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Linfoma NON-HODGKIN. Nel 2020 sarà il tumore più diffuso.

-Fondamentale è la diagnosi precoce

-Attenzione all’uso di antinfiammatori prima di sottoporsi ad esami diagnostici

-I linfonodi ingrossati sono i principali campanelli di allarme.

-Il 60% dei casi è di forma aggressiva

-6.000 è il numero dei nuovi pazienti ogni anno, la maggioranza oltre i 60 anni

-la sopravvivenza a 5 anni, con chemioterapia e anticorpi monoclinali, è del 58%

- Anche uno studio MInT condotto su pazienti giovani ha dimostrato la superiorità dell’associazione chemio-monoclonali rispetto alla semplice chemio

 

-Le cause della malattia sono sconosciute

Le nuove diagnosi per questa malattia sono, in Italia, 16 al giorno, ma si tratta di numeri destinati a crescere. Secondo le previsioni il linfonoma Non-Hodgkin, il tumore che coinvolge il sistema linfatico, nel 2020 sarà la neoplasia più diffusa al mondo.

-Attualmente tra i tumori del sangue, come leucemie, linfomi, mielosi, il linfoma non-Hodgkin è quello più ricorrente, con una frequenza circa due volte maggiore della leucemia. Se non curata questa malattia dà un’aspettativa di vita che varia da 6 mesi a due anni.

 

"…a causa di questo tumore possono ingrossarsi i linfonodi, le cosiddette ghiandole di: ascelle, collo e inguine. In assenza di stati infiammatori, come tonsille o influenza, il rigonfiamento persistente dei linfonodi può essere un segnale importante per sospettare una diagnosi di linfoma… [da eseguire] esami del sangue e, se necessario, una biopsia del linfonodo…La cosa importante è che il paziente NON sia curato con ANTINFIAMMATORI, soprattutto cortisonici, prima di eseguire questi esami. Questi farmaci, infatti, possono uccidere parzialmente e temporaneamente le cellule tumorali, rendendone difficile l’identificazione all’esame di laboratorio e ritardando la diagnosi." Così afferma il prof. Robin Foà, direttore della Cattedra di Ematologia dell’Università la Sapienza, Roma. Da qualche anno sono disponibili farmaci nuovi che potenziano la chemioterapia innalzando la sopravvivenza e la guarigione.

Si tratta degli anticorpi monoclinali (rituximab il nome della prima molecola di questo tipo utilizzato in clinica) che colpiscono solo le cellule tumorali riducendone la diffusione e senza aumentare la tossicità della chemioterapia.

Il trapianto delle cellule staminali si sta rivelando una vera e propria terapia per il paziente con linfoma. Il trapianto è oggi usato soprattutto in caso di recidiva, ma in futuro se ne farà sempre più uso soprattutto per i casi particolarmente aggressivi.