www.donnemammenonnedonne.itHome Sport e salute 0-50 anni obesità 50 anni  e più farmaci generici belle e giovani terme e spa MAGRE E SANE... Pericolo smog calvizie quale cura dopo gli antibiotici occhi e salute novità farmacologiche Ospedali-case cura osteoporosi fitoterapia Omeopatia Sordità Malattie tropicali Ipertensione Fibrillazione atriale Ictus Carie diabete artrite reumatoide... anziani e depressione cervello: medicine per dolore e dignità cancro problemi di coppia aspirina "tuttofare" influenza aviaria

 

Home Su

LE TERAPIE

Il presidente della Società di Ipertensione Europea

José Rodicio sostiene che:"...si è  dimostrato nella

maggioranza degli studi pubblicati che l’associazione

di due o tre farmaci in combinazioni fisse (singola pillola)

o variabili (più pillole) riporta alla norma la pressione

arteriosa con dosi più basse rispetto alla monoterapia”.

(E' ovvio che ogni paziente è un caso a sé e quindi solo lo specialista personale sarà in grado di consigliare il meglio caso per caso.)

Il rischio associato all'ipertensione è modificabile, riducendo la pressione con un'efficace terapia farmacologica si riduce il rischio di ictus ed emorragia cerebrale del 40% e di infarto del 25%.

L'ipertensione arteriosa rappresenta il principale fattore di rischio per lo sviluppo di malattie del sistema cardiocircolatorio.

Il primo passo è la modifica del proprio stile di vita: una dieta a basso consumo di sodio e calorie, di clesterolo e grassi animali (saturi), la riduzione del peso corporeo in eccesso e l'aumento dell'attività fisica.

Il trattamento farmacologico ha lo scopo di ridurre i valori pressori per lo meno al di sotto di 140/90 mmHg.

 

Le Linee Guida Europee considerano "normale" o "normale-alta" la pressione con livelli fino a 139/89. Solo i pazienti con valori superiori a questa soglia sono considerati pazienti da trattare per ristabilire i valori normali.

Nel 95% dei casi l'origine dell'ipertensione è sconosciuta, nel 5% dei casi dipende da particolari malattie, spesso a carico del sistema endocrino (squilibri ormonali) o a carico dei reni.

 

Ipertensione

La medicina europea ha deciso per un “No” fermo alle teorie relative al considerare uno stato patologico (ovvero di malattia) anche la pre-ipertensione. Infatti esiste un reale rischio di creare un esercito di ipocondriaci, ovvero persone che vivono la propria situazione come una vera e propria malattia, con le relative conseguenze non solo in campo psicologico. Si è invece messo l’accento sull’importanza di una maggiore sensibilità nella valutazione del “danno d’organo”, vero campanello di allarme tra basso ed alto rischio di eventi coronarici e cerebrovascolari, e più attenzione alla realtà clinica e lettura “ragionata” dei trial clinici (statistiche di sperimentazioni).

 

 

A meno di un mese di distanza dalla pubblicazione di quelle americane, le Società Europeee di Ipertensione e Cardiologia presentano le loro linee guida, che contengono sensibili diversità: la “via europea” alla lotta a questa condizione, ritenuta il principale responsabile dell’insorgenza di malattie cardiovascolari, pone maggiore attenzione al singolo paziente e un approccio più educativo che impositivo. Non una frattura marcata, ma una chiara presa di posizione con una forte connotazione italiana: il chairman del comitato che ha steso il documento è infatti il prof. Giuseppe Mancia, dir. Clinica Medica Università di Milano-Bicocca e presidente del 13° congresso della Società Europea dell’Ipertensione, che si è tenuto presso la Fiera di Milano.

 

Il prof. Mancia ha precisato quanto segue: “Le linee guida europee non intendono andare contro quelle americane, abbiamo divergenze di vedute, in alcuni casi significative pur condividendo in gran parte l’impianto generale. Tra gli aspetti di sintesi, l’importanza di trattare la pressione arteriosa elevata per proteggere il paziente, la necessità di curare la pressione ogni volta che supera i 140/90 e di intervenire farmacologicamente, anche in caso di valori inferiori, quando il paziente è considerato a rischio”. Le obiezioni della Società Europea, di ordine scientifico e pratico, riguardano alcuni concetti, in particolare quello di “pre-ipertensione”, condizione che identifica la fascia di persone con valori 120-129/80-84. “Questo cambiamento di rotta dei colleghi americani rispetto alle linee guida di cinque anni fa- prosegue il prof. Mancia- ci pare contraddittorio e suscita perplessità. Il prof. Mancia ha precisato quanto segue: “Le linee guida europee non intendono andare contro quelle americane, abbiamo divergenze di vedute, in alcuni casi significative pur condividendo in gran parte l’impianto generale. Tra gli aspetti di sintesi, l’importanza di trattare la pressione arteriosa elevata per proteggere il paziente, la necessità di curare la pressione ogni volta che supera i 140/90 e di intervenire farmacologicamente, anche in caso di valori inferiori, quando il paziente è considerato a rischio”. Le obiezioni della Società Europea, di ordine scientifico e pratico, riguardano alcuni concetti, in particolare quello di “pre-ipertensione”, condizione che identifica la fascia di persone con valori 120-129/80-84. “Questo cambiamento di rotta dei colleghi americani rispetto alle linee guida di cinque anni fa- prosegue il prof. Mancia- ci pare contraddittorio e suscita perplessità. "

