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MENO INVASIVO PIU’ EMBOLI: I CHIRURGHI VASCOLARI LANCIANO L’ALLARME Messi a nudo i rischi dell’intervento endovascolare delle carotidi durante il 5° Congresso nazionale sul monitoraggio in Chirurgia Vascolare. Un attento monitoraggio degli interventi e un’equilibrata rivalutazione della chirurgia tradizionale le possibili soluzioni per evitare inutili complicanze. Il trattamento endovascolare delle carotidi è associato a microembolizzazioni durante tutta la durata del trattamento ed anche nei giorni seguenti. Esistono differenze significative di microemboli fra trattamento chirurgico tradizionale e quello endovascolare col palloncino (PTA e stent).A tirare le somme del 5° Congresso nazionale sul monitoraggio in Chirurgia Vascolare, incontro di riferimento per tutti i chirurghi vascolari italiani e per angiologi e internisti, terminato in questi giorni a Bologna, è Luciano Pedrini, Direttore Struttura Complessa di Chirurgia Vascolare dell’Ospedale Maggiore di Bologna e Presidente del Convegno: “Studi preliminari sui trattamenti endovascolari delle carotidi hanno confermato con la risonanza magnetica a diffusione e con la TC perfusione che questi emboli che si sentono passare con il Doppler transcranico provocano dei microinfarti cerebrali permanenti, nella maggior parte silenti (cioè senza paralisi), ma con un quadro radiologico che normalmente viene definito encefalopatia multi-infartuale”. “Il correre della medicina verso la mini-invasività forse ci spinge a un baratro – aggiunge Pedrini - perché l'intervento chirurgico di Tromboendarterectomia (TEA) della carotide è quello più eseguito fra gli interventi chirurgici vascolari”. Nel 2003 in Italia sono stati eseguiti 17265 interventi di TEA della carotide, di cui 1601 in Emilia Romagna. Se si dovesse seguire la tendenza attuale (30 per cento di TEA trasformate in PTA) il rischio di indurre una malattia fortemente impegnativa sotto il profilo sociale è elevato. Alcuni gruppi di ricerca italiani, tra cui quello di Pedrini, stanno partendo con studi prospettici per valutare con varie metodiche, fra cui la valutazione delle capacità cognitive e la valutazione dei danni, le conseguenze delle tecniche mininvasive su un numero statisticamente significativo di pazienti. I protocolli di ricerca prevedono una valutazione prospettica del campione prima, immediatamente dopo e con un controllo cognitivo a distanza e i risultati saranno confrontati con quelli ottenuti con la chirurgia tradizionale, al fine di identificare chi può essere trattato con questa tecnica con gli stessi bassi rischi della chirurgia tradizionale. Anche la chirurgia endovascolare dell’aorta toracica è in rapida espansione perché comporta una notevole riduzione della mortalità e delle complicanze rispetto alla chirurgia tradizionale. “Ma deve essere associata a un attento monitoraggio prima, durante e dopo al fine di ridurre al minimo il rischio di emboli” conclude Pedrini. Il trattamento deve prevedere, infatti, dei controlli intraoperatori per ridurne le complicanze, anche in questo caso neurologiche, e per posizionare correttamente le endoprotesi; in alcuni casi, infatti, la sola angiografia intraoperatoria è del tutto insufficiente, per cui si fa ricorso agli ultrasuoni endovascolari e all’ecodoppler transesofageo.
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