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PARKINSON
Per quanto riguarda la malattia di Parkinson, è ormai accertata anche
l'esistenza di forme parkinsoniane ereditarie; il colpevole è un singolo fattore
genetico particolarmente localizzato ("locus"), clinicamente indistinguibili dal
Parkinson essenziale "classico" (idiopatico). Si sono scoperte anche diverse
forme di Parkinson associate a precise localizzazioni cromosomiche, e trasmesse
secondo le leggi dell'eredità di Mendel, con modalità di tipo dominante o
recessivo. Tuttavia si tratta di una minoranza dei casi e di rare forme
sporadiche giovanili (recessive).
Il Parkinson è la malattia più diffusa dopo l'Alzheimer, la prima tra le
degenerative. L'incidenza è di uno su 100.000 nel totale della popolazione, ma
arriva a raggiungere i 200 su 100.000 tra i 50 e i 60 anni, sino al numero di
1.000 su 100.000 (cioè l'uno per cento) nell'età compresa tra i 60 e gli 80
anni.L'unica possibilità terapeutica è stata, per molti anni, la correzione dei
sintomi di volta in volta che compaiono,
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mentre il farmaco di riferimento, e lo
è ancora in molti casi, è la levedopa, con i relativi effetti collaterali.
Oggi il medico, grazie alle nuove scoperte scientifiche, ha a disposizione altri
farmaci e nuovi approcci terapeutici. La scelta deve essere adeguata al paziente
ed alla gravità dei sintomi.
Attualmente si tende a dare grande importanza anche alle strategie di intervento
"non farmacologico", in questo modo l'azione del farmaco viene potenziata con il
contributo di personale paramedico, di fisioterapisti, operatori sociali e
volontari. In tutto ciò si include anche la valutazione dei
bisogni emotivi e
delle adeguate consulenze specialistiche, legali, finanziarie e occupazionali.
E' indispensabile una valutazione globale del malato, al fine di definirne i
bisogni emotivi; quindi grande attenzione a segni di depressione, ansia e
stress. |
Finalmente si valutano anche le necessità
psicologiche dei familiari del malato: privazione
del sonno, depressione e stress causati dalla continua assistenza. Fondamentale può essere rivolgersi alle associazioni dei familiari di parkinsoniani e, a volte, per la gestione di una vita comprendente l'aiuto a
questo tipo di malattia, è indispensabile una consulenza psichiatrica o
psicologica.
In particolare nella fase precoce del parkinson è importante sollecitare l'attenzione
ai problemi pensionistici e legali, al tempo stesso sarebbe opportuno che il
malato continuasse, magari part-time a svolgere un' attività lavorativa per
mantenere autostima e indipendenza il più a lungo possibile. |
Anche un programma di regolare attività fisica può avere
effetti positivi sulla mobilità e sull'umore. Per quanto riguarda
l'alimentazione, pur non necessitando di un'alimentazione speciale, è
importante prevedere una adeguata quantità di fibre (frutta e verdura,
cereali integrali, meglio se coltivati senza pericolosi veleni che si
depositano sull'involucro esterno del cereale), altrettanto importante è
l'apporto di liquidi sufficienti a prevenire la stipsi. Nelle fasi avanzate
della malattia si consiglia una dieta povera di aminoacidi (proteine), al
fine di ridurre l'interferenza che gli aminoacidi hanno nell'assorbimento
della levodopa. Grande attenzione deve essere posta anche ai rischi di cadute
per la perdita di equilibrio, con conseguenti problemi di pronto soccorso e
ricovero. |
Un'importante scoperta è stata fatta dal prof. John Timothy Greenamyre,
cattedrattico di Neurologia e Farmacologia all'Università di Atlanta, in pratica
egli ha dimostrato che una normale concentrazione di glutammato (quello che
conosciamo come componente dei dadi da brodo e per la formazione delle
cancerogene nitrosamine grazie all'unione di nitriti e nitrati) unita alla
ridotta efficienza dei mitocondri, tipica del morbo, rende il glutammato tossico
per le cellule. E' così nata l'idea di utilizzare farmaci antagonisti del
glutammato sia contro i sintomi che come neuroprotettori per la terapia delle
malattie del movimento, come il Parkinson e l'Huntingon.
Partendo dal presupposto che: "Molte malattie neurologiche, a grande impatto
sociale, si presentano con caratteri di sporadicità familiare -come sostiene il
prof. Giuseppe Nappi direttore scientifico dell'"Istituto Neurologico Casimiro
Mondino" di Pavia- e sono frutto dell'interazione tra gene ed ambiente: malattia
di Alzheimer (grande importanza il livello di scolarità), malattia di Parkinson
(esposizione a tossici ambientali o farmacologici), da questo assunto è nata |
l'idea di... studiare il differente impatto che può giocare l'ambiente nel
modificare la storia naturale di alcune malattie neurovegetative...psicosi
affettive cliniche, cefalea a grappolo, sindrome premestruale-. Al momento si
sta realizzando un complesso studio internazionale su famiglie italiane
residenti da tempo in Argentina al fine di comprendere come l'ambiente può
interagire con le varie patologie.
