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di Alessandria d'Egitto
Tra l'Ottocento
e il Novecento: le donne nella nascente società di massa
www.donneconoscenzastorica.it di Donatella
Massera
Il fenomeno più
vistoso del periodo qui considerato consiste in una complessiva massificazione
della società.
Si possono individuare schematicamente tre ambiti fondamentali in cui questo
fenomeno si manifestò: l'ambito sociale ed economico, l'ambito politico e
l'ambito culturale.
Per rispondere alla crisi di sovrapproduzione industriale si avviò una
razionalizzazione e una maccanizzazione del lavoro, si cercò di attenuare il
selvaggio sfruttamento dei lavoratori e nacquero le prime legislazioni sociali.
In Italia la prima legge adottata per la tutela sul lavoro delle donne
e dei minori è del 1902, su iniziativa del Partito Socialista.
Le masse popolari chiesero maggiore e migliore rappresentanza politica: nacquero
cosi i partiti di massa.
Fu proprio all'interno di questi partiti che le donne ottennero di far
sentire per la prima volta la loro voce nella politica, settore
tradizionalmente riservato agli uomini. |
Si organizzarono i primi veri movimenti femministi che animarono la
battaglia per il diritto al voto: in Inghilterra le donne ottennero il
diritto di voto municipale nel 1869 e il diritto di farsi eleggere nel 1894. Nel
1903 l’Unione politica e sociale delle donne passò a vere e proprie forme di
lotta e di disturbo contro tutti i partiti istituzionali, condotte dalle
cosiddette suffragette e represse con violenza. Finalmente nel 1917 fu concesso il suffragio alle donne sopra ai trent'anni e nel 1928 a tutte le donne
maggiorenni.
Il primo stato del mondo a concedere il suffragio alle donne fu il Wyoming
(Stati Uniti) nel 1869; diritto esteso a tutte le
donne statunitensi solo nel 1920.
In Germania il suffragio femminile risale al 1919, in Francia al 1945.
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In Italia le lotte per l'emancipazione femminile furono guidate a fine Ottocento
da figure come quella di Anna Matia Mozzoni, dapprima mazziniana e poi
socialista, e della socialista Anna Kuliscioff.Il quadro sociale italiano era complessivamente molto arretrato, anche per il
forte influsso conservatore della chiesa cattolica: basti pensare che
alle donne venivano sconsigliate le attività fuori casa, la letture libere,
l'istruzione superiore e universitaria.
Tra le principali conquiste del movimento femminista italiano ci furono nel
1908 l'introduzione del primo Congresso delle donne italiane e, nel 1919
si ottenne l'emancipazione giuridica, con l'ampliamento delle funzioni di
tutela, il riconoscimento del facoltà commerciale e l'abolizione dell'obbligo
dell'autorizzazione maritale, sia sulla gestione dei propri beni, sia per rendere
testimonianza in giudizio.
Nel 1922 le donne italiane ottennero il diritto di voto alle elezioni
amministrative, anche se il fascismo abolì poi le lezioni. |
Solo nel 1945 si ottenne il suffragio universale attivo maschile e
femminile e nel 1946 anche quello passivo.
La diffusione dei giornali quotidiani, del cinema e infine delle trasmissioni
radiofoniche favorirono la nascita di una cultura di massa che proponeva
un'immagine della donna più omogenea.
Dall'America giunse attraverso la stampa e il cinema l'immagine di una
donna più libera nelle sue scelte, concentrata sulla realizzazione della propria
personalità e delle proprie aspirazioni, benché solitamente queste rimanessero
ristrette all'ambito tradizionale della famiglia e della casa. |
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L'associazionismo femminista e le sue rivendicazioni
Nel corso
dell'Ottocento, in molti paesi europei, si lottò per l'indipendenza nazionale;
si diffusero i movimenti per l'abolizione della schiavitù: si organizzarono i
primi sindacati e i partiti di ispirazione socialista che difendevano i diritti
delle classi oppresse.
