato dove tutto è possibile. |
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uff. stampa: Giulia Airoldi,
Patrizia Pastorelli,
comunicazione@museomaga.it tel 0331.70 60 11
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MAGA Museo Arte di Gallarate-Milano
Mostra CHIUSA il 13.2.2011: Cosa fa
la mia anima mentre sto lavorando. OPERE D’ARTE CONTEMPORANEA DELLA
COLLEZIONE CONSOLANDI
Il nuovissimo Museo di Arte
Gallarate, voluto da Silvio Zanella già quando era giovane artista
contemporaneo di Consolandi, oggi offre al pubblico oltre 200 opere
rappresentanti le principali tendenze dell’arte contemporanea, nazionale e
internazionale, dagli anni ’50 ad oggi. Queste opere provengono tutte dalla
collezione dello scomparso Paolo Consolandi, notaio milanese e antesignano
collezionista di arte moderna.
Questa mostra è una
occasione unica per vedere riuniti molti dei grandi nomi che hanno fatto la
storia dell’arte moderna: Giulio Paolini, Alighiero Boetti…Vanessa Beecroft,
Maurizio Cattelan, sino a Warhol, Marina Abramovic, Cristo, Fontana, Hirst.
Un prezioso momento di
confronto e di presa di coscienza verso un’arte che, ai più, appare ancora
ostica, difficile da comprendere. Se tutti ormai ci “inchiniamo” davanti ad
un Picasso, non sempre perché lo comprendiamo veramente, ma spesso perché
rappresenta un nome storicamente riconosciuto, non altrettanto facilmente e
umilmente ci si pone davanti alle opere più innovative, e meno storicizzate.
Paolo Consolandi, con le sue
assidue, e impegnative, frequentazioni di mostre, gallerie e fiere d’arte,
era riuscito a penetrare nel nuovo, lo aveva assimilato al punto da saper
scegliere chi sarebbe diventato grande. Come ha scritto Angela Vettese (Sole
24 ore, 2010) “[Consolandi]…ha fatto le valige almeno dieci volte l’anno;
per visitare una fiera a Miami, una mostra a Istambul o una galleria a
Parigi. Ha capito…che non si nasce imparati in fatto d’arte…che il senso
pieno dell’oggi lo si impara vivendo, viaggiando…”.
Durante la visita ognuno di
noi può sforzarsi di recepire almeno le opere che gli sono più
comprensibili, lasciandosi trascinare dal proprio intuito, dalla propria
emozionalità e dalla propria esperienza. .
“Collezionare arte
contemporanea -aveva detto Consolandi- significa non avere nostalgia del
passato”: è questa la chiave di lettura che ci può aiutare alla comprensione
delle opere in mostra.
Il titolo della mostra:
“Cosa fa la mia anima mentre sto lavorando?” si riferisce all’opera, di
Fischli&Weiss, e vuole essere una frase emblematica della personalità e
della vita del collezionista Paolo Consolandi.
Mostra a cura di Francesca
Pasini e Angela Vettese; il catalogo, utilissimo per la comprensione delle
opere in mostra, è edito da
ELECTA. Orari: mart-domenica 9,30-19,30
Via de Magri1, Gallarate,
Varese; tel 0331.70 60 11
www.museomaga.it
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PETER DOIG IL PIU’ QUOTATO
ARTISTA VIVENTE.
Peter Doig è un artista
scozzese, nato a Edimburgo nel 1959, i cui bellissimi lavori non sono
conosciuti dalle masse, ma hanno un'altissima quotazione. Infatti è il più
quotato pittore vivente, tanto che il suo lavoro “White canoe” è stato
venduto per 8,53 milioni di euro da Sotheby's a Londra. La canoa in mezzo ad
un lago, di cui esistono numerose versioni, è la rielaborazione di una scena
del film “Friday the 13th”.
Ha frequentato scuole d'arte
a Londra: Wimbledon School of Art, Celsea e St. Martin's.
Grande amante della
fotografia e del cinema, ha come temi preferiti i paesaggi che porta sulla
tela creando atmosfere magico-fiabesche, grazie ad un inusuale uso del
colore.
E’ anche chiamato pittore
romantico per le speciali atmosfere che riesce a creare. Dopo anni trascorsi
a Londra e in Canada, oggi vive a Port of Spain la capitale di Trinidad e
Tobago, un luogo incantevole, con una natura ancora incontaminata e non
danneggiato dallo sviluppo turistico.