Riportiamo una curiosità: "...L'unico dato epidemiologico di un certo interesse
- dice, tra l'altro, la prof.ssa Emilia Martignoni, coordinatrice del Centro
Parkinson e Disturbi del Movimento, Pavia, Varese e Sondalo e Ass.Neurologico
"Mondino"di Pavia, dai cui appunti sono stati tratti numerosi brani riportati in
questo articolo - è quello che sottolinea come sembrino coinvolti, con maggiore
frequenza nel Parkinson i non fumatori (sebbene il fumo non possa essere
considerato un reale fattore protettivo) -. |
E' comunque l'ereditarietà familiare il fattore di rischio più consistente per
il Parkinson, altri studi hanno evidenziato una aggregazione tra Parkinson e
demenze degenerative.
E' infatti vero che l'aggregazione familiare di una identica malattia non
necessariamente è causata da fattori genetici, vedi: fattori infettivi,
alimentari, occupazionali, tossici. Familiarità non significa trasmissione
genetica, ma abitudini anche dietetiche, abitative, lavorative...Sintomi di un possibile inizio della malattia del Parkinson sono: tremore, turbe
dell'equilibrio, lentezza, crampi, perdite di sensibilità, turbe vasomotorie,
disturbi del linguaggio o della scrittura, depressione. |
L'affermazione originale di James Parkinson, secondo la quale le funzioni
intellettive non sono interessate alla malattia, è stata smentita dagli studi
successivi, che hanno messo in evidenza il fatto che i parkinsoniani possono
sviluppare, nel 25% dei casi, un quadro di decadimento cognitivo.
Cupa tristezza, disinteresse per la realtà, irritabilità, attacchi di panico...facilmente
i pazienti si dimostrano petulanti, ripetendo insistentemente le stesse domande
e lamentele (acairia).
La cura con Levodopa è efficace principalmente sulla bradicinesia, mentre il
tremore appare meno influenzato. In altri casi , gli effetti collaterali
generali e neurologici, ne limitano l'impiego.
Una piccola percentuale risulta addirittura non responsiva (insensibile) alla
Levodopa. |
Il trattamento chirurgico, proposto negli anni Cinquanta, è oggi evoluto
ritrovando un nuovo interesse con le tecniche della stimolazione cerebrale
profonda con "pacemaker" cerebrale.
Ideata a Grenoble, questa cura è disponibile da cinque anni e consiste
nell'impiantare un elettrocatetere nel profondo nucleo subtalamico del cervello
del paziente, al fine di far fronte ai sintomi non più trattabili
farmacologicamente.
L'intervento costa sui 100 milioni di lire, ma il Sistema Sanitario Nazionale
Italiano può farsene carico.
Si sono anche tentati interventi di trapianti di cellule nervose, ma motivi
etici e tecnici li rendono scarsamente applicabili.
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Nella terapia fisica si utilizza la mobilizzazione passiva (stretching), altri
esercizi di mobilizzazione articolare e diaframmatica possono essere eseguiti
dallo stesso paziente quotidianamente.
Anche la droga è, purtroppo, un agente scatenante per questo tipo di morbo, in
questo caso colpisce anche giovanissimi.
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L'uso di erbicidi si è rivelato una possibile causa di sindromi
simil-parkinsoniane; ad esempio quelli con struttura analoga all'MPP+, il
derivato metabolico tossico dell'MPTP.
Molti farmaci sono accusati di sviluppare sindromi parkinsoniane: neurolettici (fenotiazine,
butirrofenoni e derivati), respina (usata nel trattamento dell'ipertensione
arteriosa),benzamidi, calcioantiagonisti (flunarizina, cinnarizina),alfametildopa, fenotoina, sali di litio, |
ciproeptadina, tioxanteni e altri
ancora top-secret (come dice il prof. Bonfanti del Dip. Neur. de "La Sapienza"
di Roma).
Anche relativamente all'Alzheimer la scienza ha segnato dei progressi,
soprattutto inerenti, come per il Parkinson, l'interdisciplinarietà delle cure,
quindi dare importanza a tutto ciò che, sia esso movimento fisico o apporto
psicologico o altro, comunque possa aiutare il paziente e i suoi familiari a
stare meglio o a ritardare il più possibile gli effetti devastanti della
malattia.
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