Nacquero cosi le prime organizzazioni femministe, sorsero decine di
associazioni e di giornali femminili attorno a temi specifici
di ispirazione socialista e cattolica.
Le associazioni femminili si proposero di avviare una serie di riforme
giuridiche e politiche.
Con il matrimonio la donna perdeva quasi tutti i diritti civili, tanto che le
femministe contestarono al marito, il diritto di prendere decisioni sulla vita
coniugale; chiesero l'istituzione del divorzio e criticarono il fatto che
spettasse solo al marito decidere dell'educazione dei figli.
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Inoltre, le femministe, chiesero il varo di leggi che regolamentassero la
prostituzione ed esigessero un salario uguale a quello degli uomini a parità di
lavoro. Le richieste si concentravano soprattutto sul diritto al voto femminile, un'istruzione migliore con l'apertura delle scuole superiori, delle
università e delle professioni liberali e l'istituzione di classi scolastiche
miste.
L’insegnamento era una delle pochissime professioni intellettuali riservate alle
donne e non a caso molte delle prime donne femministe furono insegnanti.
Una delle richieste più pressanti ma allo stesso tempo più osteggiate, era
quella del poter gestire liberamente il proprio corpo. All'interno del
matrimonio, doveva essere possibile per la donna gestire liberamente la propria
sensualità; ciò presupponeva la possibilità di praticare la
contraccezione.
Ad un livello meno impegnativo questa battaglia sfidava anche le convenzioni
sull'abbigliamento, in particolare l'uso costrittorio del busto e di
vestiti e acconciature complicate e scomode.
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Le
trasformazioni sociali dopo la prima guerra mondiale
La prima guerra
mondiale impose un preciso cambiamento nella società. Non soltanto, infatti, il
peso delle sofferenze e delle fatiche belliche gravò pesantemente anche sulla
popolazione civile – e in particolare sulle donne rimaste a capo della famiglia
- ma impose la cosiddetta “mobilitazione totale”, cioè la necessità di impegnare
per la guerra tutti i cittadini e tutte le risorse nazionali.
Un numero crescente di donne entrò allora nel mercato del lavoro, al
posto degli uomini invitati al fronte, con ruoli non sussidiari; si trattò però di un cambiamento parziale e provvisorio,
tanto che furono licenziate appena
terminata la guerra.
L’opportunità di lavorare fuori casa accrebbe la possibilità delle donne di
occupare posizioni socialmente più elevate e
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gratificanti, di dimostrare di
valere nel lavoro quanto gli uomini, di uscire dal tradizionale ruolo casalingo
e di acquistare maggiore autocoscienza e autostima.
La fine della guerra sospinse le donne verso ruoli tradizionali di consolatrici,
tutrici degli affetti e della famiglia, dispensatrici di servizi gratuiti, e
invece di ridurli, rafforzò i tradizionali stereotipi sessuali.
E' noto che proprio la fine del conflitto vide riaffermarsi le ideologie
maschiliste, militariste intolleranti e violente.
Basti pensare all'esaltazione che il movimento del futurismo fece della guerra,
dello “schiaffo e del pugno”, e al suo proclamato odio per il femminismo.
Anche il fascismo fu permeato da un ostentato intollerante maschilismo cioè
dall'arrogante e aggressiva ostentazione di caratteristiche virili:la prestanza fisica e sessuale,
il disprezzo e la sottomissione di chiunque non si adattasse a questo modello, in primo luogo
delle le donne. |
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L'ideologia
fascista: la subordinazione delle donne
Nei confronti
delle donne il fascismo sostenne una visione improntata alla subordinazione.
Alle donne venne riservato in primo luogo il ruolo di riproduttrici:
il fascismo, infatti, applicò una politica demografica del numero intenso come
potenza, propagandando le famiglie numerose, evitando contraccettivi, pratiche
abortive ed educazione sessuale e ciò anche per contrastare la tendenza alla
diminuzione delle nascite già avvertibile nel resto dell'Europa.