In “Milky Way” rende
benissimo l'idea dell'isola, dell'acqua e del cielo sovrastante; affascina
subito la semplicità dell'esecuzione, la chiarezza dell'immagine e la
facilità di comprensione del soggetto, che pure non è affatto banale o
comune. Anzi denota una sensibilità e raffinatezza superiori verso il
colore, ma anche un vigore inusuale dell'immagine, nonostante l'estrema
leggerezza poetica dell'insieme.
Per Doig la natura
rappresenta il polo ispiratore, le sue fronde, la sua acqua realizzate in
tele grandi, come dal vivo, trasmettono subito forti sentimenti, pur nella
delicatezza dei colori e dell'insieme.
Pare che il dio Pan abbia
ispirato questo artista che ci immerge nella natura.
I grumi di colore vengono
trasformati dalla sua arte in fiocchi di neve o gocce di pioggia. I critici
lo avvicinano a matrici nabis e fauve.
Anche Doig realizza della
Postproduction: utilizzando sue foto, scene di film, vecchie cartoline,
pubblicità e copertine di dischi.
La sua produzione si limita
a 10 quadri l'anno; Doig, giustamente, afferma che la qualità richiede
tempo.
Nella sua carriera ha vinto
prestigiosi premi: John Moores exibition, nominato al Turner Prize e
selezionato per l'East international, dal 1995 al 2000 fu un “trustee”
(curatore) della Tate Galery. E' anche professore nell'Accademia d'Arte di
Düsseldorf.
I suoi soggetti preferiti,
come già detto, sono i paesaggi che si ispirano alla storia dell'arte
compresi E.Munch, C.Monet sino a Friedrich e Klimt.
E' anche molto conosciuto
per il suo lavoro sulle case moderniste di Le Courbusier chiamato “L'Unite
d'Habitation”, localizzato nella foresta francese a Briety-en-Foret.
I suoi soggetti preferiti
sono: laghi e canoe, boschi e sciatori.
Nel 2003 cominciò un
progetto per un club del cinema insieme all'artista Che Lovelace; Doig non
selezionò solo i film, ma disegnò anche le locandine.
Nel 2007 fu uno degli
artisti selezionati per la prima parte di “The Triumh of Painting” alla
galleria Saatchi di Londra.
Nel 2008 le sue
retrospettive approdarono al tate Britain, al Museo Parigino di arte Moderna
e al Kunstakademie di Düsseldorf. |
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"IL LIBRO DEI SIMBOLI" non è una
mostra, ma è un testo importante per comprendere l'arte nei secoli, firmato
dall'archivio per la ricerca dei simboli (ARAS che ha raccolto 17.000
rappresentazioni artistiche in 80 anni di vita), contiene 800 figure che
rappresentano i 350 soggetti del libro. Nel libro si parla dei simboli di:
benedizione, oscurità, angeli, bocca, scheletro, aria, silenzio ecc... il
tutto è stato definito "dottissimo manuale...un capolavoro di iconologia
lungo 800 pagine" [Repubblica 3.12.10], il testo è edito da Tasche. Ben 4
sono le pagine dedicate al simbolo "Uccello": da una scultura dei nativi
americani a una pittura iraniana del 17° secolo, da una nota di E.Dickinson
a una osservazione di un libro degli animali della seconda metà del '900. |
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FUTURISMO mostra a Milano
Palazzo Reale del 2009
Il Futurismo non fu solo
pittura e scultura, ma un vero e proprio tentativo rivoluzionario nei
confronti del sentire comune dell’epoca.
Le sue origini si possono
ritrovare già nell’ultimo decennio dell’Ottocento e la sua influenza si
inoltrerà sino alla seconda metà del Novecento con Fontana, Burri, Dorazio,
Schifano e molti altri. Illuminanti, per riassumere in breve i concetti del
futurismo, possono essere le parole di Antonio Gramsci: “…esisterà una
cultura (una civiltà) proletaria, totalmente diversa da quella borghese,
anche in questo campo verranno spezzate le distinzioni di classe…il
carrierismo borghese: esisterà [esisteranno] una poesia,
un romanzo, un teatro, un costume, una lingua, una pittura, una musica,
caratteristici della civiltà proletaria…non credere che il mondo caschi se
un operaio fa errori di grammatica, se una poesia zoppica, se un quadro
assomiglia a un cartellone, se la gioventù fa tanto di naso alla senilità
accademica e rimbambita…”. Alla luce dell’oggi lasciamo ad ognuno le proprie
considerazioni nella speranza che si sappia distinguere tra la modestia
creativa di molti e la geniale creatività di chi fece del Futurismo un
detonatore del nuovo corso dell’arte italiana.
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