Il problema fondamentale è “scoprire” gli ipertesi: in Italia solo la metà dei c.a. 12milioni di ipertesi sa di esserlo e solo il  25% segue una cura. Si stima che il 75% non assuma i farmaci secondo le prescrizioni, oppure non li assuma affatto.

E’ importante stabilire se gli ipertesi siano in aumento, ma assai di più necessita preoccuparsi del rimante 75-80 o 85% a cui non controlliamo la pressione e che non curiamo”.

Tempo  fa, una pressione arteriosa di 120-129/80-84 era considerata normale, ottimale sotto i 120/80. Ora il termine ottimale è scomparso e i valori prima considerati normali sono classificati, appunto, come pre-ipertensione. Le linee guida europee ribadiscono invece la classificazione “ottimale” 120/80, “normale” 120-129/80-84, “normale alta” 130-139/85- 89.” . Secondo il prof.Mancia, il termine pre-ipertensione ha inoltre una connotazione infelice. “Innazitutto perché non è assolutamente scontato che le persone che rientrano in questa fascia diventeranno ipertese e che, di conseguenza, avranno bisogno di terapie: ne avranno bisogno solo se sono ad alto rischio. Parlare di pre-ipertensione può generare ansia e mette in difficoltà lo stesso medico di famiglia: è difficile comunicare a un paziente che è un “pre-iperteso” e poi dirgli che non è necessaria alcuna cura. Chiederà ulteriori accertamenti, o di essere visitato molto più frequentemente”. Altro aspetto di divergenza riguarda il danno d’organo. “Rispetto agli americani - prosegue il presidente del congresso europeo – lo consideriamo parte integrante della valutazione di rischio globale. Un iperteso con ipertrofia ventricolare sinistra o con placche arteriosclerotiche alle carotidi e con microalbuminuria, è un paziente ad alto rischio e quindi va seguito più di quanto non si facesse nel passato”. Anche sui trial clinici non c’è totale sintonia. “Le linee guida americane danno molta importanza ai trial clinici. Noi affermiamo che sono importantissimi, il modo migliore per definire parecchi aspetti della terapia, ma ne mettiamo in luce anche i limiti. Prima di tutto una visione a breve termine della protezione, 4-5 anni. Ma l'aspettativa di vita di un 45enne iperteso è di 30 anni e questo impone evidenze a lungo termine”. Un’ultima differenza riguarda la terapia. “I farmaci utilizzati in Europa – sottolinea il prof.Mancia – sono più aderenti all’evidenza scientifica: più o meno lo stesso tipo di protezione si ottiene con diverse molecole. Perciò il medico va correttamente informato sulle possibilità di scelta della terapia”.

Ma il problema fondamentale è “scoprire” gli ipertesi: in Italia solo la metà dei c.a. 12milioni di ipertesi sa di esserlo e solo il  25% segue una cura. Si stima che il 75% non assuma i farmaci secondo le prescrizioni, oppure non li assuma affatto. Un 10-20% degli ipertesi quindi, è sotto controllo. “La situazione italiana è preoccupante come nel resto del mondo e come negli anni scorsi. - commenta il prof. Ettore Ambrosiani, presidente della Società Italiana dell’Ipertensione – Gli americani affermano di avere la situazione più grave con il 27-30% di ipertesi, le statistiche di casa nostra parlerebbero del 22-24%. Ma pochi giorni fa su Jama sono stati pubblicati i risultati dello studio – realizzato in team da americani e europei, coordinato per il nostro Paese dall’Istituto Superiore della Sanità – che ha riesaminato la prevalenza dell’ipertensione nel mondo e in Italia: le nuove cifre parlano di livelli largamente superiori al 30%. E’ importante stabilire se gli ipertesi siano in aumento, ma assai di più necessita preoccuparsi del rimante 75-80 o 85% a cui non controlliamo la pressione e che non curiamo”.

 

Importanti, in prospettiva futura, saranno gli studi di genetica anche se l’utilizzo attuale dei dati raccolti è, come dicono le linee-guida, pressoché nullo – conclude José Rodicio – Esiste la possibilità che un singolo individuo risponda meglio a determinati farmaci in base al proprio patrimonio genetico (varianti di alcuni geni che producono l’enzima di conversione dell’angiotensina). Il ruolo della genetica nel guidare il trattamento anti-ipertensivo è ancora agli inizi, ma le nuove scoperte porteranno in questa direzione nel prossimo futuro”.