L'asservimento delle donne era talmente connaturato al fascismo che battersi
per l'emancipazione femminile era considerato di fatto un gesto
eversivo dell'ordine costituito.
Anche la fondazione di un ampio numero di organizzazioni femminili fasciste, più
che promuovere l'ingresso delle donne nella vita pubblica, si proponeva
l'obiettivo del controllo totalitario sulla popolazione femminile.
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Tra l'Ottocento
e il Novecento: la letteratura delle donne
Le donne si
dedicarono con sempre più frequenza all'attività letteraria ed intellettuale in
qualità di scrittrici anche in Italia.
Alcune come Carolina Invernizio(1858 – 1916), ebbero grandissimo successo in un
settore – la letteratura rosa – specificamente indirizzata alle donne,
alle quali la Invernizio propose però un'immagine di donna tradizionale e quietamente
sottomessa.
Altre, come Sibilla Aleramo (1876 – 1960), inventarono una vera e propria
letteratura femminista, in cui si rifletteva sulla condizione di oppressione
delle donne e per denunciarla.
Altre ancora, come Matilde Serao (1856 – 1927), si dividevano tra letteratura e
giornalismo.
Su tutte spiccano le personalità di Grazia Deledda(1871 – 1936), vincitrice del premio Nobel per la
letteratura nel 1926; Cristina Trivulzio di Belgioioso (1808 – 1871), singolare
figura di viaggiatrice intellettuale; le scrittrici e poetesse Neera (pseudonimo
di Anna Radius Zuccari, 1846 – 1918 ) e Ada Negri (1870 – 1945).
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Fuori d'Italia figure esemplari furono la filosofa e psicologa Lou
Andreas-Salomé(1861 – 1937), amica e ispiratrice di Nietzsche, Rilke, Freud e
altri; la scrittrice e grande animatrice culturale Gertrude Stein (1874 – 1946),
del cui salotto parigino furono ospiti Hemingway, Fitzgerald, Braque, Matisse,
Picasso; la filosofia e mitica Simone Weil (1909- 1943).
Una delle scrittrici in assoluto con maggior successo di pubblico di ogni tempo
fu la giallista inglese Agata Christie (1890- 1976), autrice di un numero
sterminato di romanzi e drammi.Meritano una citazione anche i nomi di scrittrici
che hanno profondamente inciso sul panorama letterario
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internazionale: la grande poetessa americana Emily Dickinson
(1830 – 1886), la cui produzione venne pubblicata solo a partire dal 1955 e
riconosciuta come quella di uno dei più grandi poeti lirici moderni; la
scrittrice inglese di racconti Katherine Mansfileld (1888 – 1923), creatrice di
atmosfere sospese carche di sensibilità ed emozione. Su tutte spicca la
personalità della grande
romanziera inglese Virginia Woolf (1882- 1941), autrice di racconti, romanzi e
saggi, che seppe anche acutamente indagare in modo specifico la condizione
femminile insieme alla sua, più che amica, Vita Sacheville West. |
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Le donne nella
letteratura fra problematicità e schematismi
Uno degli
scrittori europei che proposero con maggiore efficacia il tema della condizione
femminile è il norvegese Henrik Ibsen (1828 – 1906): soprattutto in “Casa della
bambola”(1879), Ibsen mette in scena il tema della donna come individuo che non
riesce a diventare adulto, perché è tenuto dalla società e dalla famiglia in un
ruolo di costante minorità, quello della “bambola”.
Altri, come lo statunitense Henry James (1843 – 1916) in “Ritratto di
signora”(1979), descrivono la condizione di sofferenza creata nella donna dalla
crescente consapevolezza di sè e dell'impossibilità di vivere liberamente.
A fronte di queste rappresentazioni intense e problematiche, la maggior parte
degli scrittori continuava a proporre invece immagini stereotipate della
femminilità: per il poeta francese Charls Baudelaire (1821 – 1867) la donne è
spesso vampiro, incarnazione satanica della perdizione a cui essa può condurre
l'uomo-razionale esaltandone i sensi.
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Gabriele D'Annunzio (1863 – 1938), insieme a moltissimi scrittori decadenti ed
estetizzanti, riprende e amplifica questa immagine di donna lussuriosa, bella e
perversa, incarnazione di tutto ciò che è estraneo e insieme affascinante e
rovinoso per l'uomo.
Il punto di vista della donna non è mai indagato, la sua interiorità è
schematizzata in pochi tratti convenzionali e la sua esistenza è vista solo in
funzione dell'uomo.
Sono gli stessi anni in cui Filippo Tommaso Marinetti (1876 – 1944) identifica
la donna come forza della conservazione e della tradizione da abbattere,
ma anche come un avversario pericoloso che sta prendendo coscienza di sè(il
femminismo).
Con diverso atteggiamento ma con uguale atteggiamento critico, “la signora
felicita” (1911) di Guido Gozzano (1883 – 1916) è invece la donna che incarna il
lato operoso e buono dell'esistenza, casalingo e quotidiano, che però è
drammaticamente scipito e privo di interesse per chi abbia acquisito un po' di
coscienza critica e di consapevolezza della complessità del mondo, negata
comunque alla maggioranza delle donne. |
| Anche la “Salute di Augusta”, di cui Italo Svevo(1861 – 1928) parla nella
“Coscienza di Zeno” (1923)mostra una donna appagata da ciò che esiste, dalle
autorità costituite, dalle istituzioni e dalle tradizioni, mai sfiorata dal
dubbio che la realtà sia complessa e stratificata, priva di immaginazione e di
aspirazioni, è solo un'oasi di tranquillità per l'uomo tormentato e incapace di
vivere. Alla fine, comunque, appare assolutamente inappagabile nella sua imbecillità, più bisognosa di “istruzioni” che di cure, per “guarire”. |
Le donne
nell'arte di fine Ottocento
Gli ultimi anni
del secolo XIX sono dominati dal movimento simbolista, che si esprime però con
modalità molto diverse da un autore all'altro.
Anche il corpo femminile – molto spesso raffigurato nudo – assume un
forte valore simbolico, per esprimere significati molto vari: Paul
Gauguene (1848 – 1903) identifica nei nudi delle donne polinesiane l'innocente
felicità di una natura libera e incontaminata dalla civiltà; ma altri come
Gustave Morreau (1826 – 1910), Aubrey Beardsley (1872-1798) o
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Gustave Klimt
(1862 – 1918), scelgono come soggetto di raffigurazione la “Salomé” (la
principessa giudaica che ballò per compiacere ed eccitare il Re Erode, amante di
sua madre Erodiade, e chiese come compenso della propria danza la testa di
Giovanni Battista), riprendendo l'interpretazione, tipica del decadentismo
estetizzante, della donna come inquietante trappola sensuale, bella e
irrazionale, miscela di amore e morte, di inquietudini sadiche, di eleganza
perverse.
Nel viso e nel corpo femminile sembrava spesso essere raffigurato il senso di
precarietà e di decadenza avvertita dagli artisti: le ballerine o le prostitute
di Henri Toulose- Lautrec (1864 – 1901) esprimono un'allegria forzata; i visi un
po' |
androgeni e indistinti di Edward Munch (1865 – 1944) comunicano
sofferenza e terrore; Egon Schiele (1880 – 1918) e Oskar Kokoschka(1886 – 1980)
traducono nei corpi straziati e febbrili l'angoscia di un'epoca.
Anche la scomposizione dei volti e dei corpi soprattutto femminili operata da
Pablo Picasso (1881 – 1973) nella sua cubista e surrealista crea effetti di
grande espressività, dolente e intensa, e basterebbe ricordare come Picasso
trattò le sue donne per comprendere l'opinione che ne aveva di loro.
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